No al iberismo. Sì alla tutela della genitorialità

Carlo Baviera

polNel dibattito e nelle polemiche che hanno accompagnato le decisioni sulla modifica delle regole del mercato del lavoro, mi hanno colpito osservazioni che evidenziavano che ci si fosse concentrati sugli aspetti delle tutele e dei contratti, e non anche sulla eventualità di pensare alla partecipazione alla gestione delle imprese, né del lavoro come realizzazione della persona e quindi anche delle condizioni di chi lavora, della sua salute, del reddito, ecc.  

Ad esempio un ex sindacalista come Savino Pezzotta osservava che “il vero problema italiano e europeo è quello del lavoro che non lo si può affrontare solo modificando le regole del mercato del lavoro anche se alcune sono necessarie, ma avendo un’idea sociale e non liberista del lavoro”. E a fronte di chi (Fausto Bertinotti) prende atto che il comunismo «Ha fallito» e che bisogna ripartire dalla cultura politica liberale, ribadisce che se si vogliono salvaguardare i diritti e la dignità delle persone oltre che la loro libertà, bisogna partire da una cultura politica di matrice sociale, libera dallo statalismo e dall’economicismo e ispirata dalla Dottrina Sociale della Chiesa che non a caso si definisce <sociale>.

Un altro aspetto su cui fare attenzione (come affermato al Meeting di Rimini di Comunione e liberazione dal Ministro Poletti) è che “Questo paese ha un clamoroso problema che non ha ancora risolto: è il tema della relazione tra lavoro e impresa …Troppa gente pensa ancora che l’impresa sia il posto dove si sfrutta il lavoro, che servono paletti e filo spinato perché se li lasciamo liberi di fare quello che vogliono chissà che combinano”. “In Italia – osserva Pezzotta– le relazioni sindacali hanno cambiato il modello della lotta di classe e della conflittualità permanente e teso verso forme relazionali di tipo partecipativo. Inoltre contrapporre lavoro e impresa significa dimenticare l’art. 1 della Costituzione. Al sottoscritto, da vecchio militante del sindacato, piacerebbe un primo maggio dove si festeggia l’applicazione dell’Art. 46 della Costituzione che recita : <Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende>. Spero che l’annunciata revisione e ammodernamento delle regole sul mercato del lavoro preda in considerazione questo aspetto”.

Perciò è essenziale la questione della partecipazione alla gestione delle imprese, e delle condizioni (diritti) più generali del lavoratore che tengano conto che il lavoro è fonte di dignità delle persone e che va tutelata la salute e la sicurezza oltre allo stipendio e i singoli aspetti contrattuali; anche se oggi è impellente creare lavoro, aumentare la produzione, sviluppare settori che possano assorbire mano d’opera e intelligenze.

Il Ministro Poletti nel discorso al Senato con il quale presentava il Jobs Act (ma perché non usare termini italiani, per le leggi italiane?) riepilogava l’impegno del governo nei seguenti punti:  A) Semplificare e rendere certe le norme, le procedure, i contratti. Semplificare i controlli. L’incertezza è il veleno che uccide gli investimenti. B) Estendere i diritti nel rapporto di lavoro attraverso l’introduzione del contratto a tempo indeterminato o tutele crescenti e l’abolizione e riforme di riforme di contratti precarizzanti. C) Estendere gli ammortizzatori riformandoli e universalizzare le tutele nella disoccupazione. D) Promuovere le politiche attive e costruire una adeguata strumentazione. Rendere attiva e condizionata l’utilizzazione di tutti i sussidi. E) Sostenere la genitorialità, tutelare la maternità.

E  supportava le scelte considerando che il nostro Paese ha perso capacità competitive perché non si è investito nelle leve fondamentali come la scuola e la conoscenza, la ricerca e l’innovazione; favorito o tollerato le rendite grandi e piccole; non premiato il merito, prodotto uno sviluppo abnorme della presenza dello Stato e delle Istituzioni anziché promuovere e premiare l’impegno e la responsabilità dei cittadini; si è lasciato deperire il sistema della giustizia.

“Ad un certo punto, anche sotto la spinta della paura indotta dai grandi cambiamenti epocali che ci hanno investito, abbiamo scelto di difenderci. E la difesa, quando va bene, lascia le cose come sono, e stare fermi in un mondo che corre, non può che portare esiti disastrosi. Il nostro obiettivo è avere un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti che costi meno, e che sia più attrattivo e contenga meno incertezze e, quindi, incentivi l’imprenditore ad investire di più, ad assumere di più e a non utilizzare altre tipologie contrattuali meno tutelanti. Noi non ci limitiamo a lamentarci del fatto che ci sono pochi contratti a tempo indeterminato e troppi precari; noi agiamo per modificare questa situazione!!!”

Attendiamo tutti risultati positivi che dovrebbero derivare dal Decreto successivo alla delega ottenuta dal Governo, per ammodernare le normative relative al lavoro, e verificare come e quanto saranno estese le tutele a tutte le situazioni.

Ciò che è interessante verificare ulteriormente resta l’accenno nel testo della delega che porta una importante scelta a favore della genitorialità (Sostenere la genitorialità, tutelare la maternità). Un aspetto che si spera porti  a superare uno dei gap storici dell’occupazione del nostro Paese, che vede un tasso di attività tra le donne particolarmente basso e sovente un abbandono del lavoro a seguito della maternità. Se si supera concretamente questa situazione, con un cambio culturale nei principi e nei criteri della contrattazione, si sarà fatto un bel passo in avanti molto positivo.

Del resto se si deve e vuole cambiare le regole che attengono agli aspetti riguardanti il lavoro, quello di cui parla il primo articolo della costituzione e su cui si fonda la repubblica democratica italiana, il cambiamento va fatto a 360 gradi, tenendo conto di ogni aspetto e creando i presupposti perché tutti abbiano la possibilità di accedere al lavoro, essere accompagnati nelle difficoltà che possono crearsi, ma anche mantenerlo nei casi sia di malattie che soprattutto di maternità. Non si può obbligare le donne a scegliere tra famiglia e lavoro: anche questo è uno dei punti fissi su cui basare le innovazioni.

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One thought on “No al iberismo. Sì alla tutela della genitorialità

  1. Il grosso problema che, da almeno mezzo secolo a questa parte, affligge gran parte del mondo è aver levato all’Uomo il suo ruolo centrale, tanto che, di fronte all’interesse economico, l’Uomo non conta più nulla o quasi. Il lavoro dell’Uomo non è una merce qualunque, ancorché si tenti di mercificare addirittura l’Uomo medesimo.
    Il mondo non corre da sé, non cambia da sé, ma varia in base alle nostre azioni, ragion per cui è necessario modificare il nostro comportamento e, se necessario, con certi individui particolarmente riluttanti, agire in forza di leggi emanate con la dovuta saggezza, giacché ogni allentamento della libertà comporta il potenziale rischio di sopraffazione di persone – sovente poche – nei confronti di altre ed il fenomeno raggiunge livelli insopportabili di gravità quando i freni si rilasciano nel campo economico, dove si scatenano lupi sempre più famelici, pronti a levare quanto più possibile al prossimo, financo la stessa dignità ed il minimo vitale.

    P. S.: sarebbe interessante sapere perché l’Autore critica, peraltro giustamente, l’uso dell’albionismo “jobs act” per poi far comparire la parola “gap” che costituisce altro albionismo.

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