Con la cultura (forse) non si mangia

Domenicale Agostino Pietrasanta

cutVeramente l’espressione usata da un eminente responsabile dell’esecutivo, in anni passati, suona un po’ diversa: la cultura non si mangia; il senso però non cambia. E gli italiani che, come noto, sono appassionati alle lettere soprattutto classiche si sono ricordati del poeta, “carmina non dant panem”. Tanto basta perché, su queste premesse, si comprenda come sia che cospicui siti archeologici cadano in rovina, perché altri luoghi testimoni della storia della nazione, da tempo fatiscenti, vengano allagati, i musei chiusi, parecchie chiese che hanno costituito il vanto dell’arte italiana lasciate alla mercé degli eventi “naturali, piazze di straordinaria bellezza abbandonate al trionfo delle più svariate specie vegetali. Ed in tal modo abbiamo riformato, nei fatti, una Costituzione della Repubblica che sancisce la promozione, oltre alla conservazione del patrimonio culturale ed artistico; ma la Carta, si sa, è un rudere da abbattere.

Io però vorrei coniugare la questione al “locale” che del fenomeno è parte sicuramente significativa: da noi, i soldi per la cultura sono più inconsistenti che scarsi. Il sindaco, ancora una volta invoca il dissesto ed ha ragione ed ha ragione ad imputarne la responsabilità maggiore ad una sciagurata gestione della città da parte di un esecutivo che ha preceduto la sua giunta. Forse però (andando un po’ fuori tema) mancano ancora i conti con una sconfitta del centro/sinistra (2007) che ha spianato la strada al summentovato esecutivo, una sconfitta favorita dalle bordate del cannoneggiamento “amico”. Se quei conti non fossero mancati, oggi non si parlerebbe di “responsabilità da condividere” e se pure si può convenire che le giunte che si sono succedute hanno marcato una marcia a vista, si potrebbe tuttavia aggiungere che c’è modo e modo di marciare a vista; uno non crea dissesto, un altro sì.

Ritorniamo in tema. Sinceramente mi sembra azzardato pensare che i turisti della futura esposizione milanese (EXPO 2015) da Milano si convincano a venire ad Alessandria solo ed esclusivamente per ammirare il ponte Meier, anche se si tratta di una realizzazione assolutamente augurabile e di straordinario livello artistico. Forse esagero un poco, ma penso che neppure Roma attirerebbe molti turisti se ci fosse da ammirare solo il “Mosè” ed ovviamente al netto del confronto che sicuramente non regge.

Il fatto è che anche a causa della mentalità alessandrina, particolarmente insensibile a tutto ciò che non si posizioni dai tetti in giù, c’è anche una responsabile mancanza di informazione su ciò che potremmo vantare; e questo è decisivo per scoraggiare il turismo che si promuove solo in presenza di una ragguardevole opportunità di luoghi aperti e artisticamente cospicui. Il solo ponte Meier non basta ed il museo del Cappello vero gioiello della presenza alessandrina in fatto di bellezza e di possibile attrazione, per di più “aperto a chiamata”, aggiunge ben poco.

Eppure basterebbero pochi esempi per renderci consapevoli che le opportunità non mancano, anche se nessuno ne fa cenno. In Biblioteca esiste un pregevole ciclo delle Storie di re Artù, il ciclo arturiano, già posizionato all’ospedale militare ed ora visitabile nella sua completezza: chi se ne ricorda?. Al museo di palazzo Cuttica, ci sono raccolte uniche, recuperate per la città sia pure in tempi che si marciava a vista, ma però senza fare danni. C’è tutta la parte delle opere di Alberto Caffassi, ancora in possesso della famiglia nei primi anni duemila, donata dalla generosità dei familiari alla città; ci sono, completi, i pregiatissimi messali di Pio V, nonché i suoi paramenti; ci sono numerose opere del Migliara che potrebbero costituire un tassello della promozione turistica. Non continuo con l’elenco, mi basta quanto ho citato per ragionare sul fatto che solo una nutrita serie di attrazioni può promuovere le possibilità del turismo cittadino. E, vedi un po’, creando forza lavoro, permettere anche a qualcuno, il pane quotidiano.

Vorrei aggiungere: tra le cose recuperate, è stato posizionato al teatro municipale, tutto il “fondo Guazzotti”, un patrimonio inestimabile, soprattutto per le migliaia di volumi del tutto specialistici nel campo del teatro. Qualcuno avrebbe voluto, per la sicurezza del patrimonio, allocarlo presso la biblioteca civica, ma le pressioni delle eminenze laiche cittadine hanno imposto la collocazione surriferita:  a seguito delle vicende del “comunale” si spera vivamente che il patrimonio in parola non faccia la fine della biblioteca di don Ferrante.

A questo punto, aggiungerei un forse all’assioma iniziale: con la cultura, forse, non si mangia.

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