Mille e non più mille, o mille per un nuovo inizio (i 1000 giorni di Renzi)

Daniele Borioli (*)

reLa pagina politica del dopo ferie si apre con il titolo intrigate della “sfida dei 1000 giorni”, lanciata da Renzi con una battente iniziativa mediatica. E’ nello stile del personaggio accompagnare ogni mossa con una curata “narrazione”. Nei “1000 giorni” si dovrà concentrare lo sforzo riformatore del Governo e questa complicata diciassettesima legislatura potrà così trovare il suo senso compiuto, dopo gli inizi drammatici e stentati.

I capisaldi dell’azione riformista annunciata dal premier dovrebbero riguardare tutte le principali patologie che affliggono il nostro Paese, rendendolo: meno competitivo, meno attrattivo di investimenti, meno efficiente nello svolgersi dei rapporti tra pubblica amministrazione e cittadini, meno capace di produrre innovazione, valorizzare talenti, sfruttare le ricchezze e le bellezze di cui natura e storia ci hanno dotato come nessun’altra parte del mondo.

Il progetto è, dunque, senza dubbio ambizioso e sfidante. Si intreccia, nella fase d’avvio, con le potenzialità e le responsabilità che la presidenza italiana del semestre europeo ci affida.  Ma deve fare i conti, al tempo stesso, con le permanenti difficoltà registrate anche dalle ultime rilevazioni sull’andamento economico: che restituiscono la fotografia di un’Italia ancora in grande affanno.

Questo è il contesto in cui Renzi e, in modo sempre più evidente, il Partito Democratico dovranno cimentare e “cementare” la propria credibilità, dopo il credito di fiducia e speranza incassato con le elezioni europee. Renzi e il Partito Democratico, insieme. Giacché il gioco di disallineamento fra i due soggetti, che ha consentito al primo di affermare la propria leadership anche facendo leva, attraverso le primarie, su quote di consenso provenienti da ambiti esterni all’elettorato PD, e di ottenere un sorprendente risultato elettorale alle europee, è destinato rapidamente ad esaurirsi.

Come del resto è fisiologico che accade, coincidendo la persona del premier con quella del segretario del Partito. Renzi ne è consapevole, e non è un caso che dalla Festa nazionale dell’Unità di Bologna abbia lanciato la proposta di una nuova segreteria, che segni l’avvio di una gestione unitaria del PD.

Certo, questo non porterà con sé il ribaltamento della cifra comunicativa, baldanzosa e talvolta provocatoria, su cui Renzi ha fondato il suo successo nell’opinione pubblica. Ma, volendo guardare alla sostanza delle cose, non è difficile scorgere nella “strategia dell’attenzione” rivolta alle minoranze del Partito, nella loro chiamata a condividere le responsabilità della guida, la consapevolezza del compito difficile, per alcuni aspetti improbo, che lo attende sul fronte del Governo.

Qualche giorno fa, in un’intervista piuttosto incisiva, Massimo D’Alema ha tracciato col lucidità le debolezze che sinora hanno accompagnato l’azione dell’esecutivo, soprattutto per quanto riguarda i risultati ottenuti in tema di economia e sviluppo del Paese. Taluni hanno voluto leggere nelle parole dell’ex Presidente del Consiglio il segno di una ritorsione acrimoniosa alla nomina di Mogherini quale prossimo alto rappresentante della politica estera dell’UE; incarico per il quale il nome dello stesso D’Alema era stato evocato.

Tuttavia, quale che sia il movente, l’analisi appare difficilmente contestabile. E restituisce al premier  la palla, in un campo che, con ogni evidenza, non è più possibile presidiare soltanto con gli annunci,  per quanto importanti e incisivi, oppure brandendo l’arma delle riforme costituzionali, anch’esse fondamentali e decisive, i cui proiettili sono stati sparati con abbondanza nei due mesi precedenti la pausa ferragostana.

Intendiamoci, la riforma approvata in prima lettura dal Senato, pur con i suoi difetti e le sue imperfezioni da correggere nei passaggi successivi; pur nell’incombenza di una legge elettorale, “l’Italicum”, che va corposamente rivisitata ed emendata rispetto al testo uscito dalla Camera dei Deputati qualche mese fa: la riforma del Senato e il superamento del bicameralismo paritario segnano un passaggio epocale della nostra vicenda democratica.

