Comunicare o tacere?

Don Walter Fiocchi

walPubblico, nella versione integrale, uno scritto di don Walter. Era stato predisposto per un numero del giornale diocesano ed era già stato impaginato, quando improvvisamente e senza una motivazione comprensibile, è stato sostituito con diverso materiale. Si era nel 2007, nel mese di giugno, nelle settimane dell’avvicendamento dei vescovi diocesani e del cambio ai vertici dell’amministrazione comunale. L’articolo non è mai stato pubblicato, ma negli ultimi giorni di vita di Walter, ebbi modo di sollecitarlo a provvedere, attraverso AP; lui mi rispose di farlo io  direttamente, con le variazioni e le correzioni che avrei ritenuto opportune. Me lo fece avere una settimana prima di morire; ora mi corre l’obbligo, peraltro gradito, di dar corso alla pubblicazione.

Superfluo aggiungere che bisogna tenere presente il contesto, il 2007 per l’appunto e le vicende del periodo, sia locali sia nazionali ed internazionali, per capire alcune valutazioni e soprattutto alcune notizie.  (Ag. P.) 

In più occasioni, ho cercato di suscitare un dibattito serio ed approfondito sul senso della “comunicazione” nella Chiesa e sul ruolo dei comunicatori cristiani e credenti ( la distinzione è voluta), sulla necessità di una comunicazione: ma spesso, nei nostri ambienti, più clericali che ecclesiali, ogni voce critica è ritenuta voce “nemica”, da cui difendersi, o da attaccare in modo subdolo, attribuendole finalità “altre”, richiudendo le persone in un banale e stupido schematismo politico. Ma se i cristiani non sono “comunicatori”, se sono solo manipolatori della pubblica opinione, se sono cercatori di una facile popolarità, cavalcando l’irrazionale superficialità dell’opinione comune, a cosa si riducono?

Noi ci siamo, siamo Chiesa per comunicare, per evangelizzare, per aiutare i nostri fratelli ad essere come Dio li ha voluti, esseri dotati di intelligenza, di capacità di pensiero, di volontà, di libertà “per” e non solo libertà “da”…per aiutarli ad essere uomini e donne “in piedi”, non proni nei confronti di nessuno, né di persone, né di ideologie morte o nuove che siano! Muovendo da queste ragioni e da questi principi ho voluto dedicare tanto del mio tempo di ministero proprio alla comunicazione. Ho constatato più volte che questa comunicazione, questo dialogo, questo confronto di principi, di posizioni, questo desiderio di “pensiero” e non di slogans, questo sforzo di non arrestarsi alla superficialità delle contrapposizioni preconcette e pregiudiziali, è sempre stato molto più facile con “persone esterne”, se non “lontane” dalla comunità cristiana,  forse perché chi è “fuori” non si porta dentro il tarlo di una certa (diffusa?) ipocrisia, l’ipocrisia di chi riduce la fede a religione, a gesti esteriori di religiosità, o ad un vago interesse per argomenti che solo alla lontana hanno un riferimento religioso, l’ipocrisia di chi ha come unica insegna della sua vita religiosa la pratica domenicale. Come è difficile la comunicazione della Chiesa, ma ancora più difficile ritornare, all’interno della Chiesa, su questo argomento!

Una notizia di cronaca. Un sacerdote vietnamita è stato incarcerato per aver diretto un periodoco on-line critico verso il regime. Si chiama Nguyen Van Ly, è un prete cattolico di 60 anni direttore del periodico Tu Do Ngon Luan che, in viet, significa “libertà di espressione”. Per questa sua attività di webgiornalista padre Ly è stato condannato ad otto anni di carcere, dopo che già nel 2005 aveva finito di scontare una pena di quattro anni. Lo accusavano e lo accusano di aver espresso sul web critiche al regime ed alla sua politica. Forse non c’entra con noi, ma fa testimonianza della condizione globale dell’informazione e della comunicazione, Del resto, i fatti degli ultimi anni dicono che il nostro sistema liberista non significa per questo sistema “libero”, soprattutto per ciò che concerne la ricerca della verità.

