Dialogare, dialogare sempre … almeno con la propria area

Carlo Baviera

bereAnche se non sempre gli articoli estivi dei giornali contengono notizie importanti (ma quest’anno tra guerre, Ebola, sgozzamenti, sequestri in aree mediorientali, dati sull’economia reale, nomina dei vertici europei hanno abbondantemente fornito materiale agli addetti) e spesso si soffermano su questioni effimere e da ombrellone, mi ha colpito leggere che il premier Renzi si è deciso a dialogare con le opposizioni per portare a casa il voto sulla riforma del Senato; e sulla legge elettorale di ascoltare anche i dissidenti del suo partito.

Mi chiedo se si dovesse arrivare alle solite scene di insulti collettivi, di aggressioni verbali (e non solo verbali), di abbandono dell’aula da parte di gruppi contrari al disegno di legge. Se il Capo del Governo ha messo a punto una proposta di legge elettorale, concordandone i punti qualificanti con l’avversario storico, perché non ha tentato prima un minimo di convergenza, almeno su un paio di questioni, con i partiti che lo sostengono e soprattutto all’interno del suo Partito?

Forse, sarà la risposta, non vuole farsi condizionare dalla minoranza interna; forse dava per scontato che alla fine chi dissente nel PD si sarebbe allineato volente o nolente; forse intendeva far capire chi “comanda”.

Sta di fatto che su legge elettorale e modifica sostanziale del Senato, il comportamento di Governo mi è parso di una durezza eccessiva. E’ probabile che senza tenere fermo il timone contro tutto e contro tutti, la rotta si sarebbe persa e si sarebbe sbracato su proposte ritenute indispensabili: sapere chi ha vinto la sera stessa, non essere condizionati da partitini, non dare spazio a spese eccessive e a lobbies non sempre limpide che si ritiene essere conseguenza delle preferenze, favorire il bipolarismo.

Era facile prevedere, però, che l’indisponibilità a discutere serenamente su ipotesi anche fra loro contrastanti avrebbe inevitabilmente causato ostruzionismi, scontri, irrigidimenti reciproci. Sembrava che la cosa importante fosse solo la data entro la quale decidere. Trattandosi di riforme che riguardano materie importanti non è meglio un mese in più di discussione per assumere una decisione il più possibile condivisa?

Così abbiamo dovuto assistere alla sostituzione di parlamentari (mi pare del PD e di SC) in Commissione Affari Costituzionali per non avere troppi intralci, a due incontri streaming con i cinque stelle, alla solita Aula in subbuglio per convincersi che un atteggiamento più conciliante sarebbe stato più positivo. Infatti, dopo aver deciso di avviare incontri distensivi con SEL e con NCD, si è sbloccata la votazione per il nuovo Senato. Ed è probabile che sulla legge elettorale, con piccole modifiche, si possa tener conto delle attenzioni che erano rivendicate dagli oppositori interni ed esterni.

Questo dimostra quale sia, generalmente, il metodo da adottare anche per altre riforme; per quelle strutturali che sono divisive, che sono difficili da far ingoiare agli elettori. Un metodo che se utilizzato dall’inizio e in modo serio evita perdite di tempo, errori (leggi esodati), lacerazioni inutili. Questo vale anche nei rapporti con le forze sociali ed economiche: non contano le terminologie, concertazione o meno, conta il coinvolgimento, l’ascolto, il confronto reciproco, l’accettare qualche piccola modifica per evitare incomprensioni che si protraggono per anni. Constato, invece, che già sull’articolo 18 (delle Statuto dei Lavoratori) si è tornati agli irrigidimenti reciproci.

Si dirà: la fai facile, tu. Non sempre è possibile ascoltare e tener conto delle proposte di tutti. Qualche scontento e profondamente contrario ci sarà sempre. Certo! Si dirà ancora (faccio l’esempio della legge elettorale) come contemperare le esigenze dei proporzionalisti e dei maggioritari? Come far convivere preferenze e liste bloccate? Impossibile! Certo! Così come sul discorso di rivedere un sistema che favorirebbe solo i già garantiti mentre lascerebbe scoperti da tutele i precari e le “false partite IVA”: non sembrano conciliabili le posizioni di chi difende strenuamente l’art. 18 e chi lo vuole abolire.

Però, considerando che il metodo del dialogo e del confronto sono sempre positivi e da utilizzare comunque e con tutti, le possibilità sono due: o si hanno i numeri sicuri e si procede come schiacciasassi  affrontando ostruzionismi e quant’altro (anche nel Paese) arrivando ad espellere chi dissente e scontrandosi con le forze sociali, oppure si opera cercando di avvicinare il più possibile le parti evitando di dover ricorrere a cambi di strategia a lavori in corso: cosa sempre spiacevole e a volte segnale di debolezza.

Comunque, debolezza o avvedutezza, nel caso della legge elettorale e sulla riforma del Senato per fortuna Renzi ha deciso di ammorbidirsi e di dialogare. Potrà realizzare le riforme che ha in mente, con pochi ritocchi, ma nel contempo lasciare margini anche a quanti speravano in soluzioni diverse: glielo auguriamo come auguriamo a noi di poter continuare ad avere Istituzioni democratiche e rappresentanti  scelti liberamente con il voto.  Ed è il consiglio che gli si può dare anche per quanto riguarda il Jobs Act.

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