“In direzione ostinata e contraria”

Angelo Marinoni

remaUno splendido verso di De André riassume l’atteggiamento che molti cittadini hanno nei confronti della classe dirigente mostrando una ostinazione legittima e coraggiosa nel contestare la direzione sbagliata che con medesima ostinazione chi comanda a tutti i livelli persegue.

Non ci sono ulteriori prove da mostrare, non c’è bisogno di riferirsi ad altri numeri o altri esempi: il mondo contemporaneo è la migliore risposta alla domanda se l’economia della crescita e il liberismo funzionino, è una risposta chiara, netta e inequivocabile, no.

Le ragioni di questa disfatta del più pervicace sistema di potere che abbia dominato quest’angolo di universo sono tante e non basterebbe un trattato a descriverle, per queste mi limiterò’ a qualche osservazione e qualche maleducato uso dell’indice verso quegli attori che ci trascinano nel baratro prendendoci a sberle ogni volta che cediamo il passo nel nostro impervio e semplicemente sbagliato percorso.

L’Italia continua la marcia a vista anche se è difficile capire come effettivamente stia visto che nell’epoca dell’opinabilità dei fatti passiamo dalla recessione alla crescita passando per la stagnazione in meno di due giorni: insopportabile metodo del potere per non far notare ad un uditorio distratto la sua totale impreparazione.

L’esperienza di tutti i giorni rivela, però, che il Paese non sta affatto bene: i governi locali non sanno che parlare di tagli, le aziende fanno fatica e di conseguenza i lavoratori, i consumi restano bassi e il denaro, vero o virtuale resta chiuso nei caveau o nei mercati finanziari.

A questo stato di cose la classe dirigente reagisce nel più classico dei modus italiani, l’aggiramento dell’ostacolo: un modus tutto italiano che può venire attuato distraendo l’attenzione su un problema diverso e più facile da risolvere oppure facendo finta di niente e tirando diritto ignorando l’ovvio aggravarsi delle conseguenze degli irrisolti.

Un esempio calzante del primo metodo di aggiramento e l’accanimento renziano sull’art, 18: il Presidente insiste nel considerare ideologica la conservazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, insiste senza rendersi conto che la sua battaglia contro quell’articolo e forse contro tutto lo Statuto è altrettanto e forse più ideologica di quella per la sua conservazione.

Le posizioni sono entrambe ideologiche e derivano da due ideologie diverse, mi verrebbe da dire che hanno torto entrambi e non apprezzo il comportamento del Governo e nemmeno quello del Sindacato, il primo ubriacato dal concetto di innovazione a oltranza senza sapere, spesso,  cosa voglia ideologicamente innovare e il secondo cieco verso quella massa di lavoratori i cui diritti    non difende perché non ne hanno.

Non voglio addentrarmi nel dibattito circa l’art. 18, sul quale persone più competenti in materia di diritto del lavoro e diritti dei lavoratori si stanno esprimendo su questa testata, voglio, invece, addentrarmi sul dibattito circa il modus operandi della nostra classe dirigente e sul modo in cui un sistema sbagliato arrogante e padrone anche dei sistemi di comunicazione non stia risolvendo i problemi, benché molti siano stati da lui stesso creati.

Il problema della mancanza di lavoro è enorme, ma ci si dimentica che una significativa massa di disoccupati è “diversamente occupata”, ovvero lavora in nero. Deprecabile sistema di sfruttamento e più spesso deprecabile sistema di evasione fiscale, ciò non ostante i controlli, normalmente vengono fatti a chi è noto quindi paga, magari meno, magari non tutto, ma paga: chi non paga continua sereno a non farlo perché ha il relativo vantaggio di non esistere se non quando una clientela ammalata di risparmio non vi si rivolge invogliata dai prezzi che gli esistenti non possono praticare, esistenti la cui sopravvivenza è sempre più minacciata dalla scarsità dei clienti come dalle sonore mazzate che in forma di tasse e/o in forma di multe le piovono addosso come i tizzoni  a Brunetto Latini.

Sembrerebbe, quindi, questa fobia dell’art. 18 da parte di Renzi e questa alzata di scudi del mondo sindacale e della Sinistra residuale (l’unica Sinistra rimasta in Italia con la dipartita della Sinistra radicale, l’implosione della Sinistra riformista e l’abdicazione della Sinistra socialista) come un meraviglioso esempio di aggiramento dell’ostacolo. Alla domanda su come risolvere il problema disoccupazione le parti in causa si sono inventate la non soluzione, ovvero litigare su un articolo (importante)  dello Statuto dei Lavoratori.

Non ho letto ancora qualcosa che condivida nelle dichiarazioni di nessuna delle parti in causa circa i costi che un’impresa deve sostenere per la propria forza lavoro: o si riducono i costi o si mettono le imprese nelle condizioni di sostenerli, se si impone alle imprese di competere in un mercato globale si deve giocare tutti con le stesse carte e le stesse regole, cosa che non succede visto che i governi europei vogliono spendere miliardi per agevolare i flussi di merci provenienti dall’Asia il cui mercato del lavoro è qualcosa di agghiacciante; se, invece, si favorissero le infrastrutture locali perché le merci europee vengano agevolmente e sostenibilmente messe in circolazione probabilmente quel mercato tanto osannato potrebbe anche funzionare e invece di fare delle vittime avere dei protagonisti (imprese e lavoratori).

In tema di problema aggirato e di poteri da indicare cito la ex-Fiat.

Sono rimasto assolutamente disgustato, non mi può venir chiesta moderazione in questo caso, nell’assistere allo spettacolo del Presidente del Consiglio Italiano che rende omaggio a un capitano d’industria straniero che ha preso in mano una grande azienda italiana che dallo Stato italiano è stata finanziata fino al punto di distruggere la politica dei trasporti del Paese per sostenerla, l’ha portata all’estero, ha rinnegato tutte le regole che le altre imprese con i sindacati si erano date e rispettano nel rapporto Sindacato-Confindustria uscendo dalla stessa Confindustria (quando l’industria era italiana), ha imposto un referendum ai dipendenti superando le regole sindacali e promettendo investimenti dei quali non ho notizia.

Sappiamo, invece, certamente che due grossi stabilimenti del Sud sono chiusi o quasi e che non esiste più un autobus italiano come non esiste più Fiat ferroviaria che, almeno, essendo finita in buone mani, ha mantenuto gli stabilimenti a Savigliano.

La direzione ostinata e contraria porta in un posto dove i problemi non vengono aggirati tramite la nuova commedia dell’arte della politica italiana, ma vengono indicati e affrontati anche con il coraggio di ammettere i propri errori, ripercorrere a ritroso il proprio sentiero fino a quel bivio che si è capito fosse quello sbagliato per primo.

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One thought on ““In direzione ostinata e contraria”

  1. Viene da domandarsi perché tutto quanto vada a difendere diritti legittimi, ostacolando il diffondersi di un morbo attanagliante portato dal liberismo sia bollato di ideologia, mentre le riforme liberiste siano considerate evoluzione positiva.

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