Per non essere ipocriti, costruiamo la pace

Carlo Baviera

rediTutti vogliamo la pace. La vogliono anche i violenti: è la pace che piace a loro, ma in qualche modo la ritengono pace. Anche in passato si diceva <pax romana> per indicare quello stato di mancanza di guerra dipendente dal dominio delle legioni romane sul mondo allora conosciuto.

E in tempi recenti alcuni gruppi e riviste solevano inveire contro quello che si riteneva imperialismo statunitense bollandolo come <pax americana>, perché consentiva di vivere in pace sotto l’ombrello protettivo degli USA pur di non mettere in discussione la strategia del Pentagono o della Nato; o che era stabilito, per conto terzi, da colpi di Stato come in Grecia, in Cile, e in altri Paesi latino-americani. Tutto possibile per difendersi dall’impero Sovietico e dalla paura che il comunismo facesse breccia tra i popoli del cosiddetto terzo mondo o portasse Stati alleati a svincolarsi verso posizioni non allineate.

La pace. Per evitare tragedie (con la crisi di Cuba del ’62 ci siamo andati veramente vicini) anche la Chiesa, attraverso il magistero dei Papi, ha riflettuto sempre più e sempre con più profondità sul tema della pace: il Concilio, l’Enciclica Pacem in terris, le Giornate Mondiali per la Pace rappresentano solo parte di quanto  ci si sia interrogati e su come si sia sempre più affermato il tema della non violenza, e sulla necessità di escludere il ricorso all’uso delle armi, di allontanarsi dalla logica della guerra giusta che per un lungo periodo veniva considerata accettabile e necessaria.

La riflessione sulla guerra ritorna prepotentemente ai nostri giorni legata a vicende internazionali di fronte alle quali non è possibile restare indifferenti o impassibili, e che richiedono “interventi”. E’ sul termine interventi, però, che anche fra credenti ci si scontra e divide; e si dimostra di non avere ancora ben assimilato lo splendido magistero degli ultimi 50 anni.

Lasciamo da parte il dibattito che interessò gli anni sessanta/settanta riguardo alla lotta di liberazione dei popoli sud americani dalla povertà, dalle dittature, dallo sfruttamento capitalistico dei territori; anni della Teologia della Liberazione, che venne male intesa dalle Gerarchie e oggi, pur con alcune precisazioni, ha una sua riabilitazione. Paolo VI nella Octogesima Adveniens aveva lasciato aperta una piccola fessura (“molto diverse sono le situazioni in cui, volenti o nolenti, i cristiani si trovano impegnati, a seconda dei paesi, dei sistemi socio-politici, delle culture […] Di fronte a situazioni tanto diverse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale. […] Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili dell’evangelo […]. Spetta alle comunità cristiane individuare, con l’assistenza dello Spirito Santo – in comunione coi vescovi responsabili, e in dialogo con gli altri fratelli cristiani e con tutti gli uomini di buona volontà -, le scelte e gli impegni che conviene prendere per operare le trasformazioni sociali, politiche ed economiche che si palesano urgenti e necessarie in molti casi.[…] Nelle situazioni concrete e tenendo conto delle solidarietà vissute da ciascuno, bisogna riconoscere una legittima varietà di opzioni possibili. Una medesima fede cristiana può condurre a impegni diversi”), mentre Giovanni Paolo II fu più intransigente.

Dicevo, lasciamo da parte quel periodo; ma in tempi più recenti il dibattito riprese già attorno all’intervento per la liberazione del Kuwait. In Parlamento, oltre che uomini di sinistra, anche cattolici pur con sensibilità diverse (fra questi se ricordo bene Scalfaro, Formigoni, Tina Anselmi) votarono contro l’azione armata.

Mentre per la ex Jugoslavia e il Kosovo fu lo stesso Pontefice a richiedere un intervento umanitario; e questo intervento fu attuato anche attraverso l’uso della forza e delle armi. Quella dell’intervento umanitario apre, quindi, una riflessione nuova, perché se il violento e il terrorista va disarmato, il derogare dalla regola che si era assodata del “mai più la guerra, mai più la guerra” (Paolo VI all’ONU) diventa pericoloso.