Un dibattito che è ritornato più volte in questi anni di guerre. Mi riferisco al caso dei giornalisti uccisi (ma ad essi si fa riferimento non per dibattere, ma più spesso per sfruttare politicamente), ma soprattutto ai casi dei giornalisti rapiti sui terreni di guerra: penso in particolare ai casi di Sgrena e Mastrogiacomo, sui quali si è a lungo dibattuto e molte valutazioni sono state espresse, anche sui nostri media, compresi quelli cattolici. Per qualcuno la loro presenza in luoghi di guerra è inutile, perché si possono scrivere le stesse cose restando alla scrivania o nei lussuosi hotel per occidentali. Altri hanno affermato che le loro vicende sono solo servite a gettare discredito sull’Italia per le conseguenze politiche ed economiche della loro liberazione. Qualcun altro ha definito la loro presenza in luoghi di guerra pura follia perché “ di sapere quel che pensano i talebani o gli iracheni (o i palestinesi, per citare solo quelli che hanno l’onore delle cronache) non c’è assolutamente la necessità”. Certo, a chi interessa capire, in questo clima culturale di neocolonialismo, che i problemi di quei paesi sono diversi dai nostri, non solo per motivi economici e sociali, ma anche culturali e religiosi? A chi interessa valutare le diverse valutazioni, i diversi modi di visione del mondo, elaborati per secoli e che determinano il carattere e dunque la storia dei popoli? Non è più facile e semplicistico accontentarsi dell’informazione pilotata da chi è parte in causa, da chi non può e non vuole spiegare le ragioni per cui si è in guerra? E’ ormai di tutta evidenza che si vuole privilegiare il giornalismo spettacolare e di “regime”, a scapito di un giornalismo di informazione, che non interessa più; raramente si sceglie un professionista esperto, formato, aggiornato e libero di intervenire con competenza sui nodi sempre più ardui del mondo contemporaneo. Gli editori sono o politici o imprenditori, ma ad entrambi interessa il riscontro di vantaggio e di potere che spesso coincidono. E il giornalista deve scrivere solo quello che può essere utile al vantaggio ed al potere. Giornalisti alla ricerca della verità non interessano neppure al quieto vivere della pubblica opinione, che preferisce guardare dal buco della serratura della villetta di Cogne o della casa di qualche “velina”, salvo poi piangere gli eroi “per caso”, quando qualcosa va male. Il giornalista deve scrivere la “verità” chi interessa a chi lo paga.

Si può coniugare il ragionamento, all’evento locale di questi giorni. Alcuni giornali on-line locali hanno eliminato e soppresso, radicalmente cancellato (dopo la caduta della giunta Scagni) i commenti, tutti, anche quelli in archivio. Un attento osservatore di “cose locali” mi ha offerto un commento: “…hanno fatto sparire il “corpo del reato””. Per cinque anni i commenti, scritti da un ristretto, “trasversale”, ma attivissimo gruppo, hanno costituito una palestra di linciaggio morale e politico, fatto di calunnie, di leggende metropolitane, a volte anche di bestemmie, che hanno fatto presa; non solo rivolti all’ex sindaco (la “nana maledetta”), ma anche al vescovo (“bolscevico”) e anche a tutti coloro che davano fastidio a certi personaggi e ad una certa “cultura” o meglio, sottocultura politica, esprimendo modi di giudizio e di valutazione che nulla hanno a che vedere, a che fare con la visione cristiana della vita e del vivere sociale. Caduta la giunta di centro/sinistra, tutto sparito, tutto scomparso e nessuno si è sognato di protestare, né tra gli zelanti “commentatori”, né tra i responsabili. E, peggio, alcuni del “mondo cattolico” hanno persino giustificato la tolleranza verso questa “palestra di inciviltà” e l’hanno difesa in nome della libertà di espressione. Perché questa palestra è stata aperta attivissima e forse trasversale per cinque anni e poi è stata bruscamente chiusa? Sono consentiti dubbi e sospetti? Si può pensar male?

Mi prende una vena di pessimismo anche nei riguardi dei nostri media (la “Voce” e la radio) e, conseguentemente, la tentazione di un periodo sabbatico e di silenzio, per la prevedibile gioia di molti. Ho sperimentato spesso, e mi ha anche sorpreso, l’attenzione con cui parecchi seguono le nostre omelie domenicali. La stessa attenzione, sensibilità e cordialità non riesco a trovarla tra i fruitori dei media; attraverso di essi ho sempre pensato di parlare a “cristiani adulti”, ma anche a tanti cosiddetti “lontani”, uomini e donne di “buona volontà” che dimostrano spesso cordiale attenzione e sensibilità nei confronti dell’esperienza cristiana, quando questa cerca di essere autentica nel pensiero e nella testimonianza della vita.