Intanto perché è forse la prima volta nella storia delle democrazie occidentali che un potere costituito dello Stato decide di autoriformarsi in maniera così radicale, limitando e ridefinendo in maniera così forte la propria consistenza numerica, la propria composizione, la propria natura, le proprie prerogative e lo status dei suoi componenti. Facendo giungere forte è chiaro il messaggio di una politica capace di riformare se stessa.

In secondo luogo, perché un assetto delle istituzioni democratiche più semplice e snello aiuterà anche il processo di normazione cui sarà chiamato il nuovo Parlamento (ci auguriamo definitivamente riformato), e di conseguenza renderà più agevole l’efficacia dell’azione di governo.

Ciononostante, come spesso abbiamo sentito ripetere in questi mesi, con le riforme costituzionali, istituzionali ed elettorali “non si mangia”. E ora la politica è chiamata alla prova decisiva: svolgere verso il Paese, le imprese, i cittadini, i giovani, i lavoratori, le famiglie, i pensionati, la scuola, quell’azione riformista che sino ad oggi ha essenzialmente rivolto verso se stessa. Circoscrivendo le iniziative nel campo dell’economia e del lavoro, della pubblica amministrazione, giustizia compresa, della formazione e della ricerca, delle infrastrutture e dell’ambiente, della cultura e del turismo, alla sola decretazione d’urgenza.

L’apertura di questa seconda fase, detta dei “1000 giorni”, richiederà un altro approccio e un altro passo, non meno veloce, ma meno frenetico; non meno dirompente ma meno “di rottura”. Soprattutto, richiederà un rapporto diverso rispetto all’agonismo tra Esecutivo e Parlamento su cui Renzi ha improntato i suoi primi “100 giorni”. Qualcosa che risponda al concetto di cooperazione. Qualcosa che, forse, nelle dichiarazioni di queste ultime due settimane, si è volutamente lasciata intravedere.

La ripresa a pieno ritmo dell’attività parlamentare offre già diversi terreni di verifica. Il cosiddetto “Sblocca Italia”, che contiene misure molto rilevanti per riattivare cantieri e opere pubbliche, non solo utili in sé ma anche fondamentali per rivitalizzare il settore delle costruzioni, dalla cui crisi profonda dipende buona parte della stagnazione del mercato interno, che in Italia presenta picchi particolarmente gravi rispetto alle altre realtà europee. Un provvedimento che, tra l’altro, coinvolge in modo forte e significativo il Piemonte, con opere molto importanti, quali il Terzo Valico e il completamento della linea metropolitana torinese, solo per fare due esempi.

Ma la prima, vera, grande prova sarà il cosiddetto Jobs Act: vale a dire quella riforma del mercato del lavoro, cui da più parti si annette grande rilevanza per lo scongelamento delle potenzialità occupazionali che i primi cenni di ripresa nel manifatturiero sembrerebbero poter incoraggiare. Il contratto unico a tutele crescenti, è la trave portante dell’impianto, su cui la competente Commissione del Senato, cui è affidato l’esame del testo, sta lavorando.

Attraverso il meccanismo della Legge-delega, al Parlamento spetterà di definire i capisaldi del nuovo sistema di regolazione, mentre toccherà poi al Governo dar corso ai provvedimenti di attuazione e specificazione delle misure. Molto importante sarà evitare di cadere nella tentazione dell’ideologismo, del cui virus il dibattito estivo si è talvolta nutrito.

Rieditare la contrapposizione frontale tra sostenitori e detrattori dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sarebbe gioco sterile e dannoso, non solo per i lavoratori ma soprattutto per coloro che un lavoro non ce l’hanno. Pare che Renzi non abbia intenzione di bandire la contesa: e questa è una buona notizia. Mi auguro che ad essa possa seguire a breve uno scongelamento dei rapporti con le organizzazioni sindacali. Non perché l’azione sindacale sia stata negli anni e sia tuttora sempre inappuntabile ed esente da errori. Non perché si debba a tutti costi riprodurre inalterate le modalità della concertazione.

Semplicemente perché una riforma del lavoro fatta “contro” chi il lavoro deve rappresentare, non solo quello che c’è ma anche quello che, ci auguriamo, ci sarà domani, rischia di partire male e, alla fine, di non giovare a quello stesso processo di innovazione di cui pure le rappresentanze sindacali, così come quelle imprenditoriali, hanno bisogno. E’ auspicabile, perciò, che in uno di questi primi “1000 giorni” che attendono Renzi, ci sia almeno una notte capace di portargli questo piccolo sommesso consiglio.

(*) Senatore PD della Provincia di Alessandria

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