Alla prova del dissenso

Dario Fornaro

mukaCon il Sinodo straordinario sulla famiglia, dei giorni scorsi, si è pubblicamente manifestato il problema del dissenso all’interno dell’alta gerarchia cattolica. Niente di nuovo, per certi versi: il dissenso, spesso anche drammatico, talvolta feroce, si intreccia, dai primordi, con la storia della Chiesa. Ma anche qualcosa di inedito (e di schiettamente bergogliano): il dissenso, anziché rimanere  coperto e riservato, tutelato dai vari “servizi d’ordine” e perforato invariabilmente dai pettegolezzi,  viene pubblicamente ammesso, per non dire sollecitato a venire alla luce, ai fini di un serrato confronto di idee sui temi proposti alla discussione e alla decisione.

Ne sono seguiti soddisfazione, per la scelta di trasparenza, ma anche sconcerto per l’assimilazione – così è stata per lo più raccontata all’esterno – del Sinodo ad una sorta di congresso a tesi, scontri e votazioni, con relativi vincenti e perdenti. Pericolo di fraintendimento certamente messo in conto dai promotori del Sinodo, ma che, per intanto, ha limitato l’uso di armi improprie (metodi Boffo e affini) non del tutto estranee, nel passato e oggi ancora, ai sacri collegi e dintorni.

Alcune considerazioni, andando per linee esterne  ai lavori sinodali. E’ stato notato da qualche osservatore che, a parte i momentanei clamori  e le sapide “ricostruzioni” dei dibattiti in corso, che hanno prevalentemente e momentaneamente occupato la stampa laica, la base cattolica non sembra essersi particolarmente  accalorata rispetto ai temi “caldi” venuti in discorso tra i porporati. C’è del vero, non solo in via contingente (sinodo), ma anche riflettendo sul multiforme impatto, palese o sommerso, della “irruzione” di Papa Francesco al vertice della chiesa cattolica romana. Tra entusiasmi (tanti) e riserve (poche, almeno quelle palesi) si è altresì insediata una vasta area di “devoto attendismo” inteso a riconnettere, coi tempi necessari, l’adesione dell’intelligenza alle mozioni del sentimento.

In questo processo di “acclimatamento” al nuovo carisma bergogliano – in forma e sostanza – ha giocato e gioca, in casa cattolica, un ruolo ambiguo, talora sospetto, l’enfasi con la quale ambienti e stampa laico-laicisti hanno divulgato, talora imposto, la propria versione dell’essenza del messaggio e dell’impegno innovatore del Papa venuto da lontano. Scalfari e il suo giornale, tanto per non far nomi. Ancora martedì scorso (21.10) “Repubblica”, tanto per non citare, titolava la pagina dedicata a Zygmunt Bauman, e al suo intervento al convegno milanese di “Vita e Pensiero”, con uno squillante “Se il Papa ama il dialogo vero più della verità”. Salvo che il titolo, destinato a suscitare più d’un singulto, non trovava riscontri plausibili, quanto a contrapposizione e scelta dialogo-verità, nel testo dell’illustre sociologo.

Ampio attendismo, si diceva, ma anche riserve e qualche dissenso maturati ,in ambienti schiettamente tradizionalisti, in ordine ai cambiamenti di rotta perseguiti, con soave determinazione, da Papa Bergoglio in ambiti tematici (area dei princìpi) comunemente ritenuti blindati ai venti dell’innovazione interpretativa. Comunemente – e usando termini obsoleti – il cd. “dissenso cattolico” era nei decenni trascorsi collocato “a sinistra”; ora il pendolo della storia sembra situarlo “a destra” (conservatori  versus riformisti?). Registrato il discreto paradosso, è auspicabile che la contesa ideale non ricalchi ora, a ruoli invertiti, toni e modalità dell’antico contrasto, irrorato di politica sotto l’epidermide dei valori intangibili. Lasciamo che dormano in pace il Card. Ottaviani e i suoi “comunistelli di sacrestia” evitando di inventare, per le scorrerie attuali, l’equivalente arma letale.

Probabilmente le fazioni, così come i poveri, le avremo sempre con noi. L’importante, l’esiziale è tener sempre presente che il fenomeno desertificazione cristiana incombe alla grande su tutti i piccoli contendenti e le reciproche, mirabili ragioni di contesa.

Quarant’anni fa la diocesi di Alessandria promosse una rilevazione statistica sull’osservanza del precetto domenicale e il curatore (Piero Ricuperati) la pubblicò con il titolo “Uno su tre a messa”, per dire il livello di preoccupazione d’allora pur alla luce di un pingue trenta per cento. Nei giorni scorsi in un’inchiesta sulla “chiesa (torinese) in crisi” si parlava autorevolmente di un “2-5 per cento di praticanti in città” (Repubblica, 18.10). Questa è la cornice; il quadro, dissensi compresi, resta in perenne abbozzo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...