Prestare attenzione alle fragilità: il Sinodo continua

Il punto  Carlo Baviera

copAnche se la stampa ha dato qualche spazio alle notizie relative al Sinodo, quanti sono che si sono appassionati all’evento? In fondo quanti sono coloro, divorziati e risposati, che anelano a far parte a pieno titolo alla comunità ecclesiale anche con la possibilità di accedere all’eucaristia? Quanti sono coloro che vivono una relazione omosessuale e desiderano un’appartenenza piena alla loro Chiesa? Molti di più sono invece coloro che possono essere interessati ad un’apertura rispetto alla contraccezione o ad uno sdoganamento della libertà sessuale in ogni forma e occasione, senza che intervengano maestri o precetti di etica e morale.

Comunque sia, l’attenzione allo svolgimento e alle conclusioni di questo “primo tempo” del Sinodo sono state, come succede a tutti gli eventi ecclesiali, abbastanza marginali nei pensieri delle persone. Per quanti invece sono interessati alla azione evangelizzatrice e pastorale della Chiesa, c’è  un intero anno per riprendere in mano la Relatio Synodi riguardo alle sfide pastorali sulla famiglia oggi. Un anno di riflessione, discussione, proposte in particolare per i laici. E bene ha fatto il Card. Kasper a sollecitare soprattutto il laicato: Ma ora vorrei rivolgere un appello ai laici, perché facciano pressione sui loro vescovi, quando torneranno a casa dopo il Sinodo, per sostenerli e per indurli ad applicare quella linea pastorale che qui viene emergendo”. Potremmo commentare che, essendo Kasper tedesco, ci ha dato i compiti a casa.

Ed è bello. Perché il Sinodo avrà una sessione ordinaria nel 2015; e avrà come tema: La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa nel mondo contemporaneo. Di famiglia si deve ancora parlare, partendo dal Messaggio finale (la Chiesa come casa con la porta sempre aperta;  pastori, fedeli e comunità pronti ad accompagnare e a farsi carico delle lacerazioni delle coppie e delle famiglie).

Come agire per premere sui Vescovi? Quali iniziative? Lo faranno solo le aggregazioni laicali, i loro esponenti nazionali, oppure si riuscirà a trovare spazio, occasioni, coraggio anche ai livelli locali, periferici, nei Consigli Parrocchiali per tenere acceso il dibattito, per raccontare (e ascoltare anche da chi sta ai margini delle comunità) la realtà familiare, le difficoltà, le necessità? E di chiedere di conoscere meglio gli aspetti della dottrina e della morale, per discuterne, approfondirli, comprenderne gli aspetti positivi, presentarne gli aspetti delicati e complicati da rispettare.

E’ in questi contesti concreti, non nei dibattiti astratti, che si dovrebbe anche applicare quella misericordia di cui sempre più spesso si è tornati a parlare; e nel contempo approfondire, comprendere, insegnare il messaggio ecclesiale sul matrimonio: sulla bellezza delle relazioni, sul donarsi vicendevolmente, sull’impegno ad “esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Dal Sinodo sono venute alcune indicazioni, alcune <aperture> rispetto alle situazioni definite <forme imperfette>. Ribadito l’insegnamento del Vangelo sulla famiglia, si sottolinea la “realtà matrimoniale e familiare di tante culture e di persone non cristiane. Ci sono quindi elementi validi anche in alcune forme fuori del matrimonio cristiano –comunque fondato sulla relazione stabile e vera di un uomo e una donna –, che in ogni caso riteniamo siano ad esso orientate. La Chiesa riconosce anche questa famiglia come la cellula basilare necessaria e feconda della convivenza umana”. Si ricordano le coppie che convivono ad experimentum, le unioni di fatto dovute a cause diverse, separati, divorziati non risposati, divorziati risposati, famiglie monoparentali; “La Chiesa, pur riconoscendo che per i battezzati non vi è altro vincolo nuziale che quello sacramentale, e che ogni rottura di esso è contro la volontà di Dio, è anche consapevole della fragilità di molti suoi figli che faticano nel cammino della fede”.

Prendendo atto che una dimensione nuova della pastorale familiare odierna consiste nel prestare attenzione ai matrimoni tradizionali come ai matrimoni civili tra uomo e donna e, fatte le debite differenze, anche alle convivenze, si ritiene doveroso accompagnare con premura le situazioni dei figli più fragili, segnate dall’amore ferito, ridonando fiducia. Alcuni Padri si sono domandati perché le persone divorziate e risposate o conviventi non possano accedere alla comunione sacramentale. Mentre riguardo alle persone con orientamento omosessuale “ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza”. E l’Arcivescovo Bruno Forte, ha aggiunto rispetto a tutta una serie di problematiche che serve “Cogliere il positivo, ovunque si trovi. Non bisogna tagliare con l’accetta”.

Alcune diversità di approccio si sono rivelate nella votazione sulle  parti più spinose, che non hanno avuto il risultato dei due terzi. Mentre per quanto riguarda la contraccezione/regolazione delle nascite resta uno dei temi meno dibattuti e su cui, pur sottolineando la libertà di coscienza dei credenti, si è ancora legati alla posizione che considera i metodi naturali sempre e in ogni circostanza come quelli consentiti e in consonanza con un rapporto corretto con la sessualità. Anche su questo argomento penso che i laici dovrebbero sollecitare approfondimenti ulteriori.

E sui rapporti coniugali importante è stata la testimonianza dei coniugi Pirola: “l’unica caratteristica che distingue il nostro rapporto sacramentale rispetto a qualsiasi altro buon rapporto centrato su Cristo è l’intimità sessuale e che il matrimonio è un sacramento sessuale che trova la sua massima espressione in un rapporto sessuale. Noi crediamo che – hanno aggiunto – fino a quando le coppie sposate non arrivano a venerare l’unione sessuale come parte essenziale della loro spiritualità sarà estremamente difficile da apprezzare la bellezza di insegnamenti come quelli dell’enciclica “Humanae vitae”. Anche “la sessualità, la tenerezza, la bellezza, che perdurano anche oltre la vigoria e la freschezza giovanile” (Messaggio finale) e la centralità dell’intimità coniugale sono aspetti da riprendere e riproporre, aggiungendovi l’attenzione del card. Schönborn: “prima di guardare alla camera da letto, guardiamo al soggiorno”.

Mi ha colpito il commento di Padre Antonio Spadaro (Civiltà cattolica), che non si nasconde dietro i paraventi: sia sulla sessualità in generale, sia sulla contraccezione («solo gli interventi degli ospiti ecumenici hanno fatto cenno alla libertà di coscienza dei coniugi. Nel momento in cui si valorizza il discernimento non si può prescindere dalla libertà di coscienza dei coniugi, coscienza che, come diceva il beato Newman, è ‘il primo vicario di Cristo’. Nei contributi dei padri sinodali, dunque, è stata menzionata così, non come arbitrio, ma come discernimento.  Il tema della libertà di coscienza è delicato e sentito. Per questo auspico che non sia lasciato nulla sottinteso»).

Ora la palla passa ai laici, soprattutto agli sposi. Ovviamente ricordando che non è bene banalizzare il significato di sessualità e favorirne l’uso irresponsabile; come ho letto “l’atto sessuale dev’essere il valore aggiunto legato inscindibilmente a un sentimento, non una modalità per passare il tempo”. Ma chi vive una esperienza di coppia questo sentimento, che gli umani chiamano amore, lo sa apprezzare e distinguere.

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