Liberi per…

Andrea Zoanni

lib(Pubblichiamo un intervento di Andrea Zoanni alla “Due Giorni Giovani” di questo week end, organizzato dalla Diocesi di Como, sul tema “Liberi per…”. Il contributo è centrato sull’esperienza del Progetto San Francesco; l’autore riprende anche alcuni pezzi di articoli già pubblicati, per invitare ad una libera scelta che un giovane deve tendere a compiere. Pur trattandosi di un evento locale della provincia di Como presenta come punto in comune con la zona di Alessandria il problema  della criminalità organizzata, di marca prevalentemente ‘ndranghetista, che ormai permea, purtroppo, entrambi i territori provinciali).

Cari ragazzi, benvenuti e buongiorno a voi. Grazie per essere qui. Un grazie sincero anche agli organizzatori per l’invito a questo importante appuntamento diocesano. E’ una “Due Giorni Giovani” con un titolo particolarmente impegnativo: “LIBERI PER…”.

Dopo il pomeriggio e la serata trascorsa insieme, tra il palazzetto dello sport e la Fraternità Francescana, siamo giunti agli approfondimenti sui temi della libertà negata, della responsabilità, della scelta di vita: a me spetta il compito di ragionare sul primo, la “libertà negata”.

Libertà è una parola meravigliosa. Potremmo declinarla, per esempio, come “la condizione per cui un individuo pensa si esprime e agisce senza costrizioni, ideando e compiendo azioni, ricorrendo ad una libera scelta dei fini e degli strumenti che ritiene utili allo scopo prefissato”.

“Liberi per…”, dunque. E la preposizione per… apre all’infinito.

Oggi voi siete qui perché “vi hanno chiamato e siete venuti”. Richiamo questa affermazione, parafrasando un papa fatto santo da poco tempo, convinto che la vostra presenza sia una presenza libera.

Purtroppo, il più della volte ogni azione svolta non richiama questo schema e l’azione precipita quando abbiamo a che fare con chi usa la sua libertà contro il prossimo, o peggio, quando siamo noi ad agire così.

Karl Jaspers direbbe “Io sono quando scelgo e, se non sono, non scelgo”, affermando un concetto di libertà intesa non come “mezzo per l’esistenza” ma “esistenza stessa”.

Mi chiamo Andrea, ho superato la cinquantina da poco e abito in un comune limitrofo, più o meno a tre chilometri da questo oratorio. Ho una famiglia, lavoro in una azienda di credito e mi occupo di sindacato. Vado in bici rigorosamente su strada e mi occupo di volley femminile.

Sono tra i soci fondatori del “Centro Studi Sociali contro le mafie Progetto San Francesco”, con sede in questo paese della bassa comasca, Cermenate, in via Di Vittorio 10, in una casetta ristrutturata con un nostro progetto, ora a disposizione della cittadinanza e di tutte le persone di buona volontà.

Questa casetta fu confiscata alla ‘ndrangheta nel 2007. Pensando alla dizione di libertà sopra richiamata, noi abbiamo agito proprio in libertà, riportando l’edificio “dal bene confiscato al bene comune”.

Proprio in questi giorni si sta definendo con la regia dell’amministrazione comunale un regolamento per l’apertura e l’utilizzo giornaliero del bene da parte delle associazioni presenti sul territorio comunale, che a turni garantiranno anche la manutenzione dell’edificio.

Come PSF abbiamo intenzione di approntare, nel giorno assegnato, un ciclo di incontri proiettando film, documentari e testimonianze, con un piccolo dibattito finale. Successivamente, altro è in cantiere.

Non è stato facile, per l’impegno economico volontario di molti e per una serie di episodi e manifestazioni che non rispettando gli impegni presi hanno ritardato l’esecuzione dei lavori: non era buona cosa contribuire all’impresa. Perché di impresa si è trattato, grazie soprattutto a chi, abitando in questo paese, ma anche in quelli limitrofi, ha tenacemente dedicato le proprie energie per la buona riuscita di questa avventura.

L’edificio è intitolato alla memoria di Giorgio Ambrosoli, della cui storia vi invito ad interessarvi e non solo con la mini serie televisiva in onda proprio in questi giorni. Fu esempio più alto di virtù civile, di sacrificio e di coerenza pagata con la vita.

Cos’è il Progetto San Francesco? E’ un’associazione di promozione sociale, un centro studi, un movimento culturale e popolare a sostegno del sindacato, della contrattazione, della responsabilità sociale e del contrasto alle mafie all’interno del mondo del lavoro.

