Paolo VI il Vangelo nella storia

Agostino Pietrasanta

papaIl 29 giugno 1978, Paolo VI scese, credo per un’ultima volta, in S. Pietro. Celebrava il quindicesimo anniversario dell’inizio di un pontificato ricchissimo di risultati, ma drammaticamente accompagnato dalle contraddizioni di una svolta epocale per il mondo, ma anche per la Chiesa. Il papa ritenne di svolgere un’omelia forse più pregnante del suo testamento; disse della consapevolezza acquisita di essere alla fine del pontificato. Citando la seconda lettera di S. Paolo a Timoteo, affermò “…ho combattuto il buon combattimento, ho terminato la corsa, ho mantenuto la fede, fidem servavi”. Sarebbe morto poco meno di quaranta giorni dopo, senza rumori, e senza agonie celebrate dai media: era nella sua cifra caratteriale e nel suo registro di vita, eppure aveva colpito la sua voce stentorea, ma carica di suggestioni, che annunciava al mondo che il papa non aveva perso la fede; tra l’atro citava la lettera in cui Paolo di Tarso denunciava, poche righe dopo quelle citate dal pontefice, di essere stato abbandonato dagli uomini nell’ora della prova.

Non sono aduso a credere alle coincidenze, soprattutto quando parlo di un personaggio capace di calibrare con acribia pensosa e penetrante tutte le sue affermazioni. Sta di fatto che Paolo VI  annunciava che la fede è una grazia e come tale non necessariamente scontata o peggio fondata sulle forze dell’uomo: solo alla fine della vita si può constatare con ragionevole certezza di non averla persa, nonostante tutto e nonostante le vicende di una vita, magari affascinante, ma non priva dei condizionamenti di un cammino che ci obbliga a confrontarci con le contraddizioni della storia; che ci indica di discernere all’interno della vicenda umana e non al di sopra o alla conquista di essa.

Il personaggio era tale; guardava dentro la storia e le sue culture e vedeva le svolte della modernità, con introspezione, ma senza omologazione alla popolarità più facile indotta dalle adunate oceaniche: preferiva la meditazione nell’ombra ai proclami della vistosità mediatica.

Per questo forse, anche la cerimonia della sua beatificazione non ha marcato l’invasività mediatica di celebrazioni analoghe; certo alcuni servizi puntuali e ricchi di riferimenti si sono susseguiti anche sui normali canali di informazione, ma il tutto in un’atmosfera di attenzione pensosa, più che di rumore massificato.

Nulla succede per caso: Giovanni Battista Montini ha amato le folle, ma non ha cercato le masse; non ha disdegnato di cercare l’umanità, anche più emarginata, ma non si è concesso alle omologazioni di moda, ha proposto il messaggio, ma non ha imposto la presenza invasiva dell’immagine. Si tratta di un registro che parte da lontano; nell’atmosfera di giubilo civile e religioso per la stipula dei patti Lateranensi, nel 1929, egli assistente della FUCI (federazione universitaria dei cattolici italiani), non si entusiasma e, come tale, e poi come assistente dei Laureati cattolici, individua con una minoranza di laici cristiani, le contraddizioni di un patto che si illudeva, per parte cattolica, di convertire il fascismo, liberandolo dei suoi intrinseci presupposti antireligiosi. Si tratta forse della prima essenziale tappa della sua opera di evangelizzazione che si realizzò nella formazione della futura classe dirigente cattolica. Vi ebbe un ruolo essenziale per lo spirito di libertà che egli trasmise a tutti gli uomini che costituiranno la seconda generazione dei politici che governarono la “prima Repubblica”. Non si trattò di una formazione immediata alle dinamiche politiche, ma di uno spirito aperto alla dialettica ed al confronto. Sembra ormai assodato che, quando nel 1933, il futuro Paolo VI abbandonò la Fuci ed i Laureati, probabilmente per pressioni “superiori” , ufficialmente per i suoi impegni in segreteria di Stato, non fu tanto per le sue riserve nei confronti del regime, ma per il tipo di formazione che proponeva agli intellettuali cattolici: tra l’altro, cosa inedita per quei tempi, proponeva lo studio dei principali teologi protestanti a fianco di quelli cattolici. Questo creò uno spirito che determinò conseguenze nella stessa ipotesi che i movimenti intellettuali di Azione cattolica proponevano per la successione al regime. Essi avrebbero anche ipotizzato un sistema di cristianità, capace di trasformare la società capitalista in una logica di giustizia radicale che avrebbe dovuto rifondare dalle fondamenta i rapporti tra gli uomini. Dovettero mutuare con la politica moderata degli eredi del popolarismo ed in particolare con De Gasperi; ed in questa cifra dialettica pesò certamente lo spirito di libertà e di democrazia che veniva dalla formazione montiniana. La ricerca di ciò che costituisce il massimo possibile diventò, anche per questa generazione, il metro di una politica lasciata alla responsabilità dei laici. Montini raramente fece sentire direttamente la sua voce nei confronti e nei dibattiti politici., ma la sua impronta si colse in parecchi passaggi della ricostruzione dello Stato democratico. Guardò con attenzione la conflittualità tra generazioni, colse il positivo dell’alternativa De Gasperi/Dossetti, ma soprattutto rifiutò l’ipotesi di uno Stato cattolico, in cui la proposta cristiana si impone con la forze del braccio secolare del diritto positivo. Questo non gli fu perdonato ed il “partito romano” degli uomini di mons. Ronca che proponevano un’impossibile e superato regime di cristianità, assieme ad un’ala reazionaria più che conservatrice della curia, ne pretesero l’allontanamento da Roma; solo la lucida intuizione di Pio XII fece in modo che l’allontanamento si traducesse in una promozione prestigiosa, l’arcivescovado di Milano.

