Povero Walter, povera Palestina

Dario Fornaro

gazSiamo appena alla “trigesima” della scomparsa del nostro Amico don Walter e già il rimpianto specifico, rubricabile, si affianca al globale “senso di vuoto” toccatoci in sorte. Walter ha, per così dire, “schivato” gran parte degli eventi drammatici scaraventati in cronaca dall’ennesima recrudescenza del conflitto israelo-palestinese, che taluno vorrebbe intitolare alla “terza intifada”. Non abbiamo dubbio alcuno, ovviamente, sul come e con chi si sarebbe schierato, su quali sventure avrebbe versato, in pubblico e privato, dolore e indignazione per il nuovo uragano abbattutosi su Gaza e sul popolo palestinese, ma ci manca, anche se compulsiamo paginate di giornali, la sua conoscenza, vasta e aggiornata “alla fonte”, delle premesse e delle condizioni attuali dalle quali è scaturita la rottura traumatica della pur sempre fragile e armata coesistenza.

Il “non detto” (o non dicibile), ad esempio – al quale l’Amico non si sottraeva in nome del politicamente corretto – e che potrebbe aiutarci a capire perché  lo scontro attuale, così somigliante, all’apparenza, al prevedibile, (anche se non databile, traboccare esplosivo di una pentola in pressione, in realtà  risenta di una  attesa-preparazione, da ambo le parti, dotata di obiettivi politico-militari freddamente meditati. Obiettivi residenti sulla scena internazionale e, in ispecie, sul teatro mediorientale in prolungata ebollizione. Ma questo è piuttosto noto e generalmente ammesso: messaggi traversi e cupe intimidazioni che si incrociano sulla testa delle prime linee, ove si contano i danni e le vittime dello scontro “locale”. Tra i vari “superiori interessi” in gioco, nei giorni scorsi si sono perfino annoverati gli appetiti sui vasti  giacimenti petroliferi annunciati al largo di Gaza.

Sono queste vaste prospettive geo-politiche ed economiche, prima ancora che militari, che consentono a qualche disinibito commentatore di sostenere che i palestinesi (in versione Hamas e dintorni) per quanto duramente colpiti e doloranti, in realtà starebbero vincendo – sul campo delle reazioni, o non-reazioni, internazionali al dramma di Gaza – il confronto con Israele, almeno quello virtuale. Difficile avventurarsi in una ridda di ipotesi che tra l’altro, al di là della loro consistenza, integrano e spostano continuamente il centro del discorso sulla tempesta in atto.

Tornando a don Walter, il suo ausilio sarebbe probabilmente assai utile a noi per capire, o quantomeno avvicinare, in questo frangente, le ragioni implicite dell’ala militante/militare palestinese  (ancorché frammentata e non costituente una precisa leadership politica) e della sua strategia interventista (strategia a perdere rovinosamente?) praticata con la falange israeliana. Nessuno, proprio nessuno, avrebbe potuto supporre che, ad un nuovo, specifico attacco-provocazione – le copiose salve di razzi  tirate un po’ a casaccio sul territorio israeliano – il Nemico Storico avrebbe opposto una ritorsione “proporzionale” cioè, nel caso, rumorosa ma di modesta efficacia distruttiva. Questa, infatti, della “risposta proporzionale” è una pia, giudiziosa illusione, oggi come ieri, nel conflitto arabo-palestinese contro Israele. Proprio perché la “sproporzione” è essa stessa la più nota e temibile arma di deterrenza, minacciata e usata dall’esercito di Davide (atomica finora esclusa, e speriamo che duri…).

Che Israele, ad un certo punto, si sarebbe mosso “a rullo compressore”, tollerando, se non proprio prevedendo, una tempesta di fuoco sulla Striscia di Gaza era scontato, così come era scontato/inevitabile il massiccio coinvolgimento, in termini di vittime e danni, della popolazione civile ivi stipata. Perché qualcuno – non evidentemente a livello di “cani sciolti” – ha dato fuoco alle polveri, nella certezza che il popolo di Gaza sarebbe stato (gli uni per gli altri?) duramente colpito di rimando, assieme alle sue già fragili strutture di sopravvivenza? Perché il costo “civile” di tale operazione – variabile sicuramente tra alto e altissimo/catastrofico – è stato assunto come “rischio calcolato/accettato”? Se si parla di  risposte sproporzionate, sarà pur lecito pensare a costi d’attacco sproporzionati, o no?

La psicologia  del profondo contempla variamente la propensione personale a farsi del male oppure il compiacimento nel riceverlo. Ma qui siamo in piena politica, in esemplare fenomeno collettivo: il perché del “conto” consegnato alla popolazione civile diventa perciò o troppo oscuro, o fin troppo chiaro.

Sovviene l’intervento di don Walter (in “Adista” del maggio 2012) già ricordato da Giorgio Barberis qui su “AP”, circa la differenza etico-politica fra Terrorismo e Resistenza, proprio riandando alla vicenda israelo-palestinese. La sensazione è che si dia oggi, con Gaza in fiamme, un “tertium” (programma, comportamento, tattica…) che trascende sia il terrorismo che la resistenza, come li conosciamo dalla storia recente, per il ruolo (un terribile ruolo mediatico?) da prima vittima designata consegnato alla inconsapevole comunità civile. Vedi magari al capitolo  di gran moda: “guerra teleguidata”.

Sentirei volentieri l’Amico in proposito. Ma non c’è più.

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