Astensionismo: problema di chi?

Marco Ciani

eleSembra che qualche decennio fa, il noto drammaturgo tedesco Bertolt Brecht ironizzasse sulle parole del segretario generale dell’Unione degli scrittori della DDR. Il gerarca della SED, il partito comunista tedesco/orientale, allo scoppio della rivolta degli operai nel 1953 a Berlino Est avrebbe sostenuto «La classe operaia di Berlino ha tradito la fiducia che il Partito gli aveva riposto: ora dovrà lavorare duro per riguadagnarsela!», al che Brecht avrebbe commentato: «Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo».

Ora, questa frase l’ho sentita citare ieri da un amico con il quale avevo sostenuto che, l’astensionismo alle recenti elezioni regionali (in Emilia Romagna ha votato appena il 37,67% contro il 69,98% delle ultime europee, ed il 44,07% in Calabria) non è un problema di Renzi (che ovviamente preferisce vincere con una grande astensione, piuttosto che perdere con un’alta partecipazione), né nel governo, e più in generale nemmeno dei politici. E’ un problema dei cittadini. Al che il mio amico aveva replicato citando l’aneddoto brechtiano.

Al di là della battuta sagace, che lì per lì aveva fatto sorridere anche me, l’amico in questione trascurava il fatto che la DDR era uno stato totalitario, come tutti i regimi comunisti, e agli elettori non era di conseguenza possibile sovvertire il governo in carica votando per qualcun altro, mentre l’Italia, pur con i suoi mille difetti, è e rimane una democrazia dove l’elettore può scegliere tra una molteplicità di partiti che vanno dall’estrema destra all’estrema sinistra, passando per il centro e perfino attraversando i partiti che incarnano la protesta.

Dopodiché,  se un elettore non fosse soddisfatto può fare molte cose. Per esempio iscriversi ad un partito, quello a lui più vicino o meno distante per posizioni e linea politica, e tentare di modificarlo dall’interno. Può fondarne uno nuovo o contribuire alle miriadi di formazioni che continuamente si propongono come i funghi.

Ricordo qui, un esempio di costanza e perseveranza, da parte di un partito come la Lega, il cui antesignano, la Liga Veneta, conoscevo abbastanza bene per il fatto di essere vissuto nel Nord-Est i primi lustri della mia esistenza. Per molto tempo a partire dalla fine degli anni ’70, con pazienza certosina, la Liga fece propaganda porta a porta e bettola per bettola, spesso incontrando e interloquendo con simpatici e non sempre lucidissimi frequentatori di osterie, per raccogliere alle prime elezioni nelle quali si presentava numeri da prefisso telefonico. Fino ad esplodere con la crisi della Prima Repubblica, nei primi anni ’90. Benché io non abbia mai aderito, né mi sia mai riconosciuto in quel movimento, gli va dato atto di aver conseguito il proprio obiettivo politico con tenacia e determinazione.

Da ultimo, all’elettore deluso rimane sempre aperta, extrema ratio, la strada della scheda bianca.

Per queste ragioni, ormai da anni,  io non sopporto più che ogni volta che in questo benedetto paese si svolgono le elezioni, ogni analisi politica debba obbligatoriamente partire dalla discussione sull’astensionismo, con una gara a chi si indigna di più, stracciandosi le vesti e traendo conseguenze categoriche, che molto raramente, almeno secondo la mia modesta opinione, seguono dalle premesse.

Tra ieri e oggi, ho letto che avrebbero perso Renzi (?!) e Berlusconi, quindi il PD e Forza Italia. Con meno enfasi si sottolinea il flop di Grillo. In molti danno risalto all’avanzata della Lega, frutto anche ma non solo del travaso interno alla destra. E praticamente tutti, in conclusione, intonano la giaculatoria contro i politici, la casta per eccellenza, causa di tutti i mali per definizione e quindi anche dell’astensionismo. Molti di questi giudizi, spacciati da grandi firme del giornalismo come incontrovertibili, a me sembrano veramente dei grandi esercizi di bizantinismo italiota, degno di miglior causa.

