La riforma del lavoro: un giudizio a caldo

Daniele Borioli (*)

jacIl Jobs Act  è stato approvato al Senato. La questione di fiducia posta dal Governo sul provvedimento, è passata a larga maggioranza, una maggioranza (va detto) più larga che in altre recenti occasioni. Il dibattito si è chiuso oltre la mezzanotte e, quando il Presidente Grasso ha dato conto all’Aula dell’esito della votazione, l’intemperanza teatrale che aveva animato grilli e padani nel corso della giornata, aveva ormai lasciato il posto a qualche languido e rassegnato sbadiglio.

Spente le luci della ribalta televisiva, il furore con cui nel pomeriggio costoro avevano messo in scena “l’eroica resistenza a difesa dei diritti dei lavoratori”, si è via via dissolto nell’indifferenza totale. Secondo un canovaccio ormai classico. Che si ripete in ogni occasione, quando i provvedimenti in discussione riscuotono l’attenzione, per la verità un po’ random dei media.

Mi permetto questo prologo poco attinente al tema, perché credo che questa dinamica sia uno dei tratti distintivi, in negativo, della legislatura in corso. Un’opposizione del tutto incapace di proposta, che nella sua versione a 5 stelle appare del tutto asservita alla logica dell’esposizione mediatica. Non male per un movimento i cui guru avevano fatto dell’ostracismo alla “tivù” un tratto distintivo.

Torniamo, però, a bomba sul punto. Il Jobs Act è una legge-delega, che come tutte le leggi-delega conferisce ampli poteri al Governo di disciplinare i diversi aspetti con l’adozione dei decreti attuativi. Ciò non significa, tuttavia, che alcune delle questioni, quelle più spinose e delicate, non possano e non debbano essere affrontate nel testo base.

Gran parte della discussione sviluppatasi tra Governo e Parlamento, per la verità soprattutto all’interno del PD, avendo preferito le forze dell’opposizione chiassosa tirare petardi e fumogeni in campo, si è esercitata proprio su questo. Vale a dire su un giudizio di eccessiva genericità del testo, in prima battuta presentato dal Governo. E questo su questioni delicate: quella dei meccanismi del cosiddetto “demansionamento”; quella della copertura finanziaria dei nuovi ammortizzatori sociali universali; quella della semplificazione per riduzione delle tipologie contrattuali; quella dell’articolo 18.

Torneremo, per non eluderlo, su quest’ultimo tema. Per la gran parte, credo si possa dire che il maxiemendamento del Governo, recependo gran parte delle istanze sollevate dagli emendamenti proposti da un gruppo di senatori del PD, così come i contenuti del documento approvato dalla Direzione nazionale del Partito all’inizio della scorsa settimana, ha sostanzialmente sanato quel rischio di genericità cui accennavamo.

Sul “demansionamento”, che consente al datore di lavoro di spostare un dipendente, per esigenze di riorganizzazione aziendale, a una mansione diversa e più bassa di quella di partenza, le modifiche introdotte tendono a salvaguardare la posizione economica dei lavoratori coinvolti, e legano il procedimento ai meccanismi definiti nei contratti, restituendo quindi ruolo alle relazioni sindacali, e limitando in modo significativo l’eccesso di laissez-faire’ del testo originario.

Sulle coperture finanziarie è stato rafforzato l’impegno vincolante del Governo a reperire le risorse necessarie per rendere effettiva l’applicabilità dei nuovi ammortizzatori sociali alla vastissima platea di coloro che oggi ne sono esclusi. Elemento importante e decisivo: essendo questo il punto del provvedimento che, più di altri e insieme a quello sullo sfoltimento della giungla contrattuale, ne qualifica il profilo riformatore in senso progressista.

Sulle forme di contratto, l’emendamento approvato con la fiducia spinge molto di più del testo base verso la riduzione delle tipologie contrattuali, soprattutto quelle precarie, e configura un orizzonte di approdo verso la tipologia contrattuale dominante, e quasi esclusiva, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti.

