Divorziati e risposati, promessa e fedeltà

Il punto  Agostino Pietrasanta

matrNon potrà essere, di certo, l’unico argomento trattato dal prossimo Sinodo dei vescovi; coi problemi pastorali che la famiglia pone oggi alla Chiesa, non si può ridurre il tutto alla questione, per quanto centrale, dell’ammissione ai sacramenti dei divorziati, risposati col rito civile. Eppure il tema è posto in agenda coi toni di una pubblicità quasi assordante; tanto che, a fronte degli interrogativi posti dal dibattito “laico”, si accusa un po’ la posizione appartata dei media cattolici, almeno quelli ufficialmente riconosciuti . Non andiamo però fuori tema.

Il dibattito si snoda, in particolare, ai vertici della Chiesa ed esprime due posizioni contrapposte, evidenziate dopo l’intervento di alcuni prelati che non ammettono alcuna apertura rispetto alla tradizione e dunque alla possibilità di un atteggiamento che, ispirato alla misericordia, conceda qualche prospettiva di piena comunione, anche sacramentale, ai fedeli, che si trovano a vivere l’esperienza di altre nozze, dopo il fallimento delle prime celebrate col la forza del sacramento.

Intanto un’osservazione preliminare che è già stata proposta da più parti. Siamo alla vigilia del sinodo: non sarebbe stato più corretto lasciare spazio e libertà al dibattito sinodale, senza anticipazioni conclusive che potrebbero influenzarlo, in vario modo e schieramento? Non vale certo la ragione che gli scritti raccolti ora dai prelati conservatori datano di parecchi mesi e che per l’occasione sono stati solo editati in un volume collettaneo; non vale, perché sta proprio lì la scorrettezza: raccogliere con l’”autorevolezza” della cordata, opinioni prima sparse e, per ciò stesso, meno influenti sull’opinione pubblica.

Tant’è e tanto si pone nella prassi tradizionale. Da sempre, e almeno nella storia della Chiesa contemporanea, ogni volta che si profila una svolta di innovazione nel consolidato tradizionale, la dialettica tra conservatori ed innovatori, ufficialmente negata (chissà poi perché) scoppia non senza vasti rumori. Riporto solo l’esempio del Concilio  Vaticano II: quando si profilarono alcune proposte tanto innovative quanto solutive di una continuità tradizionale, si sono formate le cordate di resistenza. Basti pensare al “coetus internazionalis patrum”  che in Concilio promosse un’opposizione articolata e teologicamente ben più ricca di quanto non facciano i “conservatori” di oggi, sia alla riforma liturgica, sia alla libertà religiosa, sia alla collegialità episcopale. E dunque nulla di nuovo e forse la storia, almeno qualche volta potrebbe aiutare almeno quanto, se non di più, della teologia morale e del diritto canonico.

Ed allora non anticipiamo; anche come blog seguiremo i lavori e le conclusioni del sinodo con l’attenzione che gli ideali di fondo ci suggeriscono. Tuttavia due osservazioni si possono azzardare da subito.

La prima. Proporre come risolutiva la via dell’annullamento canonico nei casi di difficoltà, ci sembra un escamotage o, come mi suggeriva un amico, una “furbata”. Certo con le culture e le mentalità correnti, i casi di nullità, per varia causa, non ultima l’indifferenza allo stesso sacramento richiesto, potrebbero essere assai numerosi, ma questo chiama in causa, se mai, un’adeguata pastorale dei fidanzati; i corsi C.P.M. (di preparazione al matrimonio) svolgono un ruolo, ma sembrano, sempre più insufficienti. Occorre una pastorale che, pur interessandosi anche (tante cose sono importanti) alla questione dei rapporti prematrimoniali, punti soprattutto a costruire una solidità convinta e motivata all’interno della coppia, magari con un più compiuto coinvolgimento di laici preparati, oltreché nell’esperienza coniugale, nelle scienze di vario supporto. Nel nostro caso, ricorrere alle dichiarazione di nullità ci sembra come andare fuori tema: un conto è il matrimonio nullo per (ribadisco) varia causa, altra cosa è il matrimonio assolutamente valido, realizzato anche sul piano sacramentale che per motivi, prima imprevisti ed imprevedibili, entra in crisi. Si tratta cioè del matrimonio vissuto e realizzato in pienezza che, ad una svolta nella vita, perde i fondamenti di continuità e pone l’inevitabile passo (questo tollerato anche dalla Chiesa) della separazione e poi del divorzio, con successive seconde nozze, ovviamente col solo rito civile. Sembra inutile precisarlo, ma di fronte a certe scappatoie, la precisazione diventa necessaria.

Di questo si tratta e su questo viene chiesta una possibilità, per i coniugi che si trovino in questa condizione, di accedere ai sacramenti; ferma l’ipotesi e la possibilità che invece dell’apertura si confermi la dottrina tradizionale. La nullità è altra cosa.

Ed allora ancora una volta aspettiamo il sinodo. Però sembra francamente assurdo che i difensori della tradizione pongano, nel caso dei divorziati risposati, la condizione di interrompere i rapporti coniugali, come indispensabile per accedere ai sacramenti.

Mi sembra assurdo per due motivi. Intanto per lo scarso senso della realtà: che due persone sposate, sia pure in seconde nozze, stabilizzate in un rapporto di continuità provato dall’esperienza come ben più solido di quello delle nozze precedenti, interrompano i rapporti coniugali non sembra realistico nella quasi totalità dei casi. E’ vero che ciò che tutti fanno non necessariamente coincide con il lecito, ma una pastorale poco realistica, potrebbe anche riuscire piuttosto sterile.

Il secondo motivo però mi sembra anche più rilevante. Possibile che il comportamento fedele si basi solo sulla sessualità e sull’uso che ne segue? Possibile che non ci siano altri elementi anche più rilevati da considerare? Se le seconde nozze feriscono la fedeltà delle prime non ci sono ragioni complesse che vanno ben al di là della fedeltà sessuale? Non c’è la fedeltà degli affetti, della tenerezza, dell’attenzione che, col passare degli anni finiscono per incidere con la forza di un amore che sul serio sarebbe da considerare esclusivo?

Mi sembra veramente limitativo ricorrere a queste soluzioni che potrebbero tranquillizzare i canonisti, ma non necessariamente una pastorale che si incarna nell’esperienza di ogni giorno.

Se veramente i divorziati risposati fossero da considerarsi inadeguati per l’ammissione ai sacramenti, allora dovremmo valutare qualcosa di più radicale della sola pratica e /o astinenza sessuale.

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2 thoughts on “Divorziati e risposati, promessa e fedeltà

  1. Cyril Vasil, gesuita slovacco, giovane segretario della Congregazione delle Chiese Orientali, coautore del testo “Permanere nella verità di Cristo” con gli antipaticissimi conservatori Caffarra, Scola, Müller, Brandmuller e Depaolis, può definirsi un conservatore? Suvvia …
    Che fine fa il primo matrimonio, valido, rato e consumato? Lo mettiamo in una sorta di limbo? San Paolo, riprendendo Matteo, ha una diversa opinione. Vedasi 1 Cor. 7, 10-11.

    • la vicenda che trae origine dalla relazione del card. Kasper nel concistoro del febbraio di quest’anno mi pare che abbia una altra e più profonda scaturigine. Essa è una manifestazione della crisi eucaristica che la Chiesa Cattolica sta vivendo, crisi seria come quella ariana o quella protestante, dagli esiti imprevedibili, peggiore dello scisma di Occidente del 1400.

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