Lo sforzo di questi anni è stato quello di riaffermare il primato del pensiero, di stimolare l’autonomia del giudizio, di non lasciare spazi al banale, alla superficialità, di mirare ad un “alto profilo” educativo e formativo. Nel mondo dei media cristiani, credo si debba essere presenti come preti o laici credenti, come opinionisti e  come cittadini che hanno maturato delle opinioni politiche, ma non essere “portaborse” o “propagandisti” di nessuno, fedeli solo ed, in questo senso schierati, all’ispirazione evangelica e non politica, testimoni del “Vangelo sociale”, del Vangelo attualizzato nell’oggi, in una lettura che cerchi di esprimere le linee forti del “pensiero sociale cristiano”. Illuminare le coscienze aiutare gli uomini a sviluppare un pensiero non è mai un impegno neutrale; la comunicazione autentica esige la determinazione di quanti operano nei mezzi di comunicazione, esige di non adeguarsi a verità parziali o provvisorie, esige la ricerca e la diffusione di quello che è il senso ed il fondamento ultimo dell’esistenza umana.

Ricorro ad una lunga citazione da Benedetto XVI. Anche se i diversi strumenti della comunicazione sociale facilitano lo scambio di informazioni e di idee, contribuendo alla comprensione reciproca tra i diversi gruppi, allo stesso tempo possono essere contaminati dall’ambiguità. I mezzi della comunicazione sociale sono una “grande tavola rotonda” per il dialogo dell’umanità, ma alcune tendenze al loro interno possono generare una monocultura che offusca il genio creativo, ridimensiona la sottigliezza del pensiero complesso e svaluta la peculiarità delle pratiche culturali e l’individualità del credo religioso. Queste degenerazioni si verificano quando l’industria dei media diventa fine a se stessa, rivolta unicamente al guadagno, perdendo di vista il senso di responsabilità nel servizio al bene comune. Pertanto, occorre sempre garantire un’accurata cronaca degli eventi, un’esauriente spiegazione degli argomenti di interesse pubblico, un’onesta presentazione dei punti di vista. La formazione ad un uso responsabile e critico dei media aiuta le persone a servirsene in maniera intelligente ed appropriata. Proprio perché i media contemporanei configurano la cultura popolare, essi devono vincere qualsiasi tentazione di manipolare, soprattutto i giovani, cercando  invece di educare e servire. In tal modo, i media potranno garantire la realizzazione di una società civile degna della persona umana, piuttosto che il suo disgregamento. Infine, i media devono approfittare e servirsi delle grandi opportunità che derivano loro dalla promozione del dialogo, dallo scambio di cultura, dall’espressione di solidarietà e dai vincoli di pace. In tal modo essi diventano risorse incisive ed apprezzate per costruire una civiltà dell’amore, aspirazione di tutti i popoli (Benedetto XVI ai giornalisti, 24 gennaio 2006).

Sono parole che richiedono un approfondito esame di coscienza ed una verifica schietta che tocca ed impegna prima di tutto operatori e fruitori dei media cattolici. Parole che richiamano alla mente la famosa “parresia”,  vocabolo greco che si potrebbe tradurre con una definizione limitativa, con “dirla tutta, parlare senza peli sulla lingua”; si tratta di lasciar scorrere fuori esattamente ciò che si ha dentro, senza calcoli di convenienza o di interesse personale; si tratta di dire la verità, non mentire, non adattare le proprie opinioni all’occorrenza, ma esprimerle con forza e dignità, senza alcun timore. Così, mentre è andata smarrita la “parresia”, ovvero il parlare schietto, anche in presenza di potenti e senza temere le conseguenze, il suo contrario, cioè la frenesia (phronesis), oppure  la furbizia, l’arrabattarsi in sistemi e strategie per ingannare il prossimo, ha mietuto secoli  di successi fino a giungere ad identificare perfettamente l’essenza della nostra società. Una società frenetica, tribolante, tribolata ed ansiosa, dove “parresia” è termine sconosciuto ai più, così come lo è la pratica della virtù corrispondente.

Abbiamo ancora, nella Chiesa, il coraggio della parresia?

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