L’Unione fa la forza

Carlo Baviera

munLeggiamo che la Regione chiede che le Unioni comunali siano di almeno 10.000 abitanti. Significa che tanti Comuni, ormai ridotti a poche centinaia di abitanti, dovranno unirsi ad altri con servizi comuni per rispondere meglio alle esigenze dei cittadini e risparmiare risorse.

C’è chi teme che questo sia un ulteriore passaggio per procedere verso l’aggregazione, accorpando amministrazioni, e facendo perdere autonomia alle municipalità; e magari anche accentrando servizi, spogliando ulteriormente i territori di presenze importanti, soprattutto per gli anziani.

Certo, i precedenti di riforme e accorpamenti in altri settori, non infondono molte speranze. E’ come in fatto di ristrutturazioni aziendali, che alla lunga per il personale significa licenziamenti.

Quindi è comprensibile la perplessità di tanti cittadini; ciò che invece lo è meno riguarda l’incertezza da parte di amministratori, perché il sistema comunale così come è organizzato sui nostri territori non regge più: sempre più anziani, sempre meno abitanti, sempre meno risorse per il Bilancio, sempre maggiori compiti.

Perciò è quanto mai opportuno che si vada verso aggregazioni , anche incentivate da parte della Regione Piemonte. Senza obbligare nessuno, perché le Comunità precedono sia lo Stato che le Regioni e i Municipi sono una presenza importante. Ma “aiutando” a capire che mettendosi insieme si è più forti dal punto di vista della capacità di rispondere amministrativamente e organizzativamente meglio alle difficoltà e alle sfide di questo tempo.

Nel Monferrato casalese la questione è motivata dall’evidenza dei numeri. Lo scorso anno anche nella giornata in cui la Diocesi presentava i primi risultati e le prime proposte riguardo al lavoro svolto per un paio d’anni e denominato “Agenda di Speranza per il Monferrato” si ricordava, come uno fra i punti di debolezza, proprio la situazione degli abitanti: su 69 Comuni della Diocesi e 104.000 abitanti, 28 hanno una popolazione tra i mille e i duemila abitanti, 19 Comuni tra  500 e 1000, e 18 con meno di 500. E’ evidente quali debbano essere le decisioni conseguenti per reggere al futuro.

Non è solo una questione di numeri quella che impone decisioni radicali. Perché l’eccessiva frammentazione, con tanti piccoli centri, porta a isolarsi, a chiudersi, a difendere strettamente la propria identità. E’ un ragionamento che sentivo fare da un Parroco, riguardo alle Parrocchie: “Sempre meno persone, sempre più isolati, ma incapaci di guardare fuori da sé. Incapaci di cercare collaborazione. E così ci si chiude, si perde speranza e non si ragiona in una prospettiva più ampia”. Per paura di perdere l’istituzione Parrocchia si perde la presenza di qualunque attività.

Questo vale anche a livello civile. Per paura di perdere qualcosa in presenze burocratiche o aspetti identitari, ci si immiserisce sempre più, si contribuisce a perdere rapporti di buon vicinato coi Paesi limitrofi, si abbassa il senso di appartenenza ad un territorio più vasto, in poche parole si perde la consapevolezza comunitaria, il sentirsi parte di una Comunità (in questo caso il Basso Monferrato o il Circondario Casalese).

Non è un caso, infatti, che in troppi casi l’identità di area e l’immagine del Monferrato Casalese, su cui aveva molto lavorato negli anni settanta e nei primi anni ’80 una classe dirigente avveduta e saggia, è andata largamente perduta e oggi si sente tutta la difficoltà di rimettere insieme. Un lavoro con cui l’Associazione dei Comuni del Monferrato, alcuni Sindaci e amministratori, e anche qualche iniziativa di tipo turistico o culturale, cercano di recuperare il tempo perso.

Se gli operatori economici, l’Associazionismo, i centri scolastici, culturali, religiosi, sportivi e la politica non si danno anche questo obiettivo e non si impegnano attraverso una pluralità di iniziative e di azioni educative a ricreare il senso comunitario, sarà difficile fissare altri traguardi.

Questo lavoro deve supportare le decisioni delle Amministrazioni Comunali di procedere secondo quanto indicato dalla Regione. Perché la sfida non è la Presidenza o un posto nel direttivo dell’Unione comunale, non è un servizio in più o in meno da gestire in odo associato, non è il pareggio di Bilancio di quest’anno o del prossimo; la sfida è avere capacità di offrire insieme risposte all’occupazione, alla sicurezza dei nostri Paesi, agli anziani soli, ad un ambente che necessita di attenzioni e ad un’agricoltura che va rilanciata con prodotti tipici e di qualità.

E un altro aspetto non secondario è anche dato dal fatto che con una Unione sufficientemente grande anche per numero di abitanti si ha maggior peso politico, si è più coesi nelle richieste, e si può chiedere ascolto maggiore. Per questo ci si augura che trovi consensi la possibilità di Unioni numericamente grandi, insieme alla capacità del Comune di Casale Monferrato di tornare ad un legame con il territorio che ha avuto in passato aspetti significativi; “per evitare di perdere – come ha detto il Presidente del’Associazione dei Comuni, Riccardo Triglia – un’occasione che è una vera <rivoluzione> e che potrebbe aiutare il casalese a svilupparsi”.

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One thought on “L’Unione fa la forza

  1. Proposta ragionevole, tuttavia è ben difficile convincere le persone abituate ab immemorabili ad avere il Palazzo del Comune nel proprio paese a dovervi rinunciare e trasformare quel Palazzo in sede del Consiglio di Circoscrizione. Resta il fatto che il Piemonte è la Regione dove i Comuni sono frammentati come non succede in nessun’altra parte d’Italia, dove, ad esempio, in Toscana, abbiamo Roccastrada che, con 9303 abitanti distribuiti tra il Capoluogo e sette frazioni, si estende su quasi 285 kilometri quadrati; la popolazione è avvezza a dover percorrere distanze anche dell’ordine della ventina di kilometri per raggiungere il Capoluogo e, quindi, il Municipio. Non dobbiamo nemmeno trascurare il rischio di referendum: pertanto, occorre procedere in questa direzione, ma con la massima cautela .

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