A Milano, Montini approfondì la conoscenza della modernità e delle sue ambivalenze e si rafforzò nella convinzione delle risolte velleità dello Stato cattolico: l’evangelizzazione non poteva passare che attraverso un cammino di vicinanza alle  vicende della storia, un discernimento delle orme positive del creato, una promozione in itinere delle possibilità offerte dalla crescita economica. Talora si fermò pensoso ed osservò le storture di un cammino sempre  favorevole ai più forti e di uno sviluppo squilibrato. Tutto questo da pontefice lo portò a trasferire la sua osservazione da una grande città al mondo e nella “populorum progressio” denunciò i pericoli di un processo in cui i ricchi diventavano sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri. Nello stesso tempo riproponendo un consolidato orientamento del pensiero sociale della Chiesa, ammonì a considerare il lavoro a servizio dell’uomo e non l’uomo schiavizzato dal lavoro. Credo si sia fermato sulla soglia di una definizione che sarà poi proposta da Giovanni Paolo II, ma solo una ventina d’anni appresso, quando Wojtila descrisse nella “centesimus annus”, la centralità della persona come fonte di ricchezza e di investimento, prima rappresentato dalla proprietà terriera ed in un secondo momento dalla macchina applicata al lavoro.

In ogni caso sarà l’impegno all’evangelizzazione una delle cifre più rilevanti della presenza di Paolo VI; lo fu in ogni momento della sua vicenda umana, ma lo fu soprattutto attraverso il Concilio ed il successivo magistero fino alla “Evangelii nuntiandi” (E.N.1975).  Senza ricorrere ad un’analisi, probabilmente dispersiva dei diversi interventi, mi limito a sottolineare i caratteri di una strada che ha individuato il soggetto , il metodo ed il cammino dell’evangelizzazione.

Il soggetto non può essere, ovviamente che la Chiesa; tuttavia Paolo VI, seguendo il Concilio e poi in E.N definisce che si tratta di un impegno di tutti: si chiude definitivamente l’idea di una Chiesa docente limitata alla sola gerarchia ecclesiastica, Vale la pena richiamare, “… L’ordine dato agli Apostoli – Andate, proclamate la Buona Novella – vale, sebbene in modo differente, per tutti i cristiani” (E.N., n. 13)

Tuttavia ciò che risente particolarmente del carattere del papa sta nel metodo che trova la sua più pregnante definizione nel rapporto tra evangelizzazione e culture (E.N., n. 20). Non si tratta di invadere un campo laico e scientifico, libero nella ricerca secondo i rispettivi statuti epistemologici; si tratta proprio del contrario: di stabilire la libertà della ricerca come diritto della persona, il rispetto dei contenuti disciplinari e di orientarli al servizio dell’uomo, anziché omologarsi alla tentazione di porre l’uomo al servizio della cultura ed, eventualmente, al rischio dell’asservimento alla ricerca scientifica.

Ed infine c’è un cammino che si è risolto nella scelta religiosa dell’Evangelizzazione: non dominare, ma servire l’umanità, non il potere indotto dalla proposta invasiva, ma il potere della convinzione interpersonale, aperta a contributi diversi e dialetticamente proficui. Spesso si sono preferite le strade della conquista e non è mancato chi ha caricato sulle responsabilità di Montini una pastorale appannata, poco vigorosa, scarsamente pugnace: sono cose che abbiamo visto.

Forse, però, la dimensione  più cospicua di Montini fu il suo acuto senso della spiritualità; su questa soglia, in ogni caso,, mi sentirei inadeguato. Mi limito a ricordare ciò che ha lasciato parecchi e non me solo, ammirati e colpiti. Ai funerali di Aldo Moro, nel maggio del 1978, Paolo VI espresse una così marcata confidenza ed un rapporto così amicale con Dio da rimproverarlo per non aver ascoltato le preghiere a salvezza dello statista italiano, aggiungendo che nulla poteva però scalfire la fiducia in un Dio che presto anche lui avrebbe incontrato. Sarebbe morto poche settimane dopo.

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