Movideconomy

Dario Fornaro

movFino ad un anno fa, tanto per dire, il fenomeno “movida” veniva largamente vissuto e interpretato come un fatto di costume, non disgiunto, abbastanza spesso, da un problema di convivenza urbana. Dicendo movida  intendiamo cose relativamente diverse ma unificate dal comun denominatore della gente, in rumorosa allegria, riversata per strada, e nei locali pubblici ivi affacciati, dalle ore pre-serali a quelle della notte inoltrata. All’insegna della vitalità popolare e dei consumi d’occasione, tutti rigorosamente in piccante salsa sonora.

Il fatidico conflitto tra allegria pubblica e quiete privata trasudava sulla stampa, con una certa frequenza, dalle cronache cittadine e dalle lettere al direttore e i “pubblici poteri” si barcamenavano alla menopeggio  tra le esigenze difficilmente conciliabili.

Ciò che non ha impedito – controlli  altalenanti a parte della vigilanza tradizionale – che i segnali politici provenienti dalle pubbliche amministrazioni, specie locali, fossero prevalentemente sbilanciati a favore del fenomeno movida, comunque declinato, in quanto deputato a differenziare e promuovere, in punto di immagine, le “città vive” rispetto alle “città spente (o morenti)”, dalle quali rifuggire ad ogni costo. Vedi il proliferare  delle “notti bianche”, o d’altra colorazione, alle quali proprio i comuni davano mano essenziale  attenuando o sospendendo la portata dei normali regolamenti civici.

Al di là, tuttavia, del comprensibile, tradizionale compiacimento di politici, amministratori e commercianti per il richiamo di gente festevole in strada, è emerso  informalmente, ed oggi è palese e dichiarato, un nuovo modo di  porsi delle amministrazioni locali nei confronti del fenomeno movida, considerato ormai  in veste di settore economico-produttivo (sui generis)  in ascesa rispetto ad un paesaggio connotato da attività stagnanti o cedenti. Qui il piatto piange da un pezzo, là, oltre all’allegria, circolano affari, quattrini e lavoro (sui generis, ma tutto fa): buona la vivacità che ristora socialmente l’ambiente urbano, ma buona altresì, senza infingimenti, la sfera dei consumi e dei commerci che supporta, e amplifica a sua volta, le occasioni di movida.

Non a caso attorno al fenomeno movida si va ormai coagulando, specie nei centri maggiori – a partire da Torino – una sorta di “classe imprenditoriale” (sui generis, nuovamente) che  muove rivendicazioni  collettive di ruolo  nei confronti tanto delle pretese regolamentari delle autorità costituite, che  del disagio proclamato dalla cittadinanza in tema di quiete pubblica.: diamo “respiro economico” alla città dunque lasciateci lavorare con la dovuta tolleranza!

Dicendo Torino – nostra capitale regionale  e tendenziale modello politico-amministrativo – si evoca  tuttavia una situazione non proprio pacificata, se è vero che attorno alla questione Movida & Murazzi (e dintorni: San Salvario, Quadrilatero, piazza Vittorio, etc.) si agita da mesi una  vivace querelle politico-sociale in ordine alle prerogative e ai limiti da assegnare alle varie modalità di spasso notturno a confronto con le esigenze  di quiete e riposo dei cittadini “altri”. Condizione che, scendendo “per li rami” (anzi..per li fiumi), comincia a delinearsi in diversi  e minori contesti cittadini.

La prospettiva di una polemica acida e perdurante nell’ambiente cittadino, non sembra scoraggiare più di tanto le amministrazioni comunali interessate (pur in una rischiosa roulette di voti guadagnati o persi a scadenza) se è vero che il favore (una media tra entusiasmo e disperazione) per  una movida che si fa sistema di tenuta economica, comincia a  insinuarsi, con la dovuta prudenza, tra le pieghe degli strumenti e dei regolamenti urbanistici, in previsione di “addensamenti pilotati”  delle attività di svago e conforto notturni.

Morale. Stando alle dimensioni “locali” ci sono forse più motivi di ironizzare che di preoccuparsi per le scorciatoie di sviluppo venute in auge. Capita probabilmente l’inverso se in queste opzioni, a base di tarallucci e vino, si va a leggere una metafora  dell’economia “in grande”, che  non sa più dove sbattere la testa per formulare una  seria strategia  di uscita dal pantano in cui si è cacciata, o è stata cacciata (fa poca differenza).

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