La “crisi” del liceo classico

Domenicale Agostino Pietrasanta

licAl “classico”  si verifica una sensibile contrazione d’organico; le iscrizioni ai primi anni diminuiscono da qualche anno e, conseguentemente si ridimensiona il numero delle classi e degli insegnamenti. Non saprei neppure se il fenomeno sia diffuso a livello nazionale e non posso prevedere se si tratti di crisi passeggera già verificatasi, come tale, in anni passati, con caratteristiche di discontinuità e di ripresa anche consistente. Non voglio neppure proporre una difesa della cultura umanistica, sicuramente indispensabile a trasmettere la cultura di un popolo e di una civiltà che supporta i caratteri identitari di qualunque nazione; altri sa farlo molto meglio di me.

Proverei invece a capire il passaggio critico (e speriamo si tratti di crisi indispensabile ad una rinnovata crescita), all’interno di un’idea di formazione particolarmente inadeguata; e tuttavia imperante nel dibattito sulla scuola che si è verificato almeno dagli anni settanta del secolo scorso.

Mi limito a tre parametri di ragionamento. La prima valutazione riguarda le proposte più o meno interessate o sincere di un sistema formativo professionalizzante, di un sistema scuola che insegni un “mestiere”; anche a prescindere dall’impoverimento culturale di base, connesso a questa prospettiva, rispetto ad un mercato del lavoro estremamente variabile, la proposta appare persino assurda, quando non priva di intelligenza della realtà. Se è vero, come si constata, che il futuro del lavoratore (quando il lavoro ci sia) sarà caratterizzato da una crescente mobilità, da una prospettiva di dover cambiare attività, nel corso degli anni, una scuola che insegni un mestiere è un semplice non senso. Diventa anzi essenziale una cultura di base che sviluppi una capacità di giudizio e di adattamento indispensabili a far fronte alle nuove frontiere della professionalità in senso lato: se mai la scuola sarà professionalizzate in questo senso: cioè nella formazione, al massimo possibile, delle potenzialità intellettuali, al limite delle eccellenze, capaci di adattamento e di risposta al mercato del lavoro.

Il secondo parametro di valutazione attiene il compito specifico del sistema scolastico. Si è detto e spesso si continua a ribadire che il compito della scuola non è tanto la trasmissione dei contenuti di cultura, quanto lo sviluppo delle capacità critiche e la promozione delle autonomie personali. Mi chiedo: sviluppi delle capacità critiche su quali premesse e con quali riferimenti? Non si danno capacità critiche in via di astrazione; le capacità critiche si rapportano inevitabilmente a dei contenuti. Non si giudica in astratto, si giudica su ciò che si apprende;  sarebbe persino banale il richiamo, se non si verificasse ad ogni dibattito sul sistema scuola, il solito intervento sui fini di una formazione alla critica ed all’autonomia, per relegare all’angolo i contenuti che le scuole liceali e le istituzioni scolastiche superiori hanno sempre assicurato. Potrebbe essere inevitabile per il liceo classico, che dei contenuti di una civiltà è stato l’interprete di una trasmissione tra le più cospicue, un impatto particolarmente negativo di tali distorte prospettive e proposte.

Infine, e terzo parametro, ci sarebbe da valutare che tutto questo accade in parallelo ad una svalutazione della ricerca in via di principio. Non mi soffermo sulla solita lamentala dei fondi insufficienti; mi preme invece sottolineare che l’idea stessa di ricerca sta affrontando una crisi esiziale. Io non nego che la ricerca debba dare anche risultati pratici e di crescita; mi preoccupa però che la si condizioni a questi presupposti, che se ne escluda qualunque prospettiva di gratuità, che si neghi la sua indispensabile funzione anche quando sia finalizzata a se stessa. La ricerca non può essere condizionata dall’immediato vantaggio, anche se costituisce il presupposto di ogni crescita.

A questo proposito va detto che la ricerca anche se non è compito della scuola, ma dell’Università, deve aprire al sistema didattico i suoi risultati;  c’è da preoccuparsi che si aprano importanti canali di comunicazione tra ricerca universitaria e didattica liceale, altrimenti la scuola, ed i corsi liceali in particolare, cadono nell’obsoleto e nel manualistico; ed allora, addio sviluppo del senso critico.

C’è stata tanta banalizzazione, molto pressapochismo; e tuttavia se si individuano le cause di una decadenza forse si pongono le premesse di una crescita.

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One thought on “La “crisi” del liceo classico

  1. Inizia a rispondere citando le parole di un mio Reverendo Professore di Letteratura Italiana e Latina al terzo e quarto anno di Liceo Scientifico, il quale affermava che la Cultura serviva per formare l’Uomo e che altro è la Cultura ed altro è la professione. Le mie predilezioni sono, da sempre, orientate verso l’argomento scientifico e tecnico, salvo la formazione musicale e, pertanto, ho mal sopportato le numerose ore di Letteratura Italiana e Latina, così come quelle di Storia e Filosofia, tuttavia, mi hanno insegnato a cercare di scrivere contenuti corposi in forma ineccepibile ed una capacità di ragionamento astratto su concetti e proposizioni diversi da quelli trattati dalla Logica matematica. Va da sé che lo sforzo mnemonico per la preparazione delle interrogazioni di Storia era, a dir poco, immane e, almeno per il sottoscritto, svolgere un tema significava trattare in buon Italiano di argomenti sconosciuti o quasi. Tuttavia, non vedevo un’utilità esclusivamente professionale nelle materie scientifiche, pur ritenendole più piacevoli perché ne vedevo l’applicazione pratica ed i vantaggi che i risultati ottenuti dalla ricerca nel campo hanno apportato all’Uomo. Resta il fatto che un Uomo, per definirsi tale, deve avere una Cultura, non importa se di specializzazione umanistica, amministrativa o scientifica e, parimenti, non si può impedire a chi gradisce avere una formazione umanistica a tutto tondo di frequentare il Liceo Classico, che, in altri tempi, avrei bollato come scelta inutile; semmai vorrei muovere una critica verso il sistema didattico Italiano che, ab immemorabili, assegna alla Lingua e Letteratura Nazionale il ruolo cardine nella formazione di un individuo, ammettendo che una persona sia pressoché ignorante in Matematica od in Fisica, ma abbia una solidissima preparazione in Italiano e Latino, mentre il contrario non è considerato nemmeno pensabile, per tacere del ruolo men che marginale assegnato alla Musica, la quale, grazie al suo agire con mezzi mediati ed immediati, è in grado di educare alla disciplina interiore più di quanto non possa fare la Letteratura, la cui fruizione è, necessariamente, mediata.
    Dopo ben tre titoli di studio di livello accademico, il primo dei quali ottenuto solamente per ottemperare ad indicazioni in merito a sbocchi occupazionali che, in effetti, non c’erano, al giovane che domanda consigli orientativi, avendo avuto modo di meditare a fono, grazie all’educazione ricevuta, la risposta è un’indicazione a scegliere quello che più gli aggrada, ascoltando le altre persone, ma, dopo essersi posto delle domande, fare egli stesso la scelta, senza subire quelle altrui, dettate da fini utilitaristici professionali: il mestiere può essere anche diverso dall’argomento degli studi.

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