Articolo 18, adieu mon amour?

Il punto  Marco Ciani

18Da qualche settimana ha ripreso vigore in Italia la discussione sulla riforma del mercato del lavoro, alias art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (ma non solo). Ne accennava anche oggi sul Corriere della Sera, l’economista L. Reichlin nell’articolo “L’epoca buia dei mezzi lavori“. Di tale revisione si dibatte da moltissimi anni – lo Statuto risale all’ormai lontano 1970 – senza produrre apparentemente nessun effetto. Poi spiegherò perché, ad una analisi più attenta, non è proprio esattamente così.

Fatto sta comunque che, complici la verve rottamatrice del giovane premier e le note difficoltà in cui si dibatte l’economia nazionale, ripiombata nella recessione dopo un timido accenno di ripresa a fine anno scorso, l’esigenza di provare ad aggiustare uno dei capitoli più spinosi dell’agenda politica italiana si è fatta pressante. Tra l’altro, come si usa dire, ce lo chiede l’Europa.

Ad abundantiam, a rendere più intricato il percorso della discussione si aggiungono le voci di chi, come l’ex rettore della Bocconi Guido Tabellini, il 17 agosto scorso, in una intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, ha indicato come misure necessarie per risollevare il Paese la riduzione del peso della contrattazione collettiva a vantaggio di quella aziendale e a precisa domanda dell’intervistatore “Per fare cosa?”, ha risposto senza peli sulla lingua “Per consentire alle imprese meno produttive di far scendere i salari anche sotto il minimi contrattuali, anziché licenziare o ricorrere alla Cig (cassa integrazione guadagni. NdR)”.

La linea del Governo Renzi non sembra ancora particolarmente chiara. Secondo il Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, non serve abolire l’art.18 perché basta il contratto a tutele crescenti. Che tradotto in parole povere significa l’estensione del periodo di prova fino a tre anni dall’assunzione. Poi però Renzi ha ripreso la discussione annunciando la volontà di riscrivere lo Statuto dei Lavoratori, dando così l’idea di una revisione più complessiva, ma senza fornire dettagli precisi. In compenso per tutto il mese, il Ministro Alfano aveva dichiarato di voler abolire il totem dell’art.18 entro agosto. Quale sarà alla fine il progetto del governo lo scopriremo, come diceva il poeta, solo vivendo.

A fronte di questo scenario le posizioni sindacali vanno, molto succintamente, da una collocazione intransigente della CGIL di Susanna Camusso che ritiene, in buona sostanza, di non doversi toccare l’attuale impianto normativo, fino ad arrivare alla CISL, la cui linea espressa dal Segretario Generale Raffaele Bonanni suona più o meno “se ne può parlare purché lo si decida assieme”. Ma è evidente che l’argomento crea disagio, anche perché si viene ad assommare ad altri motivi di tensione con l’esecutivo presieduto da Renzi su temi come il prolungamento del blocco dei salari per i pubblici dipendenti e il ventilato prelievo forzoso sulle pensioni più ricche, la cui “asticella” – parola tormentone di questa umida fine d’estate – non è stata ancora definita.

Concluso il preambolo, vediamo di articolare alcuni ragionamenti che, considerata la complessità degli argomenti in esame, non possono che risultare parziali e comprensibilmente opinabili.

La mia personale convinzione è che l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, riguardante la “tutela del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo” sia ormai paragonabile ad un vestito logoro, sempre meno adatto a proteggere il dipendente in caso di abusi da parte del datore di lavoro. Ma anche dal vestito più usurato ti puoi liberare alla condizione di averne un altro più nuovo e confacente. Altrimenti meglio tenersi stretto il vecchio.

Nei fatti quelle norme risalenti a più di 40 anni fa, quando il panorama economico e sociale, sia domestico che internazionale, risultava totalmente differente, non sono più applicabili efficacemente alla realtà odierna. Non esisteva la globalizzazione. Avevamo ancora le grandi cattedrali industriali. Il Sindacato era in uno dei momenti di maggior vigore. Il muro di Berlino era ancora solidamente integro.

In quel frangente lo Statuto dei Lavoratori fu effettivamente una grande invenzione, della quale dovremmo sempre essere grati a personaggi di indiscusso spessore, oggi in parte dimenticati, come Giacomo Brodolini, Gino Giugni e Carlo Donat Cattin. Garantiva una serie di diritti, non solo attinenti al licenziamento, ma anche alla rappresentanza sindacale, alla non discriminazione, alle procedure in caso di sanzioni disciplinari, alla repressione della condotta antisindacale, solo per citare i principali punti, che nel nostro Paese costituirono una svolta di rilevante portata nel modo di intendere la tutela del lavoratore.

polPerché allora cambiare la legge 300 del 1970 (cioè lo Statuto)? Non si potrebbe lasciare tutto così come sta e giace, con buona pace di tutti noi?

