Osservazioni a latere del “Mare Nostrum”

Angelo Marinoni

mare

(Con questo articolo di Angelo Marinoni, Ap inizia una riflessione a più voci sul tema dell’immigrazione. L’argomento è sicuramente complesso e presenta molteplici sfaccettature, non semplici da ridurre a sintesi. Il ragionamento si svilupperà nel corso delle prossime settimane con una pluralità di interventi a tema).

Ci sono persone che hanno un bagaglio di dolore grande solo come la loro speranza, e allora fanno finta di credere alle buone intenzioni di quelli che li porteranno dall’altra parte, in quel posto lontano dove quelle speranze affondano le radici, fanno finta perché sanno di consegnare le loro ultime ricchezze a dei delinquenti che potrebbero ammazzarli in qualunque momento del viaggio. Affrontano lo stesso quel viaggio, vivendo in un incubo che si ripete come le onde che si rompono sul vecchio e rumoroso scafo.  Saranno i Marinai, i Finanzieri, i Carabinieri a tirarli su uno per volta, a dare fiato a quella voce che il mare si stava portando via.

L’operazione Mare Nostrum, per chi l’ha fatta, penso sia stata questo e così mi immagino le emozioni di quelle coraggiose persone che lasciano un inferno spesso trovandone un altro.

L’ipocrisia occidentale ha cambiato le parole come se chiamando in un altro modo una tragedia questa possa essere interpretata come una cosa nuova e quindi sia normale non averla ancora risolta: la tragedia dei profughi è diventata quella dei migranti, ma l’invenzione di un neologismo non scioglie gli stretti nodi d’Africa e d’Asia.

Difficile dare ragione a certe persone, anche, come in questo caso, solo tangenzialmente, ma il problema dei profughi (migrante è chi parte per volontà non per disperazione) va risolto laddove nasce, ovvero in quei paesi dove quella che è stata definita primavera è diventata l’occasione per i fondamentalisti per imporre con la violenza le loro idee, dove le speranze di generazioni affamate di sapere e di futuro sono state gelate dall’autoritarismo del potere religioso, dove sono emersi fenomeni agghiaccianti come quelli che le cronache siriane e irachene raccontano.

Sono gli stessi paesi che il nostro mondo occidentale ha un po’ sfruttato e un po’ dimenticato, stupendosi quando questi esplodono in fenomeni di ferocia, talvolta, inaudita. Ci siamo dimenticati i machete del Burundi, le pulizie etniche del Centrafrica e della Nigeria, la violenza del Corno, i muri di Gaza, le bombe di Assad e facciamo finta che non siano da questi orrori che non derivino quelli di casa nostra, quegli angoli di disagio sociale che si fanno sempre più ampi, prodotti da una domanda di ricchezza (intesa come sopravvivenza dignitosa) apparentemente non soddisfabile con le attuali disponibilità economiche.

Sono tragedie come quelle che riempiono le barche di persone senza scrupoli e i centri di accoglienza, se vogliamo definirli così, di paesi impreparati e che, probabilmente, non riuscirebbero mai a esser preparati abbastanza, non per incapacità loro ma per dimensioni del problema, che pesano sulla coscienza di un Continente che pur restando la più grande civiltà dell’Uomo si aggroviglia nei suoi errori, nei suoi conti sbagliati, nelle suo confuso elenco di priorità.

Difficile suggerire una ricetta, difficile anche descrivere un fenomeno di fuga scambiato per emigrazione, ci vogliono studi e analisi ben superiore all’idea che si può fare un qualunque osservatore del mondo, passeggero qualunque di questi tempi come posso essere io.

Resta la consapevolezza che gli errori e gli orrori del sistema economico dominante, schiacciato sul liberismo, stiano facendo danni ugualmente diversi in tutti e tre i mondi in cui è stato arbitrariamente diviso il globo: rivoluzionare quel sistema economico diventa l’imperativo categorico, se non si umanizzano quelle terre martoriate altro non potrà succedere che epocali fughe di disperati verso quei paesi dove c’è ancora spazio, o almeno così appare da fuori.

Sono tantissime le realtà dove il mondo degli emigrati si compenetra con il mondo occidentale, ci sono molte occasioni, per fortuna, in cui quell’incontro è un successo (il mondo universitario ne è un esempio), ma qualche volta i mondi si sfiorano appena e fanno scintille, pensiamo ai malumori di Via Padova a Milano, le tensioni del Sud Italia nella stagione dei raccolti o a quelli di Roma, dove la Capitale universale talvolta si dimentica di esserlo: seppure sia facile accusare d’intolleranza dalla privilegiata posizione del mondo non ancora raggiunto dall’obbligo di mettersi in discussione.

Non sono dell’opinione che il futuro debba essere una ibridazione: resto dell’idea che la ricchezza di una società sia l’essere somma di culture, non sovrapposizione, il rispetto sta, infatti, nel comprendere le ragioni di tutti, ma rispettando regole comuni che penso debbano essere quelle della comunità ospite, quella che, almeno in teoria, ce l’ha già fatta a essere un posto dignitoso: se così non fosse, se le regole corrette fossero state altre sarebbero diverse anche le direzioni dei flussi migratori.

Stiamo, indiscutibilmente, vivendo un periodo storico di passaggio e questa spinta che viene dai paesi in difficoltà non è risolubile con qualche disegno di legge e una presa di posizione dei Ministeri degli Interni, anche per questo va gestita con una attenzione maggiore e una maggiore prudenza, se non con l’umiltà di comprendere che se dal punto di vista sociale l’Europa, specie quella del centronord, è il punto più alto dell’organizzazione sociale, dal punto di vista economico si sta sgretolando venendo divorata dal mostro liberista ingigantito dai numeri impressionanti che caratterizzano i paesi “emergenti” in cui quel sistema fallimentare e distruttore è stato esportato.

Comprendere che è vano, come è immorale, respingere la domanda d’ospitalità delle tante persone in fuga è un passo fondamentale come lo è il rispetto delle regole vigenti da parte degli ospitati, anche se quelle regole, apparentemente, collidono con le proprie convinzioni religiose.

Sono da citare, inoltre, fenomeni di integrazione accettati nei fatti e respinti di facciata, è chiaro a tutti che se non ci fossero le comunità rumene e slave intere realtà rurali non esisterebbero più, ciò non ostante talvolta in quelle realtà sopravvivono desideri di intolleranza poi respinti nei comportamenti di tutti i giorni.

Il cammino dell’accoglienza è lungo e difficile, oltre che irreversibile: va quindi gestito in modo che la coscienza civica che la civiltà europea ha maturato sia strumento di chi ospita e obiettivo di chi è ospitato ed è destinato a diventare europeo seppure con la sua storia e le sue ricche radici culturali.

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