Nel complesso, i miglioramenti introdotti prima della fiducia rafforzano sul piano dell’estensione e della precisazione delle tutele la legge delega, equilibrando nel segno dell’equità e dei diritti per i lavoratori ciò che il provvedimento concede in termini di flessibilità e discrezionalità alle imprese.

Sull’articolo 18 siamo invece, come si suol dire, “rimasti a cavallo”. Il testo della legge-delega licenziato dal Senato non dice nulla in proposito. Così come nulla diceva il testo originario presentato dal Governo. Per diversi aspetti, dunque, l’aspro conflitto cui abbiamo assistito nelle due ultime settimane, all’interno del PD, tra le diverse forze politiche della maggioranza o dell’opposizione, sui media nazionali, sino alla masaniellata grillo-padana dell’altro giorno, potrebbe essere rubricato sotto il titolo “tanto rumore per nulla”.

In realtà, non è proprio così. La discussione ha consentito di far emergere con maggior chiarezza quello che sarà, con ogni probabilità, la concreta traduzione del tema nei decreti attuativi. Rispetto alla versione dell’articolo 18 post-riforma Fornero (che già ne aveva di fatto svuotato l’efficacia), la “reintegra” resterà in vigore per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari particolarmente gravi, dei cui motivi i giudici valutino l’infondatezza. Questo è ciò che ha detto esplicitamente in aula il Ministro del lavoro Poletti, precisando che si tratterà di una casistica circoscritta e puntualmente definita.

Per uno come il sottoscritto, che era presente nel 2003 tra i tre milioni di persone chiamate da Cofferati a manifestare contro Berlusconi che voleva cancellare l’articolo 18, e che ha sottoscritto gli emendamenti presentati da parte della minoranza PD, l’esito di questa partita non può che suscitare preoccupazioni e interrogativi. Oltre alla speranza che nella fase attuativa l’asticella dei diritti non venga troppo abbassata.

Tuttavia, credo che nella delicata situazione che vive il Paese, tocchi a tutti cercare di fare uno sforzo di responsabilità: da un lato per vedere con sano realismo la condizione oggettiva in cui versa l’Italia, e i rapporti di forza in gioco nella società italiana; dall’altro per guardare le riforme che il Governo sta cercando di realizzare con gli occhiali della fiducia e non solo con quelli della critica.

Quanto al primo punto, non c’è dubbio che tra il 2003 e il 2014 è cambiato il mondo. Eravamo in una buona fase economica e occupazionale, ora siamo in quella che ormai quasi tutti gli economisti non hanno timore a definire una crisi più acuta e peggiore di quella del 1929. Il rapporto numerico tra coloro che nel 2003 stavano sotto l’ombrello dello Statuto dei lavoratori e quanti ne stavano fuori è radicalmente mutato. Soprattutto per quanto riguarda le fasce del lavoro, del precariato e della disoccupazione giovanile, balzata a oltre il 40%.

A tutto ciò si aggiunga che la composizione parlamentare scaturita dalle elezioni del 2013 impone, a meno che non si voglia tornare al voto, un Governo di larghe intese, che oggettivamente impone mediazioni e compromessi, magari difficili da digerire, ma assolutamente comprensibili in una logica politica di coalizione.

Insomma, ragionando da “vecchio marxista”, potrei dire che i rapporti di forza oggi vigenti nel Paese non consentono equilibri più avanzati. E che le lezioni della storia anche non troppo remota dovrebbero indurci a una riflessione severa, sul prezzo che talvolta il mondo del lavoro è stato costretto a pagare, per lunghissimi anni, a causa delle battaglie verso cui, talvolta, i propri gruppi dirigenti lo hanno trascinato. La vicenda del 1980, e del referendum sulla scala mobile, è ancora lì ad ammonirci e a indurci tutti a una certa prudenza.

