Da Montesole a Barbiana

Domenicale Agostino Pietrasanta

midoUna breve vacanza, due giorni, mi ha indirizzato sulle alture di Marzabotto, a Casaglia di Montesole, dove si è consumato uno degli eccidi più efferati della seconda guerra mondiale;  nella località, le popolazioni civili tra la fine di settembre ed i primi di ottobre del 1944, sono state massacrate da una ferocia inaudita, la ferocia della guerra totale. Ci sono ancora le mura e l’altare della Chiesa in cui, ucciso il parroco, le SS hanno rinchiuso anche i bambini, prima di esplodere alcune bombe e dare il segnale della carneficina; altri furono condotti nel cimitero e fucilati con raffiche ad altezza di bambino per colpire tutte le vittime.

Nella località don Dossetti, parecchi anni dopo essersi ritirato dalla vita politica, ha fondato una comunità monastica della “Piccola famiglia dell’Annunziata”, ma molto più emblematicamente l’uomo che ha redatto la prima parte della Costituzione della Repubblica, è sepolto nella terra del piccolo cimitero della strage. Lui che ha voluto scrivere e stabilire, con la solennità della Carta costituzionale, che l’Italia ripudia la guerra, lui che ha voluto trarre dalla tragedia delle popolazioni civili ed inermi l’insegnamento della crudeltà dei conflitti, ha anche voluto vivere, in uno dei posti testimonianza,  gli ultimi anni della vita ed ha voluto essere sepolto in quei luoghi.

Ci sarebbe da dire di un personaggio tanto straordinario, quanto schivo dalla potenza del mondo; ci sarebbe da ragionare sulla sua idea di politica al servizio della democrazia sostanziale a favore degli ultimi, ma senza la possibilità di un’elaborazione adeguata si finirebbe nella retorica, nella dichiarazione apodittica, nella celebrazione. Si offenderebbe una memoria che tende a tutt’altra direzione; resta la testimonianza dei luoghi che, assieme a tante altre testimonianze della vita del personaggio e della sua attività, costituisce parte essenziale del messaggio.

C’è però, almeno io credo, un secondo percorso, molto diverso, ma interpretato da un personaggio che ha dato carne viva, esperienza concreta, alla sensibilità verso gli ultimi. Disceso dalle alture dell’Emilia e salito, più a sud, nelle località sperdute, nelle alte colline della Toscana, ho raggiunto con alcuni amici, i luoghi resi celebri da don Lorenzo Milani, presso quella che fu la parrocchia di Barbiana. Il sacerdote vi fu sostanzialmente esiliato, per aver scritto con sincerità e parresia degli “incidenti” pastorali e dei relativi percorsi inadeguati di una Chiesa chiusa nel suo ruolo istituzionale di potere; mentre nella sua diocesi (Firenze) ormai parecchie grosse parrocchie erano prive di pastore, lui fu relegato in un luogo sperduto, costituito da nuclei sparsi con (in allora) 110 abitanti.

Arrivò a Barbiana nel 1954 e vi rimase fino alla morte (1967) che lo colse in giovane età, poco più che quarantenne. Dal 1956 dette vita ad una scuola straordinaria, con il preciso intento (accostamento a don Dossetti) di riscattare le popolazioni relegate, senza loro colpa, nell’ignoranza e farle capaci di partecipazione concreta al progetto di una democrazia progressiva: una democrazia della consapevolezza. Semplicemente “innamorato” del suo popolo orientò i giovani alla scuola sottraendoli alla banalità del consumismo; li invitò alla formazione senza pretendere nulla se non un impegno che vedeva i suoi alunni occupati per 365 giorni all’anno e 366 negli anni bisestili, senza feste e per dodici ore circa al giorno.

Anche qui ci sarebbe da dire di un metodo didattico che coinvolgeva tutti nell’apprendimento come nell’insegnamento: i più maturi ed i più preparati aiutavano i più piccoli ed i bambini in difficoltà. Ci sarebbe da dire di un insegnamento che con tematiche tratte dalla Costituzione formavano alla consapevolezza civile, alla responsabilità, alla politica come interesse al bene comune, contro l’individualismo e l’interesse personale. Ci sarebbe da dire di uno sforzo straordinario che ha indirizzato parecchi giovani, già relegati ai margini di un sistema scolastico selettivo e discriminante, a posti di alta responsabilità.

E ci sarebbero tante altre considerazioni, ma sarebbe difficile cogliere un’ispirazione fondamentale, se non si tenesse conto di una “confessione” emblematica del sacerdote ai suoi ragazzi: “ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che Lui non stia attento a queste sottigliezze ed abbia scritto tutto al suo conto”.

A mio avviso si tratta di una fra le più belle “confessioni” che mi sia dato leggere; di una dichiarazione coerente per un pastore cristiano, interprete di una religione incarnata nella storia e nella vicenda dell’uomo, di una religione che si fa vita: la vita di un Dio che si è fatto uomo per acquistare, con il sacrificio di sé, la salvezza del mondo.

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One thought on “Da Montesole a Barbiana

  1. Esurivi enim, et dedistis mihi manducare; sitivi, et dedistis mihi bibere; hospes eram, et collegistis me; nudus, et cooperuistis me; infirmus, et visitastis me; in carcere eram, et venistis ad me. Tunc respondebunt ei iusti dicentes: Domine, quando te vidimus esurientem et pavimus, aut sitientem et dedimus tibi potum? Quando autem te vidimus hospitem et collegimus, aut nudum et cooperuimus? Quando autem te vidimus infirmum aut in carcere et venimus ad te? Et respondens Rex dicet illis: Amen dico vobis: Quamdiu fecistis uni de his fratribus meis minimis, mihi fecistis.

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