Arridatece Monti?

Dario Fornaro

monEnnesima parafrasi, quanto al titolo, della leggendaria scritta apparsa sui muri di Roma alla fine degli anni quaranta (..prime delusioni, prime nostalgie). Il punto di domanda, a sua volta, servirebbe a scongiurare  l’immediato arrivo di una mattonata prima di qualsivoglia argomentazione.  Sarebbe stato più  aderente, infine, scrivere “un” Monti, ma non suonava bene.

Gli è che questa storia, gonfia di retorica, dei “politici” che urgevano per mandare a casa i “tecnici” (in odore di occupazione abusiva del Governo, in particolare al livello economico-finanziario) non rende ragione del fatto che l’economia italiana, pur ricondotta sotto lo scettro della Grande Politica, continua ad arrancare e a perdere le penne sotto la gragnuola delle impietose statistiche interne e dei confronti internazionali.

Il ribaltamento delle “caste” al potere ha tuttavia comportato un consimile ribaltamento (un cambio di verso?) anche a livello di prospettive e di priorità d’impegno: in una parola, di strategie politiche. E’ ritornata in auge infatti l’antica, consolidata passione per  le “riforme istituzionali”, innalzate alla precedenza assoluta. L’économie suivra, avrebbe detto De Gaulle. Ed è più o meno quello che è successo e vige tutt’ora: l’economia rumoreggia sinistramente oltre le finestre, ma ai “Nazareni” si giocano altre ovattate partite. Secondo l’assunto, ultrapolitico, secondo cui aggiustando e modernizzando in primis la macchina istituzionale, trarrà ampio orientamento e incoraggiamento il quadro dei necessari interventi   sull’economia, la produzione, il lavoro e, in una parola, il posizionamento internazionale del nostro Paese.

Ovviamente non si tratta di un generale rinvio a tempi migliori; i problemi  economici, frammisti fortemente a quelli sociali, urgono alle porte e interventi (o annunci d’intervento) vengono prodotti a ritmo elevato senza che, peraltro, dal loro  confuso insieme sia agevole dedurre un  codice di criteri, ovvero una strategia di politica economica, possibilmente  verificata a livello europeo.  Monti era stato chiamato perché mettesse la sua professionalità e il suo prestigio internazionale al servizio di un dialogo costruttivo con le Istituzioni europee, e sovranazionali in genere, e per un certo tempo  questa “risorsa” ha funzionato a dovere. Poi, nell’agone quotidiano,  questa sua “alta entratura”  gli è stata via via ritorta contro  nel senso di  alata subordinazione ai dettami degli Altissimi in materia di vincoli e parametri economici europei, con annessi sacrifici, per noi, di allineamento. E, alla fine, assieme a tanti altri eventi della cucina politica, è maturato il congedo del Senatore .

Pensiero  alternativo, maturato specialmente dopo la parentesi Letta: con l’Europa ce la vedremo  diversamente. Cercheremo di riproporre, col sorriso o col muso duro (?), la primazia della politica sull’economia e, con la politica, la pari dignità dei Paesi fondatori (o tutti maestri, o tutti scolari). In  pratica una nuova flessibilità, d’ordine superiore, che moderi il rigore economico dei “compiti a casa” per i meno dotati.  Esito da propiziare anche attraverso il semestre di presidenza italiana. I lavori sono ancora in corso mentre si approssimano scadenze decisive, e non sono del pari dissipate le preoccupazioni che, spiccioli a parte, finisca per noi secondo il noto aforisma: ce ne hanno date, ma  gliene abbiamo dette!

Dunque, strategia politica abbastanza definita a fronte di una strategia economica abbastanza nebulosa. Monti, per qualità personali e condizioni di contesto, viveva grosso modo una situazione inversa: non aveva né millantava carattere di condottiero, ma rendeva  noti quotidianamente gli indirizzi economico-finanziari entro i quali – condivisi o meno dall’arena parlamentare, confortati o meno dall’opinione pubblica – intendeva muovere, con la possibile coerenza, il suo governo di “nominati”.  Oggi che l’economia non riprende (la produzione ristagna, il lavoro si sfrangia, il welfare declina, il fabbisogno pubblico non quadra e il fisco si muove di conseguenza),  la coperta delle risorse  non solo resta stretta, ma, in quanto politica economica, si presenta come un “patchwork” di tessuti (tasselli) multicolori/multifunzione, del  quale si percepisce un’estetica, eventualmente elettorale, ma difficilmente  una logica economica  prospettica. E tutto il Paese ne è condizionato e  restituisce, dal canto suo, in un tripudio di polemiche, confuse istanze alle Istituzioni. Di nuovo con la fantasia al potere (e la realtà in soffitta)?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...