Pensiamo a un protocollo per rinforzare le relazioni del sindacato con le prefetture, le questure e i differenti uffici del governo del territorio coinvolti nella prevenzione e nella sicurezza dei luoghi di lavoro, nel welfare territoriale e nelle scelte politiche per uno sviluppo sostenibile.

Abbiamo a cuore la coesione sociale del territorio, per contrastare i ricatti criminali e la frammentazione della comunità e del mondo del lavoro. Nello specifico, crediamo che tale frammentazione concorra al rischio di penetrazione degli interessi criminali nell’economia sana e nella comunità civile.

Perché il Progetto San Francesco? Un poco per intenzione, un poco per caso, una sede simbolica e non solo: se la preghiera rinchiude molto simbolismo, anche per Baudelaire nella sua lirica più famosa “l’uomo passa per foreste di simboli”.

Ma soprattutto è un laboratorio di idee, fatto di uomini e donne accortesi, nello svolgimento delle proprie mansioni lavorative quotidiane, che certi fenomeni negatori della libertà avevano bisogno, per essere contrastati, di ulteriori iniziative generate proprio all’interno del mondo del lavoro.

Attraverso la formazione permanente e la collaborazione con tutti i protagonisti sociali, il Centro Studi promuove la cultura della giustizia e della lotta alle mafie come strumento strategico per la costruzione di un welfare della legalità.

Siamo attivi nella costante promozione culturale della responsabilità sociale contro le mafie intesa come responsabilità di tutti i soggetti, grazie ad una rete di sostenitori come, per esempio, magistrati, professori, giornalisti, scrittori, economisti, imprenditori e sindaci. Ognuno faccia qualcosa è il nostro motto.

E non è un caso che i principali sostenitori del Progetto siano semplici lavoratori dell’edilizia e del settore finanziario che nel quotidiano affrontano temi per i quali esistono rischi intrinsechi sul lavoro e precise norme di applicazione. Anche per quest’ultima ragione, il PSF è presente attivamente anche in altre regioni d’Italia, in particolare Liguria e Toscana.

Guardatevi intorno, pensate all’Expo, al Mose, alla TAV, ad ogni altra grande o piccola opera in programma, vicina e lontana. Tutte dai costi enormemente più alti rispetto ai paesi europei con i quali vogliamo competere. Non è una percezione o un luogo comune, vi sono ricerche universitarie molto ben costruite che lo dimostrano in modo inequivocabile. Qui partono i veri mali italiani e qui si trova il tesoretto economico che non si vuole scalfire. Sono 60 miliardi il costo della corruzione, 120 miliardi il peso dell’evasione fiscale. Pensate, appunto, al denaro riciclato, ai paradisi fiscali, alla corruzione, al sommerso.

Se Manzoni scrisse dei Bravi e dell’Innominato, allora la corruzione non è un affare solo meridionale, mi viene da dire. Il sindaco di Milano, nel 2009 affermò: “da noi certe cose non si fanno.” A luglio 2010 arrestarono il direttore sanitario del San Matteo di Pavia che disse: ”eravamo i capi della ’ndrangheta locale”.

Pensate anche al potere, quello vero. Michele Sindona (se non sapete chi sia stato è davvero obbligatorio come educazione storico culturale conoscere la vita di Ambrosoli) sosteneva: “Il potere non è una cosa che ha una geografia. Il potere reale è il denaro, che non vuole fare carriera ma può comprare cose e persone.”

Dunque un potere senza confini geografici. Il potere politico è limitato dai confini degli stati, il potere finanziario no. Quando sentiamo parlare nel quotidiano della politica subalterna alla finanza ricordiamoci delle parole di Sindona.

Ciò non significa che tutto sia crimine organizzato. Ricordo quando, nel maggio 2012, il barbaro e mortale attentato davanti la scuola brindisina dedicata ai coniugi Falcone, premiata per l’impegno culturale dimostrato nei confronti del tema malavitoso, venne frettolosamente bollato come rivalsa di quel sistema.

Allora dissi, per quanto appreso in tempi di prossimità a questi temi, che “un’organizzazione criminale di stampo mafioso vive di vicinanza delle istituzioni e di strisciante consenso popolare”. Per cui, catalogando prematuramente in tale modo il vile attentato si sarebbe ottenuto, in caso di smentita, di farsi dire “eccoli quelli che tirano in ballo sempre la mafia”. Così avvenne.

