I veri rami secchi

Angelo Marinoni

ormeLeggendo il termine “rami secchi” la mente di molti lettori corre verso le tante ferrovie ignorate e maltrattate da generazioni di indegne classi dirigenti, invece intendo fare qualche cenno ai veri e enormi rami sacchi di questo Paese e intendo rimarcare una salda indignazione per il progetto di realizzarne altri da parte di un governo che tende a scambiare l’agire con l’azione.

Il riferimento va alle strade e alla autostrade che sono state recentemente realizzate e a quelle che con vari gradi di insensatezza si vogliono realizzare: dal raddoppio al tunnel stradale del Tenda alla autostrada Orte – Mestre, due infrastrutture diverse per grandezza e geografia, ma accomunate non solo dal fatto di essere inutili e costose, ma anche estremamente dannose.

Il termine ramo secco fu promosso da uno dei peggiori ministri dei trasporti della storia di questo angolo d’Europa dai tempi degli Etruschi per descrivere quelle ferrovie il cui utilizzo era troppo basso per giustificarne l’esercizio, ignorando che l’utilizzo dipende dal servizio e che se si offre spazzatura difficilmente la si vende, in particolare ignorando, cosa ancor più grave, la necessità di una politica dei trasporti che si desse un piano e pensasse al futuro del Paese proprio utilizzando quell’immensa e capillare infrastruttura ferroviaria che una cecità intellettuale e progettuale riduceva al ruolo di ramo secco.

Furono chiusi chilometri di ferrovie negli scorsi decenni come in Piemonte pochi anni fa per risparmiare cifre di vari ordini di grandezza inferiori a quelle spese per realizzare e gestire infrastrutture stradali dal basso utilizzo e dagli alti costi di gestione: dalla autostrada Asti – Cuneo alla Brescia-Bergamo-Milano, dalla tangenziale di Nizza Monferrato alla terna di tangenziali di Pioltello.

I costi economici e ambientali di una strada e ancor più di una autostrada sono tali da rendere alto il numero di utenze per giustificarne l’esercizio, ma nessuno conta le auto sulla Asti-Cuneo o sulla Bre-Be-Mi anche perché si addormenterebbe nell’attesa.

Nonostante un’evidente spreco di risorse per la realizzazione e il mantenimento di infrastrutture essenzialmente inutili e dall’impatto ambientale altissimo sia dal punto di vista ecologico e sanitario che dall’alto livello di consumo del territorio non si levano proteste significative e anzi si è particolarmente indulgenti con le classi dirigente che promuovono nuove strade, tangenziali e quant’altro sia utile all’aumentare e spostare un problema che, invece, andrebbe affrontato e eliminato.

Ho già fatto riferimento in “Decreto asfaltaitalia” ai dubbi circa le presunte grandi opere che si intende realizzare e all’aberrante concetto di grande opera pubblica come valvola di sfogo della crisi occupazionale. Vale la pena, ora, fare qualche esempio numerico perché si comprenda come il sistema di comunicazione goebbelsiano sia diventato, più o meno consapevolmente, strumento di quasi tutta la classe dirigente.

La trasversale ferroviaria che volle Giolitti come alternativa padana alla rete fondamentale Venezia – Torino era la Monselice – Mantova – Cremona – Pavia – Alessandria – Bra – Moretta, ferrovia che fu quella di Pavese nel tratto alessandrino e langarolo: oggi questa trasversale giace frammentata in vari rami gestiti da varie amministrazioni, ma il tratto piemontese è, ça va sans dire, chiuso perché non si riescono a trovare gli 8 poi divenuti 11 milioni di euro necessari, secondo il preventivo di RFI, al ripristino all’esercizio della galleria Ghersi in località Neive: in compenso ne ne sono trovati 20 per realizzare una tangenziale di un quartiere di Nizza Monferrato degna di Los Angeles dove una manciata di trattori può sfrecciare a 40 km/h per aggirare l’imponente agglomerato urbano nicese. Ci sono volute varie manifestazioni, un bisticcio internazionale e lo scontro fra un assessore incompetente di una regione (per fortuna sostituito) e uno tenace di un’altra per far promettere al Governo il finanziamento CONDIZIONATO della messa in sicurezza della ferrovia Cuneo – Breil – Ventimiglia/Nice per 38 milioni di euro, mentre il Governo ha ritenuto naturale finanziare un abominio come il raddoppio di una galleria di valico stradale a 1400 metri di quota che favorirà mobilità insostenibile di uomini e di merci anche a quote dove la tutela dell’ambiente si dovrebbe fare più severa.