Io temo che non si possa lasciate tutto com’è e che la riforma Poletti, figlia del molto etereo Jobs Act del Governo, cioè il contratto a tutele crescenti, non risolva il problema.

Partiamo da alcuni dati relativi all’impiego della forza lavoro. Primo, quelli sulla occupazione. Meno di un italiano su due in età da lavoro ha un impiego: esattamente, il 48,7% (Studio del luglio 2014 dell’Associazione Bruno Trentin su dati ISTAT). Peggio di noi nell’Eurozona, c’è solo la Grecia. Secondo dato, la disoccupazione. Qui l’Italia presenta due facce. La prima, quella della disoccupazione generale, segnalava a giugno un tasso del 12,3%, sostanzialmente in linea con la media europea. Ma se dal tasso di disoccupazione generale, passiamo a quella giovanile, ecco che i numeri lievitano enormemente. Per i ragazzi tra i 15 e i 24 anni, la disoccupazione con il suo 43,7% di giugno, stacca di quasi 20 punti la media europea. E’ il dato più alto da quando esistono le serie storiche di questo tipo, cioè dal 1977. Se aggiungiamo che molti dei lavori giovanili sono precari e quindi non a tempo indeterminato, il problema si aggrava.

Quali conseguenze possiamo immaginare? La prima è che in Italia lavorano in pochi rispetto alla forza lavoro potenziale. Possiamo pensare che si lavori meno solo perché i nostri connazionali sono meno desiderosi di trovare impiego rispetto al resto d’Europa? Temo proprio di no. Non se ne capirebbe il motivo. Dunque dobbiamo concludere che, almeno per una buona parte, ci siano meno occupati semplicemente perché il lavoro non c’è o comunque una larga fetta di popolazione, pur essendo potenzialmente occupabile, non pensa di trovare impiego.

Seconda considerazione. Se pur avendo un tasso di disoccupazione nella media europea, la nostra disoccupazione giovanile risulta invece di gran lunga superiore alla media, ciò significa che rispetto al resto d’Europa esiste un forte squilibrio tra chi cerca lavoro, squilibrio che penalizza i più giovani, ovvero la categoria potenzialmente più produttiva. In altri termini, in Italia, chi non lavora è soprattutto chi, per l’età, potrebbe disporre di maggiori energie e quindi la parte teoricamente più efficiente della forza lavoro potenziale.

Se, come dicevo poc’anzi, sommiamo il fatto che la quasi totalità dei contratti precari si concentrano nelle fasce giovanili, viene difficile dar torto a chi come il senatore e giuslavorista Pietro Ichino insiste da anni sull’idea che nel nosto Paese esista una forma di apartheid delle vecchie generazioni, occupate, con lavoro stabile e stipendiate in modo almeno dignitoso, nei confronti delle nuove, disoccupate o precarie quando va bene e mal retribuite.

Ancora due dati e poi andiamo alle conclusioni. Quante persone sono tutelate dall’art.18? L’Ufficio Studi della CGIA di Mestre ha calcolato recentemente che se le aziende “interessate” dall’articolo 18 sono solo il 2,4 per cento del totale, a essere tutelati da questo provvedimento sono il 57,6% dei lavoratori dipendenti italiani occupati nel settore privato dell’industria e dei servizi. Ovviamente non sono pochi. Anzi, equivalgono a circa 6,5 milioni di persone.

C’è però un ulteriore inghippo. Non solo resta tagliato fuori il residuo 42,4% di dipendenti che lavorano in aziende fino a 15 addetti. Esiste un altro aspetto. Meno noto e meno misurabile, ma che a me, personalmente, a causa della mia attività di sindacalista, è capitato di verificare.

L’art. 18 nella nuova stesura post riforma Fornero (Legge 28 giugno 2012, n. 92) non prevede più l’obbligo di reintegro del lavoratore in tutti i casi di mancanza di giusta causa o giustificato motivo oggettivo. Lo dico in due parole senza entrare nell’ambito tecnico: vi sono diversi casi in cui il lavoratore licenziato ricorre in giudizio, il magistrato riconosce la fondatezza del ricorso, ma non condanna l’azienda al reintegro del dipendente. La sanzione si limita al riconoscimento di un’indennità da versare all’ex-dipendendte determinata tra un minimo di 12 e un massimo di 24 mensilità dell’ultima retribuzione globale. Questo avviene ad esempio nei casi in cui la causa che porta al licenziamento risulta non completamente infondata e salvo che per per la specifica fattispecie i contratti collettivi o il codice disciplinare aziendale non prevedano pene più miti. Insomma, come dice un vecchio adagio, il diavolo si nasconde nei dettagli.

lavDunque, ricapitolando, problemi di tenuta dell’economia italiana, problemi di scarsa occupazione e problemi legati all’indebolimento delle tutele previste dall’articolo 18 consiglierebbero un suo superamento.

