Comunione e Liberazione, i conti con una storia

Domenicale Agostino Pietrasanta

clA Rimini si è aperta, e si protrae lungo la settimana, la trentacinquesima edizione del meeting, intitolato all’amicizia tra i popoli e promosso da Comunione e Liberazione (CL) ogni anno, a fine agosto, dal 1980; si tratta di un appuntamento che resiste, a mio avviso per fortuna, nonostante le indubbie traversie vissute dal movimento soprattutto negli ultimi anni. Qualcuno sostiene che una positiva novità ha portato i responsabili e gli organizzatori ad imprimere una svolta importante: abbandonati i percorsi ambivalenti e talora ambigui di alcune scelte politiche si è scelto un programma di attenzione alla vivacità dell’imprenditoria ed ai vissuti della società e delle periferie del mondo. Potrebbe, lo speriamo sinceramente, costituire una nuova partenza, carica di positivi sviluppi, dopo le cadute di alcuni vertici apicali del movimento; cadute che, considerata la rilevanza dei protagonisti, difficilmente potranno essere imputate a sbagli individuali.

E tuttavia, per ogni ripartenza, a mio modesto parere, sarebbe necessario chiudere i conti con gli errori o le ambiguità di prospettiva, posti in essere in una storia ormai ben più che decennale.

Personalmente, nonostante le mie scarse simpatie per i movimenti ecclesiali, quando si sono contrapposti all’associazionismo cattolico, ho sempre ritenuto che CL abbia costituito un riferimento importante che ha sposato con coraggio la proposta del cristianesimo in una società che sembrava renderlo ed in parte ha reso, del tutto marginale. Si è trattato di una presenza forte, coraggiosa e forse unica, almeno nel suo genere, dai primi anni del dopo/Concilio.

Eppure nella sua proposta positiva, per una straordinaria eterogenesi dei fini, si sono sviluppati i germi di un’ambiguità. La pastorale e l’evangelizzazione si sono risolti in un tentativo di conquista delle realtà temporali che è entrato immediatamente in collisione con le scelte religiose di alcune associazioni e, prima di ogni altra dell’Azione cattolica italiana (A.C.I.); intendiamoci della scelta religiosa non già come indifferenza alle realtà profane, ma come tentativo di rispettarne le orme positive e di accompagnarle nel loro percorso, anziché occuparle con una valenza di dominio.

Ne è derivato un conflitto all’interno della Chiesa che ha coinvolto laicato e sacerdoti in uno scontro che ha espresso momenti pubblici penosi, ma anche una sorda rivalità che non ha onorato la sequela d’amore indicata dal Cristianesimo. Sia chiaro: non tutta la responsabilità sta da una sola parte, ma il metodo di confronto usato da CL ha fatto storia; al punto che si sono verificati episodi, non proprio isolati di attacchi individuali a personalità insigni della tradizione stessa del Movimento cattolico, ritenute nei loro progetti e nelle loro idee, non compatibili con i progetti del movimento.

Che giudizio su questa storia? Ogni ripartenza necessita di un ripensamento sulle difficoltà del passato: ci chiediamo quali prospettive di rivisitazione siano disponibili.

Certo accanto a questa idea di presenza nelle realtà mondane si accompagna un metodo che qualche volta ha posto in essere delle vere e proprie degenerazioni. Quasi per logica conseguenza della scelta progettuale, alcuni hanno sposato il potere e ne hanno interpretato le deviazioni. Anche questo è storia troppo risaputa per meritare un’insistenza. Forse la “scelta religiosa” tanto problematica per CL e per alcuni prelati di supporto, avrebbe potuto evitare molte delle cadute cui abbiamo assistito: non ultima l’appoggio a personalità politiche, alla fine ritenute inguardabili anche dai più “prudenti” rappresentanti della diplomazia ecclesiastica.

Con questa storia sarà necessario fare i conti, anche per non vanificare le energie sottese ad un movimento che trova consensi straordinari nei giovani, negli interpreti e nei fautori di una ripresa sempre augurabile della forza essenziale del Cristianesimo.

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