Divorzio lampo e liquidità del trasformismo

Domenicale Agostino Pietrasanta

fediPersonalmente non penso che qualche mese di separazione d’attesa possa servire di particolare e specifico ripensamento per chi ha deciso di porre fine al proprio matrimonio; e tuttavia un richiamo alla serietà di un rapporto, sulla cui stabilità si era pur fatta una promessa, non mi parrebbe fuori luogo. E quando parlo di serietà e stabilità dei rapporti non mi riferisco solo all’istituto matrimoniale, ma anche alle ormai usuali convivenze per le quali sarebbe il caso di cominciare a sancire dei doveri oltreché ad invocare dei diritti: cosa che i già vituperati DICO prevedevano, con buona pace dei loro detrattori di vario sentire e varia sponda politica.

I media, sia cattolici, sia laici, dopo le notizie sul “divorzio lampo”, di questa esigenza di serio ripensamento sulla stabilità dei rapporti, qualche opinione spesso condivisibile l’hanno espressa; soprattutto hanno rilevato che senza regole di supporto si potrebbero favorire sempre più i matrimoni d’interesse. E, almeno sembra a me, la questione sta a cuore anche ai laici seriamente preoccupati della tenuta sociale dei rapporti; per parte mia, avendo svolto per un breve periodo una funzione di carattere pubblico, mi è successo di celebrare dei matrimoni tra persone divise da quarant’anni d’età che mi davano l’impressione, ancorché non la prova sicura, che non si conoscessero neppure. Ed una cittadinanza all’ospite straniero, dopo il matrimonio con un cittadino italiano, per quanto ottantenne non si nega neppure ad una diciottenne. Col divorzio lampo  questi matrimoni non solo interessati, ma farseschi saranno ancor più favoriti.

Tuttavia non è su questo che vorrei soffermarmi, dal momento che tutti ne hanno parlato. Farei invece, sia pure schematicamente, due osservazioni.

La prima. Stupisce che basti spesso una qualsiasi proposta di emendamento per introdurre in iter legislativo anche la questione più rilevante. Stupisce che certi problemi nascano come “Minerva armata” dal capo di Giove, senza alcun dibattito di natura politica. Sarà pur vero che ogni parlamentare non viene sottoposto a vincoli di mandato, ma l’assenza dei partiti politici si fa ormai troppo vistosa e non si trova un luogo sostitutivo in cui il cittadino possa democraticamente concorrere alla determinazione della politica della nazione; magari va tutto bene, magari fa persino comodo a qualcuno (non a tutti) che si prospettino fiscalizzazioni insostenibili sui ceti medi, magari farà piacere a qualcuno (non a tutti) che si tagli la spesa pubblica, e magari conviene a molti (non a tutti) che si introduca il divorzio lampo. Il problema però sta nel fatto che per queste cose il cittadino non trova più lo spazio per discutere, per ragionare con cognizione di causa; il “partito liquido” può aprire prospettive pur rapide (?) di riforma, ma non sembra risolvere il nodo della dialettica democratica.

E qui mi permetto la seconda osservazione. Forse mi ripeto, ma succede troppo spesso che su semplici proposte di emendamento si coalizzi una maggioranza parlamentare diversa non solo da quella che sostiene il governo, ma anche opposta a quella che potrebbe permettere l’approvazione della stessa norma complessiva di cui l’emendamento è parte; insomma si sta scadendo in una spirale trasformistica, rispetto alla quale il trasformismo di  giolittiana memoria non costituisce che una flebile ombra. Ed il trasformismo potrebbe essere origine di corruzione, di scambi per reciprochi favori, di affarismo clientelare. Peggio. Col trasformismo non si consolidano i ruoli di maggioranza e di opposizione che, fino a soluzioni diverse che personalmente non vedo, costituiscono i poli indispensabili alla dialettica democratica.

Non se ne scappa; a questo siamo giunti. Si fa fatica a capire l’inversione delle parti, si fa difficile intendere quale parte scegliere perché le parti stesse sono tanto “liquide” che si sciolgono come nebbia al sole. In pericolo c’è né più né meno che la democrazia.

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