Personalmente sono stra/convinto che se un dipendente potesse essere licenziato facilmente la gran parte delle aziende, alla lunga (sottolineo, alla lunga) sarebbero portate ad assumere di più. Non è infondata infatti l’obiezione per la quale dalla moglie, magari in modo molto oneroso, ci si può separare, mentre dal dipendente no. Facile immaginare che in periodi di vacche grasse, una maggiore tranquillità del datore di lavoro rispetto a successivi ripensamenti, faciliti le assunzioni. Lo si verifica empiricamente. Nelle nazioni dove i licenziamenti sono più facile è anche più semplice trovare un nuovo impiego.

Ma c’è un altro motivo più ovvio, anche se non se ne parla quasi mai. La quantità di lavoro per le aziende non è fissa, ma dipende, ad esempio, dai cicli economici. E allora è difficile conciliare la stabilità del numero di dipendenti con un lavoro che invece è molto più volatile che in passato. Qualcuno potrà ribattere che per questi problemi esiste già la cassa integrazione. Vero. Ma quello strumento, che per inciso non esiste in tutti i settori produttivi, può servire in caso di cali “temporanei” della produzione. Ma quando invece il calo della produzioni è strutturale, come si risolve il problema? Mantenendo la gente in cassa integrazione in deroga per anni e anni, a spese del contribuente, come si fa di solito quando sono coinvolte grandi aziende? Difficile immaginare che si possa continuare in questa direzione.

Ultima postilla. La rigidità del mercato del lavoro comporta un altro inconveniente. Il costo dell’impossibilità di licenziare un dipendente che non si ritiene più utile ai fini produttivi da qualche parte deve essere scaricato. E su chi allora? Sull’imprenditore, forse? No. Sugli altri lavoratori in forma di salari più bassi. Vi sono studi abbastanza accurati anche su questo. Il costo della rigidità (devo pagare stipendi che vorrei eliminare ma non posso a causa dell’art.18) non ricade né sul prodotto finale a meno di voler vedere fallire un’azienda, né sull’imprenditore in forma di minori utili perché se l’imprenditore è sufficientemente grande reagirà spostando la produzione all’estero dove i margini sono più alti. E nemmeno la qualità della forza lavoro può risolvere la situazione mediante una maggiore produttività, visto che è figlia di quelle stesse scuole e università italiane che sono ai margini dell’eccellenza internazionale.

Tutto ciò premesso uno potrebbe concludere: allora aboliamolo questo articolo 18, visto che è fonte di tanti problemi. Qui però devo ritornare alla metafora del vestito: meglio un abito logoro di nessun abito. Credo sia evidente che la sua abrogazione in cambio di niente, comporterebbe ipso facto, nel nostro paese alle prese con la recessione, una mattanza di lavoratori. Le aziende grandi e medie ne approfitterebbero per far quadrare i bilanci a suo di licenziamenti, riducendo il costo del personale.

E’ ovvio che una riforma del genere dovrebbe scontare una revisione complessiva della legislazione sul lavoro. E non  si tratta ben/altrismo. E’ solo la constatazione, derivante anche da anni di frequentazione di tavoli dove si sono fatti importanti ristrutturazioni con riduzione di dipendenti, di come un argomento ne chiami immediatamente altri in una trama che produce infine un equilibrio assai complesso.

Aumentare la flessibilità in uscita in cambio di maggiore occupazione nel lungo periodo e potenzialmente di migliori trattamenti economici, si può fare. Ma deve accompagnarsi con adeguato sostegno al reddito di chi il lavoro così lo perde, una formazione mirata ed efficace, un orientamento all’impiego che faccia incontrare domanda e offerta di professioni.

Qualcuno potrà osservare che si tratta della cosiddetta flexsecurity. Certo. Cioè il modello più avanzato che esista sul pianeta in tema di welfare, quello scandinavo. A questo punto di solito si sollevano due obiezioni. La prima: i paesi Scandinavi sono popolati da pochi abitanti, a fronte dei 60 milioni di italiani. La seconda: danesi, svedesi, norvegesi hanno un’altra mentalità. Con ciò intendendo probabilmente che sono più “flessibili” mentalmente oltre che più seri di noi italiani mammoni e poco propensi ai cambiamenti.

flexLa prima obiezione, quella dimensionale, non l’ho mai capita. E’ priva di senso. Le politiche attive del lavoro in Italia tra l’altro sono riservate alle regioni che hanno popolazioni simili a quelle dei paesi scandinavi. Temo che chi solleva quel tema non sappia bene cosa dice perché non vi è nessun nesso apparente tra dimensione e applicabilità della flexsecurity.