Ma l’eccezione conferma la regola. E la regola, la realtà, dice che in Lombardia abbiamo più di 1.200 beni confiscati in costante aumento. Dividendo la superficie della regione con il numero dei beni otteniamo lo sbalorditivo dato di un bene ogni 20 km quadrati circa. Un rettangolo inferiore a 5 per 4 chilometri. Se poi tenete conto che nel 43% del territorio montagnoso lombardo vi abita solo il 13% della popolazione, potete comprendere quanto sia maggiore la densità nella restante superficie regionale. Ove noi siamo.

La ‘ndrangheta a Como esiste da 40 anni. E’ una notizia che per gli addetti ai lavori non fa notizia. Ma ormai è di dominio pubblico, sono prove provate da sentenze emesse dai tribunali. Fu Giovanni Falcone ad intuire quanto fosse importante seguire la pista del denaro. Infatti lui amava dire: “fate buona economia”.

Il 12 settembre 2013 un incendio doloso distrusse il garden Botanic di Vertemate, situato a poco più di due km da qui. Tutto lascia pensare al racket florovivaistico internazionale, come noto molto fiorente in Italia. Nello stesso periodo altri negozi più piccoli del medesimo tenore merceologico vennero presi di mira.

Con decorrenza fine 2014, l’azienda Botanic Italia cesserà di esistere, perché casa madre francese chiuderà tutti i suoi garden in Italia. Abbandonando il nostro paese, centinaia di persone si troveranno senza lavoro: non tutti riusciranno ad avere la possibilità di una nuova occupazione.

Dell’episodio trovate ancora filmati su youtube, ma provate immaginare lo spavento e la preoccupazione dell’ignoto nell’essere svegliati alle 5 e 30 del mattino da una serie di esplosioni che fanno tremare i vetri e i muri di casa. Provate immaginare i pensieri che attraversano la mente nel vedere cadere dal cielo la cenere insieme ad una sostanza giallastra gelatinosa, rivelatasi i residui dell’innesco. Provate immaginare il senso di impotenza nel trovarsi di fronte una montagna di fumo nero e un muro di fuoco. Tutto questo a 300 metri da casa.

Che fareste? Prendendo in prestito uno dei tanti moniti di papa Francesco, direste “e a me che importa?“ Spero di no. Non servono eroi, serve gente di buona volontà armata di coraggio che dedichi a certi temi un poco del suo tempo libero.

Perché alla fine, ridotta all’osso, è una questione culturale che per essere estirpata, o comunque ridotta, necessita di moltissimo tempo. C’è la necessità di colmare questo vuoto di conoscenza e di comprensione dei fenomeni. “Nessuno si giri dall’altra parte”, afferma il giornalista specializzato Lionello Mancini, ”la parola chiave diventa responsabilità”.

Ho fatto stampare per tutti voi alcune copertine di libri interessanti e alcuni specifici articoli che danno anche la dimensione del fenomeno criminale. Io vi invito a leggerli attentamente, iniziando a conoscere, per poi comprendere ed infine socializzare. Sul pezzo (come dicono i giornalisti) potremmo starci ore ed ore, farci una settimana di lezione, con tanto di testimonianze dirette e discussioni. E questo per un allineamento rispetto a certi luoghi comuni figli del perbenismo e dell’ignoranza.

MI permetto di indicarvi tra quelli la lectio magistralis del Presedente del Senato Pietro Grasso, tenuta il 29 settembre scorso all’ISPI di Milano. E’ formazione pura, afflato morale e ricchezza di contenuti, un salto di qualità nella conoscenza. Negli allegati avete il link di youtube.

“L’organizzazione criminale è pericolosa solo per il fatto di esistere, indipendentemente dalle azioni commesse”. Questo uno dei passaggi più efficaci, ricordando quanto essa droghi il mercato, togliendo di fatto libertà a chiunque, pena la sua cancellazione fisica. E ancora: “La società ha bisogno di essere eticamente legittimata”.

Repressione da parte delle forze dell’ordine, potenziamento della cultura della legalità (anche nei piccoli gesti quotidiani) e sviluppo economico. Repressione, cultura, sviluppo. Pensate a quei territori nazionali ove trae radice un certo crimine organizzato. Diciamocelo: la ‘ndrangheta e la regione Calabria, non è forse quello il territorio meno sviluppato e più povero d’Europa? Ci sarà un perché.

