Sinodo: prevarrà la sensibilità pastorale, come in Concilio?

Carlo Baviera

sinodoDal Sinodo straordinario (sarà seguito il prossimo anno da un’altra Assise dei Vescovi sullo stesso argomento), che il Papa ha indetto per questo mese sul tema della famiglia, molti si aspettano novità non marginali. Tante questioni legate al tema della coppia, di chi è unito in matrimonio ma anche delle coppie sposate solo civilmente, continuano ad essere poste all’attenzione della Chiesa e alle sue modalità pastorali e normative.

I mezzi di comunicazione sociale, ma anche parte dell’opinione pubblica, spingono il dibattito su questioni di “aggiornamento” e mutamento della dottrina tradizionale: prendere atto che le persone che si sposano in Chiesa sono sempre meno, che molti sono i casi di convivenza, che la dottrina sui rapporti sessuali è sempre meno conosciuta e rispettata, che c’è sofferenza di alcuni divorziati e risposati a cui è impedito di accedere al sacramento dell’Eucaristia. A volte il dibattito rischia di diventare discorso da salotti o da bar, affrontato in modo superficiale o tenendo conto dei desideri e delle impressioni di chi parla. Mentre le considerazioni legate al Sacramento del matrimonio, e a tutto ciò che ne consegue dal punto di vista della morale e delle norme canoniche, se affrontato seriamente e con argomentazioni adeguate, è più cosa da teologi, da moralisti, da pastoralisti.

Da parte dei laici che cercano di vivere la propria fede con la maggiore coerenza possibile e che partecipano con passione al compito evangelizzante della Chiesa, si può invece aggiungere un contributo di buon senso e un aiuto a capire le problematiche vissute nel matrimonio per indirizzare il Sinodo verso decisioni di vicinanza alle realtà concrete: in fondo sono i coniugi stessi che conoscono i problemi della loro condizione.

L’instrumentum laboris, che fornisce la base degli argomenti da affrontare, tiene già conto di una più vasta serie di questioni: dal disegno di Dio sulla famiglia alla vocazione familiare (in Cristo), dalla famiglia nella società alla diversità, reciprocità e stile di vita familiare, dalla spiritualità familiare alla testimonianza della bellezza della vita in comune, dal condizionamento esercitato dai fenomeni sociali del lavoro e delle migrazioni a quelli della povertà o del consumismo.

Sarebbe perciò sbagliato, di fronte alla necessità di rilanciare la bellezza della vita e dei rapporti familiari, di un modello solidale aperto al trascendente e alle altre realtà sociali, aperto alla vita e al dono reciproco, limitare tutta l’attenzione alla questione della “comunione ai risposati” o alla morale sessuale. Anche la Settimana Sociale dei cattolici Italiani tenutasi a Torino lo scorso anno aveva affrontato e messo in agenda una serie di attenzioni riguardanti la vita concreta, l’armonizzazione dei tempi di vita con quelli di lavoro, le tasse che gravano sul nucleo familiare, le famiglie immigrate e di come inserirle nelle comunità, le politiche abitative e quelle ambientali. Molti di queste “sfide” sono state solo accennate marginalmente dal Documento finale approvato in tempi successivi dai Vescovi. Speriamo che il Sinodo le riprenda, perché anche nel titolo esso è chiamato a rispondere a “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, e gli stessi Vescovi sono consapevoli di ciò: “la difficile educazione dei figli, l’armonizzazione dei tempi della famiglia e quelli del lavoro, le situazioni di separazione e di divorzio, le convivenze … Queste e altre ancora sono le sfide… Sarebbe gravemente fuorviante ridurre i lavori del Sinodo alla prassi sacramentale dei divorziati risposati” (Prolusione del card. Bagnasco al Consiglio Permanente della CEI).

L’opinione pubblica e i mass media, però, sono attratti (o vogliono indirizzare la discussione?) più sulle questioni della morale sessuale, delle convivenze e della Comunione ai risposati: argomenti pastoralmente pure rilevanti. Del resto è evidente che quando il Papa parla di misericordia e di Chiesa come ospedale da campo e non dogana, pare riferirsi proprio ai temi “scabrosi”.

Senza mettere in discussione l’indissolubilità del matrimonio e rimarcando l’uso della sessualità non come una pratica qualsiasi o come pura emozione, ma anche legata profondamente alla intimità dell’amore coniugale e alla procreazione, e ribadendo che la famiglia è quella fondata sul matrimonio (come previsto dalla Costituzione), si comprende anche che i termini “legge naturale”, “situazione canonicamente irregolare”, “matrimonio naturale” e così via devono essere valutati tenendo conto che si sono modificate realtà che un tempo sembravano scontate e immutabili. Per cui, a livello di prassi e di pastorale, non è male cercare vie nuove per accogliere l’umanità “ferita” e non respingerla.

