L’inutile strage, la Chiesa e la guerra

Domenicale Agostino Pietrasanta

primaLa scelta è assolutamente condivisibile; il richiamo ed il ricordo degli eventi storici quando superi la celebrazione istituzionale, può servire ad una pacata riflessione sulle ragioni che li hanno determinati e sulle conseguenze che ne sono derivate. Per questo mi sembra di dover segnalare l’iniziativa di “Cultura e sviluppo” nel centenario della prima guerra mondiale; nel contempo, mi pare opportuna la decisione di approfondire le valutazioni della Chiesa sui conflitti che hanno marcato la storia contemporanea.

La questione attiene la complessa dinamica del pensiero magisteriale sulla guerra, pensiero che attraversa varie fasi, sicuramente condizionate dal contesto, ma anche legate ad alcuni innegabili valori di riferimento. Per schematismo di procedimento proporrei almeno tre passaggi che si sono susseguiti tra il XIX ed il XX secolo, fino ad arrivare ai giorni nostri.

In una prima fase si è trattato di trovare una giustificazione alla guerra, identificando la possibilità di una “guerra giusta”. Benché non sia mancata, da parte della Chiesa e nel corso del tempo, qualche attenzione alle ragioni dei popoli di tradizione cattolica, la dottrina ha prevalentemente collegato la “guerra giusta” alla reazione di difesa nei confronti degli attacchi offensivi ed ingiustificati.

In una fase successiva, all’incirca all’inizio del secolo scorso, si sono valutate le conseguenze dei conflitti sulle popolazioni civili:  il loro evidente e sempre più largo coinvolgimento ha determinato una riflessione molto più preoccupata ed attenta. La stessa “Civiltà Cattolica”, la ben conosciuta rivista della Compagnia di Gesù, le cui bozze vengono puntualmente e preventivamente sottoposte al giudizio della S. Sede, ha espresso, ancor prima della  guerra mondiale, forti riserve sulla legittimità, in quanto tale, di qualunque guerra. La fase marca parecchie ambivalenze presenti nello stesso dibattito cattolico. Alla vigilia della “Grande Guerra” i vertici della S. Sede si dichiararono contrari ad ogni iniziativa di conflitto; tuttavia alcuni ambienti cattolici soprattutto di orientamento anti/totalitario si schierarono con l’”interventismo democratico”, in considerazione delle possibili conseguenze di un consolidamento degli imperi centrali e del loro incombente militarismo. Nel corso del conflitto la contrarietà dei vertici ecclesiastici ed in particolare di Benedetto XV si esprime in termini di condanna radicale, proprio in considerazione della strage delle popolazioni indifese e comunque incolpevoli.

Da questa condanna radicale (“la guerra inutile strage”) deriverà un cospicuo magistero sulla pace la cui valutazione ci poterebbe ben oltre i limiti dell’intervento che mi permetto di proporre. Sta di fatto però che, dopo la prima guerra mondiale, la tesi “guerra giusta” viene del tutto abbandonata dalla Chiesa. Si ripropone in vari segmenti di questa fase, soprattutto da parte di alcune indicazioni omiletiche, l’idea di “guerra castigo di Dio”. Il topos è di derivazione biblica, ma, per quanto appaia ostico alla mentalità contemporanea, poneva certamente grossi problemi alla ideologia totalitaria ed all’esaltazione dell’imperialismo nazionalistico.

Le vicende che portarono alla seconda guerra mondiale, videro la Chiesa compatta nella difesa della pace. Pio XII, forse fidandosi fin troppo dell’iniziativa diplomatica, ne mise al servizio della pace tutte le energie possibili. In ogni caso la condanna della guerra diventa, in materia, l’esclusiva scelta del magistero.

Dalle condizioni connesse agli eventi bellici mondiali e grazie ad una riflessione maturata nelle più diverse presenze ecclesiali ed anche nel contesto degli armamenti nucleari, si arriva a quella che chiamerei una terza ed ultima fase: la dichiarazione della irragionevolezza della guerra con la “Pacem in Terris” di papa Giovanni. Il riconoscimento dei diritti universali della persona e la valutazione dei segni dei tempi in positivo, specifica del pontificato roncalliano, portano a dichiarare che la guerra è “contraria a ragione”.

Le successive tappe rafforzano questa, per ora definitiva, acquisizione; parziali riserve su possibili “interventi umanitari” non determinano sostanziali cambiamenti di pensiero sulla irragionevolezza dei conflitti, come soluzione delle controversie internazionali.

Sono consapevole della ben più ampia trattazione suggerita dallo schema proposto; in ogni caso, la scelta di affrontare il problema introduce decisamente ad una cultura della pace.

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