L’inutile strage, una formula per un progetto

Domenicale Agostino Pietrasanta

PRIL’iniziativa è assolutamente apprezzabile: ricordare gli eventi che un secolo fa hanno provocato la “grande guerra” significa fare memoria di un evento che ha determinato i processi di cui un po’ tutti, in seguito, siamo stati testimoni e di cui ancora, in parte, si colgono le conseguenze. Significa proporre all’attenzione della città le storie di un passato che potrebbe fare esempio e monito per il presente.

Per questo se le istituzioni e le associazioni di volontariato alessandrine si impegnano ad un ricordo tanto significativo ed importante, non può che essere oggetto di attenta valutazione. Anche perché il titolo scelto per il complesso delle manifestazioni (“l’inutile strage?” con riferimento agli eventi bellici) risulta, per il ricordo storico, almeno intrigante. Personalmente ritengo anche giusto il punto di domanda dal momento che nei dibattiti e nei confronti che, si spera, ne verranno, potrebbero essere ragionevoli opinioni diverse e dialetticamente divergenti.

Resta il fatto che gli organizzatori avranno sicuramente consapevolezza, anche se, per ora, almeno nelle comunicazioni esterne, non sembrano farne cenno, che la formula dell’”Inutile strage”, peraltro senza punto interrogativo, viene tratta dal titolo della nota di Benedetto XV alle potenze belligeranti, nel corso della prima guerra mondiale, perché ponessero fine al conflitto (1 agosto 1917). L’appello del papa non fu accolto e fu duramente criticato dalle parti, per vari e contrapposti mortivi; ma non è questo che, in questa sede, potrebbe interessare.

La questione riguarda l’evoluzione del pensiero della Chiesa sulla guerra; papa Benedetto XV non solo prevedeva le conseguenze geopolitiche del conflitto, sfociate in una conflittualità anche più grave per effetto degli incombenti totalitarismi, ma operava una svolta di discontinuità storica nell’idea di “guerra giusta”. Da qualche tempo, nel dibattito dei media cattolici, si prospettava al riguardo un dubbio significativo: poteva essere giusta una guerra che coinvolgeva su vasta scala le popolazioni civili, assolutamente incolpevoli? La risposta diventò del tutto negativa soprattutto dopo il magistero di papa Della Chiesa, fino all’enciclica “Pacem Dei munus”  (1920).

Da quel passaggio la Chiesa tentò sempre le mediazioni per la pace ed anche Pio XII operò ed intervenne, al riguardo, senza riserve, tanto da tentare nel 1939/40 le vie diplomatiche nel rapporto coi totalitarismi (Hitler, Vittorio Emanuele III e Mussolini) per tenere il mondo fuori della guerra; tentativo che gli fu indebitamente imputato come scarsa convinzione anti/nazista. Col senno del poi, ma solo con quello, il giudizio su primi comportamenti di papa Pacelli potrebbe essere negativo.

Intanto però, sia gli eventi sia l’elaborazione concettuale portava ad un conclusione radicale: non poteva più parlarsi di guerra giusta; al massimo, in qualche passaggio della predicazione ordinaria si arrivò a parlare di guerra come “castigo di Dio”.

Si pervenne con papa Giovanni e con La “Pacem in terris” a definire la irragionevolezza della guerra, anche in considerazione degli armamenti disponibili, atomici in particolare. Afferma l’enciclica: “ E’ contrario alla ragione (“Alienum est a ratione”) sostenere che la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia”. Si tratta di negazione totale del principio stesso di “guerra giusta”. Da allora il magistero, con poche eccezioni dovute a passaggi eccezionali nei casi degli “interventi umanitari” ha sempre sostenuto il comportamento del rifiuto radicale. Dal “mai più la guerra” di Paolo VI all’O.N.U. (4 ottobre 1965) fino alle ultime attenzioni preoccupate di Francesco, la scelta radicale per la pace viene continuamente riproposta; e la guerra si è fatta “follia”.

Si tratta di una storia complessa ed interessante che ha inciso pure nella mentalità laica delle ultime generazioni; anche per questo non può stupire che, per riproporre il ricordo del primo conflitto mondiale, si scelga una formula ed un titolo che di  questa storia costituiscono parte fondamentale.

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