In uno dei libri consigliati trovate scritto: “Non c’è alcun pezzo di società che possa dirsi impermeabile al contagio mafioso: tutti sono esposti al virus criminale, (…) questo non significa che tutta la società è contagiata, significa che è tutta esposta al rischio contagio.” (Pignatone e Prestipino, Il Contagio, ed. Laterza)

Sempre nello stesso libro: “In una città dove si dice che tutti si conoscono e che le cose si sanno, sarebbe un gesto rivoluzionario rifiutarsi di stringere la mano a certa gente. Intendo quelle persone che, se arrestate per reati di mafia, vengono accompagnate da un’alzata di spalle: ma tutti lo sapevano”.

Questo è lo snodo culturale per antonomasia. Al crimine organizzato da fastidio l’isolamento dalle istituzioni e dalla società civile. Ma istituzioni e società civile devono dare alla potenziale preda del malaffare una credibile e prospettica alternativa di sopravvivenza, perché nella crisi aumenta la possibilità di questo abbraccio mortale.

Per dirla in altro modo, il rifiutarsi di stringere la mano a certa gente “è la sanzione sociale” proposta da Luigi Zingales come “la vera cura per l’Italia”. Significa essere consapevoli che chi ruba è un ladro e non un furbo. Ma i ladri sempre ci saranno, come i corruttori. Tutta gente che si presenta in modo impeccabile.

Già Heidegger lo ripeteva: “l’ovvio è nemico del vero”. Da questo punto di vista bisognerebbe avere il coraggio e la pazienza di interrogarsi ogni volta sempre da capo su termini e concetti che si rischia di considerare come del tutto evidenti e di conseguenza non meritevoli di alcun supplemento d’indagine. Ma questo discernimento è tutt’altro che qualcosa di semplice. Come fare? Bisognerebbe mettere in campo quell’atteggiamento che molti chiamano bene relazionale, il cui ingrediente principale è la reciprocità. E’ uno sforzo non di poco conto e forse quasi impossibile perché non esiste legge che possa produrre uomini intelligenti e buoni.

Bisognerebbe riflettere ma è oltremodo difficile, nella riflessione non si esprimono le proprie opinioni. Bisognerebbe anche evitare sia quell’idealismo che proietta sulla realtà i propri fantasmi, sia quell’eccesso di realismo che rischia di trasformarsi in cinismo. Bisognerebbe dare all’altro una buona ragione per ascoltarti.

Dopo di che, per cogliere il bene è necessario vederlo, perché il bene non ha il vezzo di farsi vedere. Ma non si vede solo con gli occhi. Per esempio i politici, vecchi e nuovi, che parlano in modo finto, sono dei vedenti ciechi. Come a volte lo siamo anche noi, per un emulazione errata. Il mio professore di Religione delle scuole superiori sosteneva che “l’attenzione è una forma naturale di preghiera”. Aveva ragione. Lo diceva anche per tenerci buoni, erano gli anni del delitto Moro, tanto per intenderci. Però ci invitava a riflettere e subito dopo a decidere.

Secondo lui il vero miracolo di Gubbio non fu la conversione del lupo ma del popolo, che credette possibile lottare col lupo non più con armi per insanguinare, ma con cibo per donare. Affascinante miracolo, appunto. Ci spronava a compiere atti buoni senza pensare al Paradiso, del quale ridendo sosteneva che sarebbe venuto da sé, nel caso ci fosse stato.

Ma nella realtà quotidiana ho la sensazione che in maggior parte dei casi l’uomo sia contento di scegliere il male, noi siamo attratti dalle nostre colpe. E passando da lupo a lupo, da miracolo a favola per bambini, ovvero per adulti, come mai il lupo non mangia subito cappuccetto rosso quando lo vede? Perché il lupo sa che cappuccetto rosso vuole farsi trovare da lui, che è la vita, la vita che noi scegliamo. Infatti parlano, si raccontano, fanno amicizia. E vanno dalla nonna per mangiarsela.

Non è l’esistenza del lupo il male, a noi il male piace. E il cacciatore non può uccidere il lupo perché il lupo non può essere ucciso. Nella vita, la legge più seguita è la legge del lupo: “fatti strada, figlio mio!” Noi possiamo solo fare una grande ma difficile cosa: non scegliere il lupo, starne alla larga. Così si diventa uomini, perché non si nasce uomini, lo si diventa col tempo.

