Dei delitti e delle pene

Domenicale Agostino Pietrasanta

ergAncora una volta, il messaggio di Papa Francesco fa notizia: la pena di morte non è ammissibile, l’ergastolo è come la pena di morte o un’esecuzione capitale “nascosta”, la tortura ed ogni atto di violenza, anche sulle persone legittimamente private della libertà personale non possono considerarsi né legittimi, né leciti. Lo dice in presa diretta, a braccio suscitando immediati consensi, anche se, ne siamo certi, a freddo, non mancheranno le riserve e le critiche di diverse scuole di pensiero o anche solo dei soliti ben/pensanti.

Per la verità, almeno in Italia, se ogni tanto riprendessimo in mano la Carta costituzionale, ci accorgeremmo che, per la nostra civiltà giuridica ed i nostri fondamenti istituzionali non si tratterebbe di cose nuove. All’articolo 27 della predetta Carta, si afferma che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e dunque mi chiederei se l’ergastolo possa prevedere una rieducazione reale; una rieducazione i cui risultati abbiano possibilità di confrontarsi con una società civile preclusa, in linea di principio e per sempre, alla persona condannata. Ancora; all’articolo 13 si esclude ogni violenza sulla persona sottoposta a restrizione della libertà e dunque mi chiedo perché possa accadere che qualcuno, dopo l’arresto, sia potuto addirittura morire in stato di detenzione.

Sta di fatto che le leggi possono anche essere allineate alle indicazioni di un alto magistero etico, come quello di Francesco, ma la prassi sembra confermare che di quel magistero c’è assolutamente bisogno. Ed allora non può stupire che, a fronte di un richiamo tanto autorevole, ne consegua risposta molto attenta da parte dei media e del dibattito pubblico.

In realtà, almeno da noi, nella prassi, l’ergastolo non esiste, dal momento che la certezza della pena viene più invocata che realizzata; anzi se c’è una certezza, nel nostro procedimento penale è proprio l’incertezza della pena. Il condannato, qualunque condannato, sa che non dovrà scontare in toto la condanna prescritta in prima istanza.

Tutto questo però apre un problema, già in agenda dai tempi di Cesare Beccaria. Nella sua opera “Dei delitti e delle pene” (1764), nota soprattutto per aver negato l’efficacia e la legittimità della pena di morte, c’è un passaggio in cui il grande illuminista italiano afferma due cose essenziali: vale di più una pena mite, ma certa che non la minaccia di pena feroce, ma incerta; vale l’efficacia di una pena quando questa sia non procrastinata nel tempo, rispetto al delitto o dell’evento illegale. A completamento di tutto questo dirò anche, di passaggio e di sfuggita, che il lucidissimo e brevissimo saggio, fu inserito, dal S. Uffizio, nell’elenco dei libri proibiti (index librorum prohibitorum) perché faceva opportuna e logica distinzione tra reato e peccato: ma questi sono “banali accidenti”.

Per ritornare al richiamo del Papa mi pare che venga opportunamente sostenuto che non si tratta tanto o solo di contestare l’efficacia mai provata di certe pene estreme (in prima battuta la pena di morte e l’ergastolo), ma di denunciarne la loro liceità morale. Fino a che rimaniamo ai ragionamenti sull’efficacia, troveremo sempre qualcuno che troverà ragioni per sostenere il contrario; il problema resta di natura etica ed attiene il diritto di qualunque autorità rispetto ai  valori umani dell’individuo ed al suo diritto ad una vita dignitosa; anche indipendentemente dai suoi comportamenti contrari alla legge della comunità. Si tratta di realizzare il principio per cui “…le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità…” (art. 27 della Costituzione”)

Tuttavia tra ciò che sta scritto e ciò che viene praticato troppe volte c’è l’abisso; altrimenti non si spiegherebbe perché negli U.S.A. dove si prescrive che le pene non possono essere mai disumane, si lasci in agonia un condannato a morte per delle ore, tra spasimi dolorosi e manifesti. Per una nazione democratica, la più potente e tecnologicamente avanzata, è una vergogna; anche su questi eventi, come su tanti altri, il papa (e non solo lui) non può che constatare.

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