Depistati

Qui Alessandria  Dario Fornaro

ghNiente dietrologie giudiziarie: è solo un modo molto sintetico per rendere merito a chi ha finalmente  e concretamente dato inizio alla liberazione della città, e segnatamente dei Giardini, dai ruderi inverecondi della pista di pattinaggio sul ghiaccio. Casualmente, ma non troppo, i lavori sono iniziati a spron battuto in pieno agosto, per limitare, o almeno rinviare a cose fatte,  le geremiadi che avrebbero potuto levarsi dai vedovi di cotanta baracconata. Una cautela che ricorda (casualmente?) il ben più clamoroso e subitaneo abbattimento estivo del Ponte Cittadella, d’ordine del sindaco Fabbio, salva l’imparagonabilità dei due manufatti , della loro storia e della loro obiettiva rilevanza urbana ed economica.

Quanto alla pista suddetta e all’intervento delle ruspe, sarà pure (Stampa, 29.8) un “ addio al sogno di un Central Park” – sogno sbocciato a fine 1999, per impulso della Giunta Calvo, e realizzato con modici 100 milioni di lire – ma è anche la fine sofferta e tardiva di un’opera malpensata, soprattutto  sotto il profilo ubicazionale (i Giardini !), ma anche dal punto di vista  tecnico-gestionale. Il fatto, ben ammissibile, che il progetto sia nato politicamente “a fin di bene” per la città, non toglie che la sua fine ingloriosa  fosse già inscritta nella festevole partenza.  Una struttura del genere, open air e totalmente indifesa rispetto all’ambiente esterno e alle intrusioni, posta a 95 metri s.l.m, con relativi deficit di ghiacciamento naturale, era destinata a restringere via via la sua agibilità pubblica, fino alla cessazione, a causa dell’esorbitanza dei costi, per impianti, manutenzioni e personale, sulle modeste entrate da utenza generica e casuale.

Nel frattempo, ed in particolare negli ultimi 3-4 anni, l’inarrestabile deterioramento, naturale e provocato, della pista e strutture annesse, rendeva palese anche agli amministratori ipovedenti l’assurdità e la gravità  della ferita inferta ai Giardini: un migliaio di metri quadri, affacciati sul centrale Viale della Repubblica – biglietto da visita per i viaggiatori da e per la città – squinternati dal un malaugurato e malandato corpo estraneo (con ineffabile tribunetta) arieggiante al pattinaggio ma perennemente desolato. Bisognava alfine liberarsene. Il cielo ha voluto che il tentativo di appioppare il  rudere di pista a qualche avventuroso privato non andasse ad effetto e non rimanesse che il ripristino, la ricucitura del precedente verde pubblico, che aspettiamo al termine dei lavori.

Se riandiamo, e speriamo per l’ultima volta, alla vicenda della pista calata sui Giardini, non è per reiterare una polemica con un Sindaco – che tra l’altro non è più ed al quale va pure accreditata, in materia, la messa al mondo dei notevoli Giardini Usuelli  – bensì per  richiamare la troppa sicurezza (o noncuranza) con la quale, ieri ed oggi, si promuove da Palazzo Rosso la manomissione (sempre a “fin di bene” s’intende) o l’uso  incongruo/incompatibile di un bene prezioso, delicato e irripetibile come gli attuali Giardini pubblici, o “della Stazione”. Rimasti oltretutto a mezzo,  e da tempo, del piano di riqualificazione deliberato e iniziato negli anni della Giunta  Scagni.

Posto infine che sia superato, e archiviato come lungo incidente di percorso, il contrasto pista-giardini di cui sopra, restano sul piatto-piangente della città – sobborghi compresi – diversi e importanti problemi  di “verde pubblico”, in quantità e qualità, sui quali è opportuno mantenere un adeguato livello d’attenzione affinché non decadano sistematicamente, col silenzio generale, nella voce  varie-ed-eventuali.

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