L’asticella (II)

Qui Alessandria  Dario Fornaro

citCon buona pace di chi preferisce raccontarla come un evento sfortunatissimo, l’eventualità  che la  il bando per la concessione (sistemazione, valorizzazione e uso) della Cittadella andasse a buca, e la relativa gara deserta, era  ampiamente prevedibile e debitamente temuta. Bastava avere, infatti, un’idea anche approssimativa dell’immane risiko (tecnico, finanziario e gestionale) che l’operazione-concessione comportava, a tenore di bando, per il “fortunato assegnatario”, oppure essere assistiti da un solido discernimento  in materia di sogni e realtà (su “Ap” ne avevamo parlato a fine gennaio, già con l’immagine dell’asticella).

L’annosa vicenda della Cittadella – che data almeno dalla dismissione militare –  aveva conosciuto dibattiti infiniti fino a che, lo scorso anno, il Demanio, in ossequio ad un generale indirizzo governativo, aveva annunciato l’intenzione di promuovere, con apposito bando-regolamento, una gara, aperta ai “privati”, per la concessione pluridecennale dell’insigne Fortezza  ad un  “gestore”  ben dotato, opportunamente, di risorse e di schemi d’intervento. Idea non male, e comunque necessitata dallo stato delle finanze pubbliche, a fronte della tacita, spiacevole  alternativa di “lasciar fare alla natura” (famoso ailanto in primis).

Piccolo – anzi enorme! – problema: trovare il modo di proporre e posizionare  l’asticella per il salto (la gara) ad un’altezza che fosse  sì impegnativa e difficile, per il complesso di condizioni dettagliate nel bando, ma non proibitiva e scoraggiante in partenza  anche per i leggendari magnati o sceicchi con barchetta a Portofino. Un vero passaggio di sesto grado superiore, in un contesto/parete in cui ogni vendita o concessione ai privati di un bene pubblico viene ormai assoggettata al sospetto di svendita o peggio.

Come in un singolare “gioco dell’oca”, il tiro dei dadi riporta dunque il Soggetto-Cittadella  alla casella di partenza, spiazzando una mole considerevole di  proposte locali accumulatesi nel tempo quanto ad interventi di mantenimento  ed uso del magnifico, ma problematico, compendio.  Ora bisognerà attendere la prossima mossa del  “proprietario”, vale a dire del Demanio, che, con il bando deragliato,  sembrava  ( e probabilmente resta) determinato  a condurre il gioco.

Probabile la riformulazione, con ragionevole decalage dei vincoli o paletti che informavano il primo testo, e altre “aperture”,  di varia natura,  a favore  di soggetti potenzialmente invogliati a “mettere le mani” sulla Cittadella. In breve: osso e polpa da ricalcolare per propiziare manifestazioni d’interesse. Con probabile rilancio, al seguito, delle polemiche, provvisoriamente attenuatesi in corso di primo bando, sulla tutela culturale e strutturale del bene pubblico e  gli spazi da concedere alle ipotesi di business privato.

Ben prevedibile, allora un prolungamento consistente delle condizioni di totale incertezza – e di pratica inagibilità degli interventi, anche di messa in sicurezza delle parti a rischio – alle quali soggiace il monumentale reperto, dal momento che qualsiasi ipotesi di  “trattamento complessivo” della Cittadella è rimessa, in ottica di concessione, al  futuro concessionario, che dovrà provvedere a redigere e farsi approvare le linee  generali di un progetto globale, ancorché frazionabile per fasi, del recupero-riuso  della Fortezza stellare. Nulla di simile cioè  –anche se le dimensioni e problemi sono imparagonabili – a quanto avviene ad esempio per il Castello di Casale, ove da anni si procede, per gradi e per parti di un progetto unitario, alla sistemazione e riuso qualificato  dello storico edificio turrito.

A titolo consolatorio, tra pochi mesi dalle balconate del Ponte Meier potremo godere, in notturna, dell’illuminazione dei bastioni della Cittadella ottenuta coi fondi PISU. Come dire: noi quel che potevamo fare l’abbiamo fatto, per il resto siano fervidi voti presso le Superiori Istanze.

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One thought on “L’asticella (II)

  1. Almeno per quanto riguarda i lavori che non richiedono specifiche competenze, perché non si creano campi di lavoro per assoggettati a provvedimenti restrittivi della libertà personale o non si impiegano i profughi, che potrebbero così guadagnarsi con il lavoro il vitto e l’alloggio durante la loro permanenza in Italia? E che dire degli studenti, specie quelli delle scuole dirette ai lavori in edilizia e collegati?

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