Se oggi il primo triplice obiettivo è: creare nuova e buona occupazione; sfoltire la giungla contrattuale in cui il lavoro flessibile s trasforma in labirinto di precariato endemico; allargare all’universalità dei lavoratori e dei disoccupati le tutele e gli ammortizzatori da cui oggi troppi, soprattutto giovani, sono esclusi, possiamo dire che il Jobs Act si presenta potenzialmente come l’arma giusta per inquadrare il bersaglio.

Un’arma, per di più, che toglierà anche alle classi imprenditrici italiane, anch’esse corresponsabili per la loro parte dei ritardi del Paese, un alibi in cui molto spesso e molto comodamente si sono rifugiate. Naturalmente, se e come quest’arma funzionerà lo vedremo, dati alla mano, tra qualche tempo. Soprattutto, se il Governo riuscirà a reperire le risorse necessarie a far funzionare il nuovo sistema: a sostegno delle tutele sociali e salariali e a rafforzamento qualitativo e quantitativo della formazione professionale.

Da qui in là, passate le colonne d’Ercole della Camera, anche il Governo non avrà più alibi, avendo in mano quello strumento normativa di base su cui sviluppare le proprie politiche per il lavoro.

In qualche modo, insomma, pur rimanendo nel cervello e nel cuore di molti, fra cui chi scrive, qualche comprensibile e legittimo timore per una riforma che scardina alcune certezze consolidate, credo oggi debba prevalere, nel segno della fiducia che prima richiamavo, un atteggiamento positivo e costruttivo, in cui la critica non sfoci nell’arroccamento, continuando invece a svolgere la sua azione di stimolo.

(*) Senatore PD della provincia di Alessandria

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One thought on “La riforma del lavoro: un giudizio a caldo

  1. Limitatamente agli aspetti descritti sopra, il mondo non cambia da sé, così come le crisi economiche non avvengono ad opera di chissà quale arcano soggetto, ma sono causate dalle persone, per quanto gli economisti possano sproloquiare bischerate ad oltranza in merito all’ineluttabilità di certe loro cabalistiche leggi, peraltro dedotte da osservazione ed analisi statistica – grossolana, a ben vedere – di comportamenti umani, i quali sono modificabili o spontaneamente od in forza di una legge. Purtroppo, chi deve scrivere le leggi è completamente prono nei confronti della casta economica: trattasi di persone senza professionalità né polso da reagire ad un simili cancro della società. Occorre, innanzi tutto, fondare le Nazioni sul Diritto e non sul bilancio, come, scelleratamente, è stato fatto in questi ultimi tempi, fino ad arrivare all’abominio d’introdurre il pareggio nella Costituzione e smettere di considerare il mondo come un gigantesco mercato, dove anche l’Uomo e la sua opera vengono a perdere il loro alto valore per essere paragonati ad un qualunque sacco di patate o simili.
    Paradossalmente, i soloni dell’economia, di cui abbondano anche le Istituzioni Europee, approvano ogni allentamento del controllo della medesima da parte della Pubblica Autorità, mentre è il caso di stringere quanto più possibile i freni e concedere le libertà dopo attenta analisi e con grande parsimonia, affinché questa libertà non si trasformi in deprecabile liberismo, come succede ai giorni nostri, dove l’interesse privato, individuale o aziendale quale esso sia è anteposto all’interesse collettivo e generale di una popolazione. La ricetta è semplice: imposizione fortemente progressiva sui redditi ed un minimo di degressività sul rendimento dei contributi pensionistici; non è necessario ricorrere a tassazioni sui patrimoni, ma si deve impedire che certi patrimoni si formino senza che i loro proprietari abbiano adempiuto ai loro obblighi nei confronti del popolo. Inoltre, rigorosi controlli sulla finanza, rendendo illecite certe operazioni ora permesse, maggiori obblighi di registrazione e, sul fronte del Diritto del lavoro, ritorno alla primigenia forma e ripristino di tariffari professionali vincolanti e calmieri ai prezzi di beni e servizi: è possibile e basta solo volerlo fare.

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