Il vero mostro che l’opinione pubblica sta ignorando è la costruenda autostrada Orte – Mestre, uno scempio di tali proporzioni da far apparire la TAV valsusina un gioco innocente di monelli alla spiaggia: quasi 400 chilometri di autostrada dall’impatto ambientale senza precedenti durante la costruzione e per gli effetti prodotti dal suo utilizzo: aumento del traffico privato, sostegno alla mobilità delle merci su gomma, inaudito consumo del territorio, oltraggio al paesaggio per chilometri e chilometri. Il costo stimato di questo mostro è di dieci miliardi di euro, una cifra che consentirebbe una gestione svizzera della rete complementare ferroviaria per anni con indubbi benedici per l’ambiente, l’economia sostenibile e l’occupazione.

La rete autostradale italiana si estende già per 6.661 km e rappresenta circa il 10 per cento di quella europea; riporto un passaggio di un articolo di Fabio Balocco comparso sulla versione web del “Fatto quotidiano” esattamente un anno fa: “Orte – Mestre, un danno certo per le finanze pubbliche, ma soprattutto un delitto ambientale di proporzioni gigantesche, denunciato a più riprese dalla Rete Nazionale Stop Or_Me. 396 chilometri di autostrada, 140 chilometri di ponti e viadotti, 64 chilometri di gallerie, 250 tra cavalcavia e sottovie, 83 nuovi svincoli, con un consumo di suolo stimato tra i 600 e i 700 ettari al 90 per cento agricoli. E cantieri aperti in mezza Italia per dieci/quindici anni.”

La sindrome degli anni Sessanta non è ancora finita, e probabilmente finirà prima il territorio di lei se non si avvia subito una legge nazionale sul trasporto che si adegui al libro bianco dei trasporti (http://ec.europa.eu/transport/themes/strategies/doc/ 2011_white_paper/white-paper-illustrated-brochure_it.pdf)  e alla Convenzione delle Alpi (http://www.alpconv.org/it/convention/pages/default.aspx?AspxAutoDetectCookie Support=1).

Il trasporto collettivo, specie ferroviario, e una politica della mobilità che tenda alla riduzione del traffico privato è l’unica strada condivisa e utile alla sopravvivenza del pianeta: un Paese che in un contesto europeo e mondiale che si pone obiettivi come quelli citati che si ostina  a investire delle risorse in nuove autostrade è un Paese destinato a un fallimento epocale dal punto di vista sociale, politico e economico.

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2 thoughts on “I veri rami secchi

  1. Perfettamente d’accordo… solo la superficialità e la violazione o almeno il disinteresse verso i principi costituzionali hanno consentito di ridurre ai minimi termini i servizi che lo stato rendeva alla collettività sino agli anni ’70 e di porre allestire le opere più insensate e distruttrici del territorio.
    S.Strozzi

  2. Analisi lodevole quanto amara; intanto, zitti e cheti, questi malfattori stanno raddoppiando il traforo numero quattro del Fréjus, avendo prima sbandierato ai quattro venti che quella seconda canna sarebbe stata realizzata quale galleria di servizio e di soccorso: indubbio il vantaggio di separare i flussi di traffico nei due sensi di marcia su due canne dedicate, ma questo non farà altro che provocare un aumento del volume del citato traffico. Occorre, in parallelo, potenziare l’infrastruttura ferroviaria, affinché non si verifichi l’indesiderabile, ma quasi certo aumento del traffico stradale, magari con leggi che impongano la costruzione o la miglioria di un certo numero di kilometri di ferrovia per ogni kilometro di viabilità ordinaria costruita o migliorata di classamento.
    Resta da comprendere tuttavia perché molti siano pronti a scendere in piazza contro le ferrovie, mentre non lo facciano mai quando la loro area debba essere attraversata da nuove autostrade, superstrade, tangenziali e via di seguito spropositando.
    In mancanza di un’inversione di tendenza, i veri rami secchi saranno quelli arteriosi e venosi dei nostri corpi!

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