Cedere (quale?) sovranità all’UE

Carlo Baviera

draSembra che in agosto i politici, i governanti, quanti hanno incarichi a livello istituzionale o finanziario non si siano presi giornate di pausa. Perché su una serie di argomenti, ora l’uno ora l’altro, hanno continuato ad avanzare ipotesi, a suggerire proposte, a indicare soluzioni. Di positivo, in tutto ciò, possiamo dire che ci sia la continuità dell’impegno per cui questi “responsabili” delle nostre sorti sono pagati in modo più che soddisfacente.

Una delle richieste venuta nel mese in cui gli italiani sono in vacanza l’ha formulata il Presidente della BCE, Draghi; il quale ha suggerito agli Stati membri della UE di cedere, per una serie di materie, sovranità a Bruxelles perchè si possa procedere a costruire l’Europa in modo più equilibrato e stabile. Suggerisce di “iniziare a condividere la sovranità a livello europeo anche per quanto riguarda le riforme strutturali”.

In sostanza Draghi richiama alla necessità di procedere alla costruzione dell’Unità Europea, iniziando a concertare con Bruxelles provvedimenti importanti come la riorganizzazione del mercato del lavoro, procedure giudiziarie, burocrazia, modalità e contenuti del welfare, il sistema delle tasse e via discorrendo.

E’ una provocazione? Una proposta campata in aria? La richiesta di “commissariare” i singoli Stati per una serie di decisioni che faticano ad assumere singolarmente? Oppure è un richiamo, apparentemente fuori tempo (visto l’euroscetticismo montante da ogni parte), ma necessario per riprendere il cammino difficile per la costruzione della Patria Comune sognata settant’anni fa?

E’ comunque una proposta coraggiosa che, giusta o meno che sia, ci richiama all’impegno di fondo: quello di pensare in grande anche per l’Europa che si era progettata e per la quale si sono anche fatti sacrifici (ci ricordiamo il contributo richiesto dal Governo Prodi denominata eurotassa?). Non possiamo fermarci a questo punto, ce ne rendiamo conto. O si decide di interrompere tutto e ritornare ai singoli Stati che non avranno peso in questo sistema globale, oppure si accelera insieme per diventare una Federazione che conti a livello economico, sociale, culturale, di alleanze e che possa dire la sua fra le altre “potenze”.

C’è chi ha scritto, commentando la proposta di Draghi, che la considera positiva anche solo se servisse ad armonizzare e rendere coerenti fra loro le riforma nazionali. “Che senso avrebbe se ciascun Paese riformasse fisco, welfare, mercato del lavoro, procedure giudiziarie per affari e finanza, in modi differenti, mantenendo segmentato e perciò fragile e ristretto, l’insieme dei mercati europei?” è ad esempio il commento di Franco Bruni, che aggiunge “Un’altra ragione importante per condividere la sovranità sulle riforme nazionali è che esse devono risultare  complementari a quelle che l’Europa ha necessità di fare comunque a livello centrale. Come quelle della finanza, dell’energia, dell’ambiente. L’immigrazione va regolata a livello europeo; ma è difficile farlo se i mercati del lavoro sono organizzati troppo diversamente nei Paesi membri”.

E’ difficile non condividere, almeno da parte di un non esperto. Resta solo una perplessità. Un conto è armonizzare e concertare; è procedere senza indugi verso un vero federalismo, dove si possono cedere spazi di sovranità al livello superiore, e darsi una politica unica in una serie di competenze che devono essere inevitabilmente continentali. Altro è utilizzare l’armonizzazione per imporre su ogni singola materia una visione centralistica, una specie di statalismo continentale.

Non si deve, a mio modesto parere, ripetere l’errore compiuto nella formazione dello Stato unitario italiano, in cui tutto è stato centralizzato. Recuperando troppo in ritardo la necessaria articolazione delle autonomie regionali, la valorizzazione e salvaguardia delle culture locali, ecc. Né possono essere accantonati articoli (e quindi valori e acquisizioni) della Carta Costituzionale quali “l’Italia ripudia la guerra” o che lo Stato (quindi anche l’eventuale Stato Europa) “riconosce e promuove le autonomie locali”: riconosce e promuove, non concede o istituisce. Oppure ancora che si ha “tutela” delle “minoranze linguistiche”, e che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”, e altre ancora: punti fissi che nessuna istituzione comunitaria può annullare, ma che può solo ricomprendere per evitare di legarci le mani rispetto a conquiste ottenute con battaglie, sacrifici, acquisizione di una coscienza civile e sociale.

Si è reclamato in più occasioni che sui prodotti tipici, ad esempio, non deve intromettersi la burocrazia europea, come non può decidere su sistemi di pesca o sull’articolazione degli orari di lavoro o apertura dei negozi; né imporre un’unica visione rispetto a temi etici o a tradizioni di questa o quella realtà nazionale.

Così come, sempre secondo la visione di un incompetente in materia, tutto va fatto con la necessaria gradualità per consentire a tutti di adeguarsi ai cambiamenti e di assumere decisioni che non penalizzino di brutto gruppi e persone, oltre che culture amministrative o esperienze civiche; che non significa autorizzare a mettersi di traverso o ostacolare i necessari cambiamenti, ma soltanto fare le riforme con il consenso che serve per affrontare grandi novità.

E infine, è fondata anche la domanda che si è posta Barbara Spinelli, neo parlamentare europea (su La Stampa del 23 agosto): “Cedere sovranità verso chi, caro Presidente della Banca Centrale? verso quale governo europeo federale e democraticamente legittimato?”  Perché la questione è sempre e ancora il fatto che le Istituzioni europee sono rette da persone indicate dai Governi e non dai cittadini, come richiederebbe una vera democrazia.

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