L’atteggiamento di Francesco, che presiede le nozze di coppie già conviventi e con figli, pur non contravvenendo alla posizione tradizionale in fatto di matrimonio (anzi regolarizza ciò che non lo era), fa capire che ci piaccia o meno è necessario cambiare: cambiare la nostra mentalità, le nostre certezze e aiutare a cambiare i modi di pensare coloro che non conoscono in profondità l’insegnamento della Chiesa. Il peccato resta peccato e chi sbaglia è giusto che si riconosca peccatore; ma i peccati sono come risposte errate a formule matematiche o a regole fisse? Un conto è il coniuge infedele, che abbandona la famiglia e si accasa con un’altra persona perché così gli è piaciuto o gli fa comodo. Altro è il coniuge abbandonato, magari con figli da crescere e in difficoltà finanziarie: che può incontrare chi si fa carico, chi dona affetto e poi l’affetto si muta in amore, e frequentandosi ci si mette insieme, si dà vita ad una nuova coppia e magari nascono altri figli. In questo caso si dovrebbe (so che la norma ecclesiale è cosa diversa dalla giustizia civile) tener conto di tutte le attenuanti. E perché non pensare ad un percorso che aiuti anche spiritualmente a rimettere insieme i cocci della propria esistenza e accompagnare ad un reinserimento nella “comunione” piena? Capisco le perplessità per la semplificazione sul piano dottrinale; il tutto rischia di essere inteso come un’accettazione da parte della Chiesa di queste nuove convivenze come matrimonio di fatto, e la prassi si estenderebbe rapidamente col riconoscimento delle seconde nozze.

La norma deve avere un compito educativo, e non rincorrere desideri e piaceri. Però, se si perdona un assassino e dopo un vero pentimento lo si può riammettere al Sacramento della comunione, si potrà almeno prendere in considerazione la possibilità per chi ha “sbagliato” il matrimonio? Oppure tutto è solo e sempre legato alla pure importante, e troppo spesso banalizzata dall’opinione pubblica, questione dei rapporti sessuali quasi unica cartina di tornasole? Sì: intimità, amore e procreazione sono legate; ma deve essere l’unico elemento che consente di stabilire se si è dentro o fuori dalla comunione piena?

Anche la Commissione Speciale istituita per riformare e  semplificare le procedure di nullità matrimoniale va nella direzione desiderata da Francesco anche riguardo al rapporto fede/Sacramento. Si potrebbe dare l’impressione di abusare dei casi di nullità, aggirando vincoli e leggi ecclesiastiche; ma può essere la prova ulteriore che la conoscenza del significato del Sacramento è poca e accettata solo per tradizione o superficialità. Ecco perché è importante che siano rivisti i Corsi di preparazione al matrimonio affinché diventino (è sempre Bagnasco) un «cammino di fede». L’educazione all’amore è un percorso lungo e affascinante; non possiamo continuare ad accontentarci dell’esistente e dobbiamo insegnare a tutti che anche l’amore va educato e che il Matrimonio è una vocazione, una scelta da compiersi con consapevolezza. Non è il vestito bianco, il canto dell’Ave Maria, lo scambio delle fedi nuziali!

Solo dopo vengono le questioni legate al significato di famiglia, alla considerazione da riconoscerle sul piano culturale e politico non paragonandola ad altre convivenze. Solo dopo viene il fatto che non è un fatto privato, di amore e affetto fra i coniugi, ma è un bene comune per tutta la società, basato su questa «cellula» realtà sociale ed economica, momento educativo; stabile,  fedele, per sempre. Come ricorda il Card. Walter Karper il Sinodo non è solo discussione sull’accesso alla comunione per i divorziati risposati, tema sul quale insistono anche alcuni Prelati per ribadire l’insegnamento della Chiesa che lo impedisce: “Marcano in anticipo una linea rossa, si fanno maestri del Sinodo e decretano che tutto ciò è già stato detto e deciso. Il Sinodo diventa così una farsa e dunque, per tantissimi fedeli una delusione”.

Allora perché il Sinodo sia vissuto come San Giovanni XXIII aveva pensato il Concilio – di carattere pastorale e non dogmatico – attendiamo da queste giornate l’umiltà e la sottomissione dei Padri Sinodali alla voce dello Spirito Santo affinché sappiano rispondere con misericordia e con capacità di accoglienza alle tante ferite che la vita matrimoniale pone alle donne e agli uomini di oggi.

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One thought on “Sinodo: prevarrà la sensibilità pastorale, come in Concilio?

  1. Il sinodo e’ organismo esclusivamente consultivo che rappresenta meno del quattro per cento dell’intero episcopato mondiale. Se si arrogasse competenze che non sono sue si verificherebbe una sorta di colpo di stato. Il Papato ed il Concilio (cioè la riunione di tutti e singoli i vescovi cattolici) verrebbero esautorati. Però si tenga che presente se il Concilio, un qualsiasi Concilio, sia esso il Vaticano III o il Lateranense VI, e’ pastorale e’ vincolante solo nella misura in cui …
    Inoltre: i cinque cardinali e l’arcivescovo gesuita Cyril Vasil non hanno marcato proprio nulla, con buona pace del card. Kasper. Loro hanno solo ripetuto che ciò che sempre e da tutti è stato creduto in ambito cattolico e fino al 983 anche fra gli ortodossi. Se il matrimonio, rato e consumato, e’ canonicamente valido, allora esso è e rimane indissolubile. Nessuna autorità umana, neppure il Papato, può scioglierlo.

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