Ho fatto questa lunga premessa per riprendere le importanti affermazioni di Papa Francesco al Sacrario di Redipuglia durante la celebrazione del centenario dell’inizio della I Guerra Mondiale. Considerazioni importanti, che riaffermano il magistero precedente, insieme alla capacità di riconoscere i propri errori e di snidare i disegni geopolitici e gli interessi economici che supportano “gli ideali” che si dice di difendere.

“… trovandomi qui, in questo luogo, vicino a questo cimitero, trovo da dire soltanto: la guerra è una follia. Mentre Dio porta avanti la sua creazione, e noi uomini siamo chiamati a collaborare alla sua opera, la guerra distrugge. Distrugge anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra stravolge tutto, anche il legame tra i fratelli. La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare mediante la distruzione!”;  “La cupidigia, l’intolleranza, l’ambizione al potere… sono motivi che spingono avanti la decisione bellica, e questi motivi sono spesso giustificati da un’ideologia. L’ideologia è una giustificazione, e quando non c’è un’ideologia, c’è la risposta di Caino: «A me che importa?». «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9)”.

Il Papa ribadisce la follia della guerra, di tutte le guerre; e afferma che i motivi che spingono alla guerra sono la cupidigia, l’intolleranza, l’ambizione al potere, e il disinteresse per il fratello. Questo vale anche per noi, per chi vuole rispondere alla violenza con altra violenza.

“Tutte queste persone, che riposano qui, avevano i loro progetti, avevano i loro sogni…, ma le loro vite sono state spezzate. Perché? Perché l’umanità ha detto: «A me che importa?»; “Qui e nell’altro cimitero ci sono tante vittime. E da qui ricordiamo le vittime di tutte le guerre. Anche oggi le vittime sono tante… Come è possibile questo? E’ possibile perché anche oggi dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante! E questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: «A me che importa?»; “E’ proprio dei saggi riconoscere gli errori, provarne dolore, pentirsi, chiedere perdono e piangere …  gli affaristi della guerra, forse guadagnano tanto, ma il loro cuore corrotto ha perso la capacità di piangere. Caino non ha pianto. Non ha potuto piangere. L’ombra di Caino ci ricopre oggi qui, in questo cimitero. Si vede qui. Si vede nella storia che va dal 1914 fino ai nostri giorni. E si vede anche nei nostri giorni. Con cuore di figlio, di fratello, di padre, chiedo a tutti voi e per tutti noi la conversione del cuore: passare da «A me che importa?», al pianto. Per tutti i caduti della «inutile strage», per tutte le vittime della follia della guerra, in ogni tempo. Il pianto. Fratelli, l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto”.

Francesco avrebbe potuto affiancarsi a quanti sottolineano il sacrificio per la difesa della Patria, per affermare i valori, per riportare entro i confini statali le cosiddette «terre irredente»; invece ha giustamente sottolineato i designi dei potenti di oggi (il Magnificat dice “ha rovesciato i disegni dei potenti, ha innalzato gli umili”): avidità del denaro, potere, industria delle armi, piani geopolitici. E ha aggiunto l’importanza di saper tornare a piangere, cioè di non mettere in mostra la virilità e l’istinto di reazione; ma di  dare spazio alla compassione, al perdono, al guardare alla trave del proprio occhio, al rispetto per chi ha dato la vita, considerando l’importante dignità della vita umana da rispettare anche nei “nemici”.

Sono parole che richiedono un cambiamento di mentalità. Perché se si è contro la guerra vuol dire essere per la pace e impegnarsi su quanto la costruisce. A cominciare dal rifiutare l’atteggiamento farisaico di  Caino: «A me che importa?». E poi ad abbandonare parole di retorica attorno alle commemorazioni dei caduti e delle guerre. E infine a tentare di riprendere l’azione di educazione alla pace e alla non violenza. Lo dico condividendo l’affermazione di Pezzotta: “Noi nipoti di contadini mandati a sparare ad altri contadini portiamo nel cuore le sofferenze di cui ci hanno parlato i nostri nonni e quelle che ci hanno raccontato i nostri padri. Non cediamo a nessun sentimentalismo ambiguo su “sacrifici”, “onore”, “dovere”, “sangue e suolo”, “madri e figli” anche se abbiamo il massimo rispetto e venerazione per i morti”.

Solo così avrà senso fare memoria di una “inutile strage”, e tener conto delle parole forti di Francesco.

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