Jobs Act: perche’ parlar male di una buona riforma?

Daniele Borioli (*)

jobsCon il ritorno al Senato, dopo l’approvazione con modifiche alla Camera, siamo arrivati al capitolo finale della vicenda tormentata del Jobs Act: quella riforma delle regole che disciplinano il mercato del lavoro, che tutti da tempo invocano, ma su cui trovare un accordo soddisfacente per le diverse parti sembra davvero la fatica di Sisifo.

Nel momento in cui scrivo questo commento, non so ancora come si concluderà la partita: quasi sicuramente con la fiducia, alla fine gradita anche da quelle componenti del mio Partito, che pur mantenendo riserve sui contenuti del provvedimento, ancorché emendato, avranno nel voto di fiducia un àncora cui affidarsi. Salvo qualche irriducibile, è dunque probabile che il Governo passi indenne al vaglio delle opposizioni interne all’azionista di riferimento, il Partito Democratico.

Il punto di tenuta e di responsabilità, su questo fronte, è alla fine proprio Pierluigi Bersani, che ha sin qui, pur nel contesto di un confronto interno a tratti di estrema durezza, tenuto un atteggiamento di lealtà nei confronti del Governo e del Segretario, anche senza recedere dalle posizioni di merito. La posizione di Bersani, per l’autorevolezza e per l’onestà intellettuale da cui si esprime, ha contenuto e arginato, a mio modo di vedere, il rischio di una deriva scissionista che, senza dubbio, alligna in una parte della sinistra del PD.

Svolgo questa considerazione non per annoiare, a freddo, i lettori sulle dinamiche interne alla galassia democratica, ma per dire con molta schiettezza una mia personale convinzione:  per una parte della minoranza (per una parte, ripeto), il contrasto sul Jobs Act non è mai stato, sin dall’inizio, soprattutto una questione di merito, ma piuttosto l’occasione per saggiare e tentare di modificare i rapporti di forza interni, senza escludere a priori, da parte di alcuni, di cogliere l’occasione per dar vita a una nuova formazione politica della sinistra.

Il fatto che il più duro degli oppositori interni al PD, su questo punto, sia Pippo Civati, con cui si è candidato, ed è stato eletto alle recenti primarie, l’attuale responsabile delle politiche nella segreteria del Partito, Filippo Taddei, mi pare palesemente rivelatrice di questa incongruenza. Giacché mi pare difficile immaginare che un candidato alla segreteria nazionale del partito non si fosse posto, al momento di candidarlo, il problema dell’opinione di uno dei propri più autorevoli uomini di riferimento in materia di lavoro.

La percezione di “abbordabilità” del disegno è stata generata non certo da una valutazione della semplice, possibile sommatoria delle componenti interne allo schieramento politico (minoranza PD, SEL, frange fuoriuscite dal M5S), ma dalla presunzione di poter agganciare il volano della mobilitazione sindacale, in particolare di matrice FIOM, ma più in generale CGIL e oggi anche UIL.

Intendiamoci, quella che sto tentando di restituire è una fotografia di quelle che a me sembrano le dinamiche in atto; non un giudizio morale, che mi pare del tutto fuori luogo nell’analisi dei fatti politici, i quali evocano, caso mai, per l’appunto un giudizio politico.

Voglio perciò parlare brevemente del merito. E su questo tentare di fare un giudizio. Checché ne dica il premier, sono convinto che il Jobs Act, senza i conti da fare con la complicata composizione della maggioranza di Governo e senza il fiato sul collo della pressione europea, avrebbe probabilmente conosciuto un percorso più tranquillo, in grado di evitare la sovraesposizione di temi tanto laceranti sul fronte simbolico, quanto di fatto già svuotati di gran parte della pregnanza concreta, dai provvedimenti varati da Monti.

Mi riferisco all’articolo 18, ovviamente, che ha finito per catalizzare in modo quasi esclusivo la polemica pubblica sull’argomento, e che indubbiamente è stato ed è l’elemento trainante del dibattito, dal quale è scaturita la decisione di due delle grandi organizzazioni sindacali nazionali di dar luogo alla prova di forza estrema: lo sciopero generale.

E questo fatto, di per sé, dice come ormai la politica sia totalmente subalterna alle logiche della comunicazione, che ovviamente costruisce l’agenda in funzione dello scontro, il quale è a sua volta nutrimento primario per il business dell’informazione. Una ragnatela che intrappola inesorabilmente i protagonisti reali, trasformandoli in attori chiamati a giocare il loro ruolo sulla scena mediatica.

Il merito. Con le modifiche introdotte alla Camera sui licenziamenti disciplinari privi di motivazione, i nodi legati alle tutele dell’articolo 18 sono a mio parere sostanzialmente risolti. Ovviamente in relazione a ciò che esso è diventato dopo gli interventi Fornero, rispetto ai quali non ricordo ci siano state così vaste polemiche e mobilitazioni di piazza.

Il paragone, in molti casi avanzato, con la grande battaglia condotta dalla CGIL di Cofferati, nel 2003, è del tutto improprio. Allora l’attacco all’articolo 18 si abbinava a un disegno di smantellamento dei diritti, all’introduzione e alla proliferazione selvaggia delle tipologie contrattuali, all’apertura delle porte del mercato del lavoro a profili di flessibilità, inesorabilmente tradottisi in precarietà.

Il salvataggio a “furor di popolo”, dopo la gigantesca manifestazione del Circo Massimo, dell’istituto di tutela contro i licenziamenti, apparve allora a tutti, sottoscritto compreso, una grande vittoria. Su cui, forse, ci siamo però un po’ tutti adagiati. Al punto da rendere, a distanza di anni, il bilancio di quella vicenda assai meno entusiasmante.

