Violenza in piazza, debolezza d’Europa

Domenicale Agostino Pietrasanta

lanScontata la condanna della violenza, si rende aspra la polemica sulle cause che la determinano; in verità non è bello vedere degli operai manganellati dalla polizia mentre fanno presente all’opinione pubblica la precarietà del loro posto di lavoro, ma l’episodio ed il rischio di altri, e magari più tragici eventi nel futuro, meritano qualche riflessione a freddo.

Sicuramente una più cospicua professionalità potrebbe aiutare, tanto da parte di una polizia che, messa alle strette dai fatti, finisce per reagire con eccesso, quanto da parte di molti responsabili. Si tratta di una responsabilità che chiama in causa più soggetti: dalla scuola che dovrebbe operare per una formazione generale alla tolleranza, ad una magistratura che potrebbe offrire un’immagine rigorosa del proprio ruolo; quando troppo spesso si ribaltano le sentenze, l’opinione pubblica, a torto o a ragione, finisce per osservare stupita, invece di pensare che i vari gradi di giudizio costituiscono, com’è ovvio, una garanzia per il cittadino. E così via.

Ora, a mio modesto parere, la responsabilità è in capo a ciascuno di noi, cittadini di una nazione, ma si realizza in parallelo alla promozione del merito; e questo è un “cibo” duro da digerire, soprattutto da parte di chi, confonde il privilegio col merito, con l’esiziale risultato che , bene spesso si promuovono ai posti di responsabilità i più “supportati” anziché i “capaci e meritevoli” a rigor di Carta costituzionale. E qui chi è senza peccato segua le indicazioni evangeliche; una di quelle indicazioni su cui, anche chi non condivide alcune fede dovrebbe meditare

Va da sé che c’è ben altro da osservare ed io mi limito ad aggiungere poche annotazioni. Intanto mi sembra sacrosanto che tutti abbassino i toni e che le varie parti riconoscono il relativo ruolo delle loro controparti. Mi sembra giusto che il sindacato rivendichi le proprie competenze di rappresentanza dei lavoratori e mi sembra ingiusto e surrettizio che qualcuno ne tenti la delegittimazione, ma il sindacato fa molto male ad accusare la controparte di rappresentare i poteri forti senza adeguate valutazioni nel merito; la forte battuta retorica aiuta il consenso e talora facilita la socializzazione delle masse, ma si tratta di operazione ben conosciuta alle scelte autoritarie, sulle quali il sindacato non cerca certamente omologazione (Deus avertat!). Il sindacato però è anche in grado, ne sono sicuro, di ripensare alla propria storia, nel parecchio di bene, ma anche in qualcosa di male, come quando ha difeso i fannulloni, ma molto di più quando ha procrastinato le riforme all’infinito, con lo strumento, in sé positivo, della concertazione. Troppe volte ci si è incartati nella difesa del superato, anziché proporre i percorsi del futuro; ed ora non manca (purtroppo!) chi guarda con indifferenza, quando non si tratti di benevolenza, ad  una delegittimazione pericolosa.

L’atmosfera che ne consegue è preoccupante. Viene a mancare un polo del confronto dialettico che costituisce il sale della democrazia e mi preoccupa per gli scenari che anche il premier sta provocando. Certo, Renzi ha ragione a dire che le leggi le fa il Parlamento, ma se fosse vero, ciò che si va denunciando, che il suo progetto è quello di prendere voti al centro/destra per compattare un “partito nazionale” mi preoccuperei non poco. Un simile obiettivo finirebbe per stroncare il confronto politico perché lo priverebbe di controparti in dialettica iniziativa: sarebbe un vulnus alla democrazia ancor più grave della delegittimazione del sindacato. Non mi turba il fatto che si ricorra all’attributo “nazionale”, mi allarma invece che si possa determinare una forza politica senza controparti, se non residuali partiti radicali, fin troppo deboli per un’opposizioni fisiologica.

Eppure su tutto questo, rimane la più temibili delle condizioni: la debolezza e la contraddittorietà dell’Europa. Tutti hanno rilevato che sono state le regole europee a determinare la deriva degli stabilimenti di Terni, la deriva che ha dato corso ai ben noti atti di violenza; ed infatti da Bruxelles è venuto il veto alla vendita di tali stabilimenti ai finlandesi per paura che il loro gruppo “Outokumpu” assumesse una posizione dominante e la mancata operazione che ne è derivata ha provocato il possibile collasso. Siamo a fronte di regole surclassate dalle nuove condizioni globali: piaccia o no ne dobbiamo prendere atto. E l’Europa procede con mille contraddizioni.

Il fatto è che l’Europa non ha ancora raccolto la sfida della globalizzazione; solo unita è in grado di far fronte ad una concorrenza globale. Invece si attarda a cercare le contraddizioni dei suoi Stati, si inalbera a sottolineare inadempienze che sono superate dagli eventi, si balocca nelle proprie istanze nazionalistiche, sacrosante nei tempi passati da parecchi decenni. E solo per fare un esempio: mi sembra censurabile e scandaloso che si addossi all’Italia, da alcune teste d’uovo tanto europee, quanto italiane (!), la responsabilità dei rifugiati che sfuggono alla miseria, alla persecuzione ed alla fame; per una volta tanto c’è da essere orgogliosi di essere italiani dal momento che con “mare nostrum” si sono salvate circa centomila persone. Ora, con l’interruzione del progetto, non si interromperanno le fughe, si interromperà il flusso perché ci saranno migliaia e centinaia di migliaia di morti affogati in più.

Questa è la situazione e con essa bisognerà fare i conti; conti che potrebbero tornare solo se si facesse il passo della federazione. Un passo che necessiterebbe di statisti veri; abbiamo solo, quando vada bene, qualche onesto tattico della politica e delle resistenze nazionalistiche.

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