Come in un condominio

Carlo Baviera

risMai come oggi un’assemblea condominiale può ben rappresentare il modo di procedere della politica attuale e di come i valori, le regole, i punti fondanti della democrazia vengano visti e giudicati dalle generazioni formatesi da fine anni settanta.

Non generalizziamo, ma come chi è cresciuto nei cinquanta e sessanta aveva una percezione diversa da coloro nati prima o durante il conflitto mondiale, così anche coloro che non hanno conosciuto e vissuto il sessantotto e l’evento Conciliare percepiscono la vita e i rapporti fra le persone, e le regole democratiche in modo diverso: diritti, acquisizioni, organismi partecipativi, attività sindacale sono vissute in modo diverso dai padri e dai fratelli maggiori.

Ma torniamo al condominio.

C’era un condominio sorto per iniziativa di una cooperativa; i rapporti si sono mantenuti per anni solidali in un clima, appunto, cooperativo. Poi le vendite e i passaggi di proprietà degli alloggi hanno portato all’arrivo di famiglie nuove. E i punti fermi, soprattutto l’amicizia quasi generale di tutti i condomini, si è a poco a poco trasformata in rapporti più freddi e formali di vicinato. I nuovi arrivati (ma non sempre e solo loro, perché potersi svincolare da qualche legame o regola costrittiva va bene a tutti) hanno ragionato più in termini individualistici: a casa mia faccio ciò che voglio. Purtroppo questa logica può portare a riversare sulla collettività problematiche impreviste; e quindi, il faccio ciò che voglio, deve essere frenato e corretto.

Cosa c’entra tutto questo con la nostra società e con le nostre Istituzioni? C’entra perché le modalità per il ricambio della classe politica e amministrativa, un tempo compito delle scelte elettorali e della politica organizzata nei partiti, si è col tempo modificata. Prima il decisionismo, poi la fine dei partiti di massa, i sindacati di base e autonomi, poi la Padania, poi l’obiezione fiscale, su su fino ai forconi e al comico trasformatosi in tribuno; il tutto con contorno di proteste e manifestazioni, giuste o sbagliate che siano, contro impianti per la combustione dei rifiuti, contro gassificatori, contro tagli a servizi locali, ecc. Non intendo certo parificare le battaglie per la difesa di un’area verde o di una fabbrica con l’azione dei forconi, ma solo sottolineare come il clima sia di generale lamentela e progressivo distacco da tutta la classe dirigente, oltre che di grande malessere rispetto alla constatazione che in molte realtà politiche e amministrative si è sottratto denaro pubblico per scopi e interessi personali; scandali che non sembrano fermarsi ed investono realtà le più diverse, a volte anche con legami a sistemi e organizzazioni di carattere mafioso. E come ognuno (ogni gruppo, ogni entità), di fronte a tali scandali, si ribelli individualisticamente, senza più la capacità e la volontà di trovare sbocchi comuni.

Vale sempre il motto di don Milani che politica significa uscire insieme dalle difficoltà. Oggi, la mancanza di strumenti seri e che sappiano organizzare in maniera solidaristica le risposte politiche necessarie ci dicono che siamo messi come nelle assemblee condominiali: se va bene si rimandano le decisioni, o si cambia l’amministratore assumendone uno peggiore del primo.

Ecco allora la necessità che la nuova politica, qualunque siano gli strumenti scelti, non può prescindere da ciò che la Carta Costituzionale (sempre che non si voglia buttare anche quella) chiama partiti. Strumenti che devono essere aperti, che devono avere bilanci certificati, che devono muoversi e decidere con metodo democratico, che devono pubblicare gli iscritti (così si evita di ritrovare chi ha avuto problemi seri con la giustizia), ecc.; ma che, soprattutto, siano organizzazioni che tornano a formare. Sempre don Milani diceva che le armi da usare in democrazia sono il voto e la parola; oggi la parola significa soprattutto competenza, esperienza maturata nel contatto con le persone, conoscenza della legislazione, passione civile e disponibilità al sacrificio.

Infine, ma non perché sia la cosa meno importante (anzi!), il nuovo strumento partito deve (è compito anche di altre realtà) educare all’etica pubblica, alla difesa del bene comune (che non è la somma di tanti beni individuali). Perché se manca questa dimensione, la politica, le stesse istituzioni, e chi vi opera, impoveriscono e diventano distorte per scopi personali o illegali. Se manca il senso della comunità, se non si riconoscono i motivi dello stare insieme, la vita collettiva decade e muore. Abbiamo da poco celebrato i 150 anni dell’Italia Unita; per difendere questa unità non solo bisogna indignarsi per gli scandali o manifestare per difendere i propri legittimi diritti, ma bisogna anche agire (compresa la legittimità di opporsi ai governanti e cambiarli) con spirito e in una visione comunitaria, collettiva, nazionale, e soprattutto oggi anche europea.

E per superare la logica “condominiale”, a mio parere, è anche necessario che la politica e chi intende guidare le istituzioni, sappia  immaginare il futuro, guardare alle grandi questioni e non fermarsi solo alle “piccole manutenzioni” o alle beghe sugli “spazi auto nel cortile”. Bisogna non solo e tanto fermarsi alla questioni dell’oggi, alle soluzioni facili e immediate, ma guardare oltre, pensare al futuro. Come dire ai condomini di discutere e confrontarsi sugli investimenti e sugli impianti da migliorare, e non bisticciare su quante volte sfalciare l’erba del prato o sulle dimensioni della bacheca.

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