Vi ricordate la parabola del seminatore? Evidenzia quanto sia importante il terreno su cui semina il contadino, perché ogni seme preferisce una determinata composizione di terreno. Non basta dunque avere buoni semi, serve anche il terreno adatto affinché il seme possa germogliare.
Su internet circolano alcuni giochi bizzarri ma simpatici che ti chiedono, per esempio, quale animale sei, o quale pianeta sei, oppure che colore sei, di che città sei, quale mestiere fai, oppure altre cose del genere. Poi tu rispondi ad alcune domande, alle volte poco comprensibili e sulla base di ciò ti viene data la soluzione.
Vorrei suggerirvi un’aggiunta a questo gioco. Domandiamoci che terreno siamo e quale seme può essere seminato e ben germogliare in noi. Se siamo il terreno della gioia o della tristezza, dell’aiuto o del menefreghismo, dell’amore o dell’odio, della riconciliazione o della divisione, e via discorrendo.

Proviamo giocare così, senza timore. Facciamolo la sera, dopo una lunga e faticosa giornata, oppure al mattino, come proponimento. Domandiamoci se siamo predisposti ad infondere tristezza o gioia, menefreghismo od aiuto, odio o amore, divisione o riconciliazione, legalità o malaffare, vita o morte.
In questo modo, ognuno di noi è libero di scegliere. Ma questo, a differenza degli altri, è un gioco importante, perché vero.

Vorrei fare un appello finale. Consapevoli della radicale mutazione sociale determinata dalla crisi, occorre un nuovo slancio culturale per fare fronte agli impegni e alle urgenze  che anche il Centro Studi Sociali contro le mafie Progetto San Francesco necessariamente vive.

Una crisi sociale che non solo investe il prodotto e la struttura economica del Paese Italia, ma che ogni giorno sembra far precipitare il tessuto civile, la rete civica, l’ossatura del volontariato e dell’associazionismo più innovativo sul fondo di un pozzo le cui pareti paiono soffocare qualsivoglia visione sul futuro.

Allora, se si da per buona la metafora del pozzo, l’unica prospettiva può essere dal basso verso l’alto. Sulla superficie scivolosa in cui pare sia precipitata la società civile, della quale il sindacato e le associazioni impegnate nella promozione dei diritti e dei doveri nel mondo del lavoro fanno pienamente parte, occorre ancorarsi e stringere nuove e sicure alleanze.

prixfalcone.com

Il Consiglio d’Europa ha conferito il “Premio Falcone” al Progetto San Francesco, in condivisione con la Carovana antimafia dell’ARCI, “per aver dato con la sua attività forte impulso alla creazione di alleanze con tutti gli attori sociali (sindacati, polizia, uffici governativi e imprese) con l’obiettivo di costruire un diritto sociale basato sul rispetto della legge e sul dialogo”.

La consegna del premio è prevista il 4 novembre a Strasburgo, in occasione del Forum Mondiale della Democrazia.

Permettetemi un commento personale: “L’emozione è tanta. Questo riconoscimento significa aumentare la nostra responsabilità e condividerlo la bellezza di spezzare il pane insieme ad altri. Speriamo essere sempre più numerosi ad impegnarci su questi temi dove è in gioco la libertà.”

Domanda provocatoria all’assemblea

Potrebbero essere molte, è difficile sceglierne una che possa riassumere un contenuto onnicomprensivo. Immagino un percorso introspettivo ove ognuno di noi, scavando nella propria coscienza,  si chiede:

“Quanti amici veri abbiamo?

Non i compagni di classe, i colleghi di lavoro, quelli del palazzo di fronte, del giorno di festa, i vicini di ombrellone…

Ma veri amici, quelli con cui si scambiano le idee più profonde e le esperienze più personali, quelli di sempre…

O quelli che hai incontrato poche volte, ma che sembra siano di sempre…

Perché?

Per le circostanze in cui vi siete incontrati, per quel feeling a prima vista, per fiducia e rispetto, pazienza e consigli, per quel forte interesse comune…

Qual è il grande comandamento? Chi siamo, noi?”

A questo punto, essendo giovani maggiorenni, volgete lo sguardo a quell’emulazione in negativo che in apparenza rende liberi, ma che nella sostanza è tutta da dimostrare. Ecco la domanda provocatoria:

Ritieni che le cosiddette forme di “bullismo” possano essere sinonimo di libertà o del suo contrario?

E’ un interrogativo non semplice e non dobbiamo soffermarci solo su certe azioni giovanili che la parola bullismo richiama alla mente. La dico proprio così: non è una questione di giovinezza, “dietro ogni bullo c’è un villaggio”, un villaggio che non fa per noi.

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