La seconda questione, quella riferita alle differenze di mentalità, mi pare ancor più assurda. La mia idea è che se si deve cambiare, lo si fa e basta. Volere è potere. Non ci sono santi. Non possiamo più tollerare certi nostri difetti. Dobbiamo cambiare e basta. A meno di non voler prepararci a un futuro di povertà.

L’unica vera critica che non si può facilmente superare è che una buona flexsecurity costa parecchio. E in uno stato con problemi di bilancio, non è facile superare tale osservazione. Ma non è impossibile trovare delle soluzioni. Anche a costo di mettere tali spese a carico delle imprese (almeno in buona parte), in cambio di maggiore flessibilità in uscita. E di rendere più costosi i licenziamenti al procedere dell’anzianità di servizio, per il seguente motivo.

In un mondo dove posso licenziare come voglio, sarà probabile che, come imprenditore, sia tentato a parità di condizioni, soprattutto a parità di costo, di privarmi dei lavoratori più anziani per assumerne di più giovani e potenzialmente produttivi. Non solo. In Italia, normalmente, tra due dipendenti che svolgono la stessa mansione è sempre il più anziano a costare di più. Questo perché sulla retribuzione incidono gli automatismi e gli scatti di anzianità che non sono legati ad altro che al trascorrere del tempo.

E tuttavia questo meccanismo per il quale la retribuzione individuale col passare del tempo non può mai diminuire, salvo eventi straordinari, esiste solo in Italia. Nel senso che nei restanti Paesi, il salario di un lavoratore, in media, fa una parabola. Basso all’inizio quando uno deve imparare il mestiere, si alza mano a mano che acquisisci professionalità. Poi arriva ad un punto che inizia a calare, perché la produttività del lavoratore diminuisce per evidenti ragioni legate non solo all’età, ma anche al fatto di dover dedicare più tempo alla famiglia, alla salute, etc. Ovviamente si possono contare tutte le eccezioni che si vogliono, ma la media statistica è quella che dicevo poc’anzi.

Dunque esiste una tendenza strutturale conclamata, a spostare quote di salario fisso verso il variabile (normalmente legato ai risultati parte di squadra e parte individuali) e dalla contrattazione collettiva a quella aziendale o di gruppo. Anche queste tendenze segnano una notevole differenza con gli anni in cui nacque lo Statuto. Non si può non tenerne conto e vanno anzi regolate per evitare un uso distorto e abusi talvolta stucchevoli, come nei casi dei supermanager che affondano le aziende in cui si trovano e poi se ne vanno con compensi milionari (si pensi al caso Montepaschi quale esempio per tutti).

Ciliegina sulla torta, dovrebbe essere applicato come del resto previsto dal Jobs Act, l’allargamento della governance aziendale ai rappresentanti dei lavoratori. Sempre in termini di riequlibrio e, in questo caso, maggior controllo in cambio di maggiore libertà per l’imprenditore.

Cosa farà il governo? Riproporre il contratto a tutele crescenti, a mio avviso, non risolverà alcun problema. In uno scenario in cui per andare in pensione ci vorranno ben più che 40 anni di contributi, non sarà uno spostamento a tre anni del periodo di prova a risolvere alcunché. Chiedete agli imprenditori se può essere quello il problema e vedrete cosa vi rispondono.

Una revisione generale nella direzione alla quale accennavo invece può fare molto. Ma dovrebbe coinvolgere da ultimo anche i lavoratori non dipendenti. Per una questione di equilibrio e di giustizia. Nessuno dovrebbe più avere lo stesso posto assicurato dall’inizio fino alla pensione. Nemmeno i taxisti, gli avvocati, i farmacisti o i notai. Qui l’equivalente della riforma del mercato del lavoro dovrebbe consistere in una totale liberalizzazione del mercato, compensata dagli stessi diritti dei dipendenti, anche in termini di sostegno al salario in caso di perdita del lavoro o chiusura dell’attività principale. Non sta scritto da nessuna parte che uno debba fare l’avvocato a vita.

renQuesto richiederebbe di passare dallo Statuto del Lavoro allo Statuto dei Lavori, intendendo anche quelli non dipendenti. E’ un programma eccessivamente ambizioso, utopistico, irrealizzabile? No. Prendendosi qualche mese si può fare. Io credo anzi che sia l’unico che può trarre il governo ed il Paese da una pericolosa e alla lunga letale stagnazione. Certo, potrebbe non essere popolare come gli 80 euro in busta paga o l’abolizione del Senato vecchia maniera. Però questa è una riforma sulla quale si gioca il futuro degli italiani. Non resta che augurarsi che il premier e il governo da lui sostenuto siano all’altezza della posta in gioco.

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