Mentre si confermava la rete dei diritti di chi poteva contare su un posto di lavoro a tempo indeterminato, in un’impresa con più di 15 dipendenti, si manifestava l’afasia della sinistra e dello stesso sindacato rispetto alla folla crescente dei “non garantiti”, per i quali l’assenza stessa di un qualsivoglia riferimento di rappresentanza ha rappresentato e tuttora rappresenta un tratto esistenziale costitutivo.

Nella seconda metà degli anni ’70 del Novecento, l’incapacità della sinistra di dare risposte ai “non garantiti” co-generò una delle pagine più complesse e critiche della nostra vicenda repubblicana. Oggi, per fortuna, la condizioni che portarono allora molti giovani verso le derive della violenza politica o della marginalità sociale, appaiono meno incombenti.

Non per questo, si può dire che la sinistra, anche quando è stata al Governo, abbia saputo avanzare risposte efficaci al problema dell’esclusione di un così vasto fronte di cittadini dal fondamento di cittadinanza sancito dall’articolo 1 della Costituzione.

Letta in questa chiave, la riforma del mercato del lavoro condensata nelle  linee generali del Jobs Act, è una buona riforma. Forse, toglie ancora un po’ di luce a quel simulacro di garanzie che residua nell’articolo 18 post-Fornero, ma apre un nuovo campo di diritti per tutti coloro che, ad oggi, ne sono stati totalmente esclusi.

Traccia un obiettivo: una sola forma contrattuale, a tempo indeterminato e a tutele crescenti. Estende da subito, su base universalistica gli ammortizzatori posti a tutela dei periodi di assenza di lavoro, coinvolgendo in questo anche i cosiddetti co.co.co, oltre, ovviamente, ai lavoratori a tempo determinato e a quelli delle piccole imprese, che accedono alla cassa ordinaria solo se lavorano in imprese con più di 15 dipendenti, e alla cassa in deroga se lavorano in imprese con meno di 15 dipendenti. Cassa in deroga che sappiamo, tuttavia, viene di volta in volta finanziata, e quasi sempre in misura non sufficiente a far fronte alle reali necessità.

Non solo: parte sostanziale del progetto di riforma è la riorganizzazione del sistema delle politiche attive del lavoro e della formazione professionale, improntata sui principi della maggiore integrazione e flessibilità, di un più efficace incontro tra domanda e offerta di lavoro. Superando un gap che contraddistingue in negativo il nostro Paese e concorre, nella crisi, a rendere i suoi effetti sul fronte occupazionale, ancora più devastanti.

Francamente, a fronte del disastro a cui ci hanno portato due decenni di politiche di destra, e a fronte dei non certo entusiasmanti risultati ottenuti dal centrosinistra nei suoi intermittenti periodi di governo, qualificare il Jobs Act come una sorta di capitolazione ultraliberista, può solo derivare da un abbaglio. Che  fa perdere di vista l’evoluzione/involuzione cui il sistema politico e le stesse funzioni della rappresentanza sona andati incontro nell’ultimo ventennio: in una partita in cui si sono confrontate, da un lato (quello del centrodestra) la tensione a smantellare del tutto il tessuto dei diritti, dall’altro (quello del centrosinistra e di una parte del mondo sindacale) la nobile difesa di quel tessuto, stretta però nel “fortino” delle garanzie esistente e incapace di allargarsi a un progetto di nuova edificazione.

Progetto che nel Jobs Act è invece ravvisabile, anche se andrà messo alla prova dei decreti attuativi e, soprattutto, dei fatti. Tra i quali spicca, in primo luogo, l’esigenza di dare progressiva e adeguata copertura finanziaria ai nuovi ammortizzatori sociali. Questione decisiva, sulla quale i dubbi e le perplessità manifestate ancora negli ultimi giorni non possono liquidarsi come “paturnie dei soliti barbottoni” e devono invece trovare incisive e convincenti risposte da parte del Governo.

Una parola, infine, sullo sciopero generale. Nonostante non ne comprenda sino in fondo le motivazioni, soprattutto in raffronto all’atteggiamento tenuto dalle organizzazioni che lo hanno proclamato (tra le quali c’è anche quella alla quale sono tuttora iscritto) in passaggi anche più pesanti avvenuti negli anni recenti: nonostante questo, dicevo, mi auguro che lo sciopero abbia successo.

La ragione è semplice. Io credo ancora nella funzione fondamentale, nell’ambito del nostro sistema democratico, di quelli che sono definiti “corpi intermedi”: unico vero antidoto alle derive mediatico-plebiscitarie verso cui la prepotente ridondanza dell’universo informativo e comunicativo rischiano di spingerci, al di là della nostra stessa volontà e della volontà dei leaders politici che di volta in volta conducono la danza.

E credo anche che in un momento di inevitabili tensioni sociali, collegati alle difficoltà economiche e occupazionali, è vitale per la tenuta del nostro sistema istituzionale democratico che il conflitto si incanali e trovi espressione negli istituti del sindacalismo democratico, e non rischi di andare alla deriva verso esiti che, purtroppo, la nostra Repubblica ha conosciuto nel recente passato.

Su questo, se da un lato condivido il coraggio e la determinazione con cui il Presidente del Consiglio ha deciso di procedere sulla strada della riforma, dall’altro ritengo essenziale che si trovi al più presto la strada per riaprire un canale di dialogo serrato, che abbia il movimento sindacale, auspicabilmente unito, quale protagonista. L’attuazione del Jobs Act sarà inevitabilmente un processo e richiederà il protagonismo di tutte le parti. Al di là delle polemiche aspre di questo periodo, cui certo Renzi non si è sottratto, sono convinto che egli sia il primo ad esserne consapevole.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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