Lungi da me voler difendere la classe politica italiana. Tuttavia, mi pare che chi non va a votare, come nel celeberrimo proverbio, è causa del suo mal. Come spera di contrastare costui il malgoverno, che pure vorrebbe probabilmente risolvere o perlomeno ridurre, se non utilizza la principale arma a disposizione, cioè il libero esercizio del voto? E poi, visto che come poc’anzi rammentato, è possibile votare da SEL alla Destra di Storace passando per tutte le gradazioni di posizione immaginabili, è mai possibile che un elettore non trovi all’interno del vasto parterre un’opzione a lui congeniale o perlomeno non completamente indigesta? O dobbiamo sostenere che tutti i politici, di qualunque schieramento e colore, e quali che siano, in aggiunta, le loro caratteristiche individuali, sono proprio tutti uguali, disonesti, in/distinguibili, in/votabili?

Mi sembra, molto francamente, una posizione di comodo. Che dimostra scarsa maturità da parte dell’elettorato. Un posizione qualunquista, che purtroppo molto aiuta a spiegare il perché delle scelte compiute dall’elettorato italiano nel corso degli anni, ed in particolare degli ultimi decenni. Si ha proprio la sensazione di essere “un popolo di rivoluzionari. Ma vogliamo fare le barricate con i mobili degli altri” come avrebbe chiosato Flaiano.

E riguardo poi alle motivazioni per cui la provinciale classe intellettuale italiana (anche voi cari amici siete una casta, e invero piuttosto scadente, anche se vi sentite superiori quando criticate le altre caste, a cominciare da quella dei politici) continua a propinarci i soliti sermoni sull’astensionismo attribuendolo ai nostri governanti, beh l’inveterato vizio di lor signori risiede principalmente nel paternalismo tricolore, frutto a sua volta di tre correnti di pensiero indebolite fino a quasi dissolversi, ma il cui retroterra culturale è, al contrario, ancora assai vivo e vegeto: quella fascista, quella catto/clericale e quella marxista.

Tali visioni, accomunate dalla considerazione del cittadino come un bambino bisognoso di essere guidato, in quanto incapace di badare a se stesso, sono anti/liberali e aborrono la prospettiva per il quale una persona adulta, in grado di intendere e di volere, deve saper badare a se stessa per quanto riguarda la propria capacità politica.

Al contrario, se uno non vuole andare a votare, è libero di farlo. Del resto, fior di paesi democratici (Regno Unito, per esempio) registrano basse percentuali di votanti, in particolare nelle elezioni locali. Ma chi non usa la matita, poi non ha il diritto, a mio parere, di lamentarsi se chi lo governa agisce in modo non conforme alle sue attese. E vorrei citare il Giorgio Gaber che nel canto “La libertà” gioiosamente ammoniva, “la libertà è partecipazione”, lo stesso autore che in un altra divertentissima melodia, “Le elezioni”, terminava con l’immagine emblematica di un elettore che si porta via dal seggio, rubandola, la matita copiativa.

Insomma, gli italiani sono un grande popolo, quando vogliono esserlo, ma sono anche un popolo di originali. Non è pensabile un paese di gente per bene che liberamente elegge dei gaglioffi come propri legislatori. C’è qualcosa che non va. Se poi si volesse risolvere in radice il tema dell’astensionismo, basterebbe introdurre la norma che prevede l’obbligo di votare, non solo il diritto. E se qualcuno non la rispetta, dopo tre assenze ingiustificate, lo si potrebbe sanzionare in qualche modo: con una multa, con la perdita del voto, con l’interdizione dai pubblici uffici, etc.

Qui dobbiamo partire dal presupposto che delle persone, durante la guerra di Liberazione, hanno perso la vita per consentire a noi, che critichiamo i politici dalle nostre comode poltrone guardando i talk-show, di esprimere il voto liberamente. Delle persone si sono sacrificate per la democrazia. Ed è anche per questo che votare è un imperativo categorico, prima che un diritto. Non lo si vuole fare, si abbia almeno il coraggio di tacere. Loro, come i commentatori dei vari giornali, che ci spaccano le scatole ogni volta con la menata dell’astensionismo.

E sì, questa volta ha proprio ragione Brecht. Prima di cambiare i politici, cambiamo il popolo. E, visto che ci siamo, anche gli editorialisti.

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