Riformare per comandare o riformare per crescere?

Il punto  Carlo Baviera

bosA metà luglio un quotidiano titolava: «“Vietato dissentire” così i partiti reintroducono il vincolo di mandato».

E citava i casi e le posizioni dei leader che, richiedendo disciplina di partito su ogni aspetto della legislazione, di fatto fanno sì che venga scavalcato l’articolo 67 della Costituzione. Ovviamente sono opinioni criticabili e argomenti che i pubblicisti usano per avere materiale da proporre ai lettori oppure per sostenere con qualche argomento in più il loro dissenso da questo o quel capo partito, da questo o da quel personaggio.

Resta il fatto che, a cominciare da tutto il dibattito che ha attraversato dall’inizio l’avventura pentastellata, i membri di quel partito se esprimevano opinioni diverse dal capo o cercavano di indirizzare il Movimento su posizioni più dialoganti, venivano subito investiti dal dissenso della rete e messi alla porta: ricordiamo i casi concreti di espulsioni o di autoesclusione.

Non da meno le vicende degli altri partiti, soprattutto PD e FI. Non parliamo dei partiti minori che si sono già divisi con la nascita di nuovi gruppetti parlamentari: non intendo giudicare, prendo atto della situazione. E tornando a PD e FI, basta ricordare che per quanto riguarda il secondo tutto iniziò già dal “che fai, mi cacci?” che portò l’allora Presidente della Camera a fondare un nuovo Partito perché incompatibile con l’indirizzo che l’ex Cavaliere indicava per il PDL e pretendeva da ogni suo membro.

Mentre per il PD c’è insofferenza verso chi non condivide l’impostazione delle riforme proposte dal Governo. Può essere che i dissensi facciano parte di un piano per indebolire il cammino renziano rivolto a innovare profondamente la nostra società, la nostra amministrazione, le nostre istituzioni; in questo caso, come del resto è sempre avvenuto (è stato così per lo stesso Renzi verso Bersani e poi col Governo Letta), nel partito ci si conta ma poi è giusto chiedere disciplina di partito (esclusi i casi di coscienza legati ad argomenti etici o di rilevanza particolare) tollerando qualche dissenso a titolo personale. Mentre, secondo me, se il dissenso è sui contenuti e su aspetti concreti delle riforme, non è giusto trattare chi avanza proposte alternative come un nemico che fa il gioco degli avversari.

Nella fattispecie, si stanno dipingendo coloro che ostacolano l’articolato delle legge elettorale o della riforma del Senato della Repubblica come dei sabotatori delle riforme, come anti patrioti, come affossatori della possibilità di trasformare in senso più moderno le istituzioni repubblicane.

Non entro nel merito delle questioni, anche perché non sono costituzionalista né esperto della materia; né è questa la sede. Mi preme però evidenziare, che se, sia in Forza Italia che nel PD, c’è chi gioca una partita politica per ribaltare gli assetti interni utilizzando questa occasione propizia, non si può non tenere conto che molti degli oppositori alle proposte legislative lo sono solo per convinta difesa di una visione costituzionale che privilegia l’equilibrio dei poteri, dei controlli e delle garanzie.

Non a caso, mi limito a questo semplice esempio, un personaggio non estremista né sbruffone come l’on. Balduzzi ha avanzato l’ipotesi di rappresentare, in un Senato delle autonomie, anche le autonomie sociali e non soltanto Sindaci e Consiglieri Regionali; giusta o meno che sia la proposta, ci aiuta a capire che uscire dal bicameralismo perfetto e assegnare compiti nuovi alla Camera Alta non è un giochetto da finire in fretta, ma richiede approfondimenti e confronti seri. Ne va della democrazia rappresentativa e della democrazia reale.

I dubbi avanzati da chi dissente dalle proposte di riforma vengono anche rafforzati da una intervista della Ministra Boschi ad Avvenire. Se la Boschi fa una premessa molto positiva:  «L’obiettivo non è il Nuovo Se­nato, è un’altra Italia. E non mi accontento di portare a casa le riforme istituzionali, la sfida del go­verno è più ambiziosa. È quella di legarle alla riforma del lavoro, della Pubblica am­ministrazione, della giustizia, della scuola e dell’università. È disegnare una prospet­tiva.Le riforme istituzionali sono un tassello di un puzzle. Senza gli altri, senza un programma di modernizzazione com­plessivo del Paese la sfida non si vince. Nella testa del go­verno non c’è solo il supe­ramento del bicamerali­smo, per me la riforma del Terzo Settore non vale me­no di quella del Senato. Cer­to oggi la crisi morde e va aggredita con riforme eco­nomiche e istituzionali, ma per uscire dall’emergenza in maniera defi­nitiva devi dare risposte di lungo periodo. Ecco, prevedere il servizio civile universa­le e chiamare i giovani a un nuovo impe­gno civico significa offrire un’altra idea di stare insieme, di collettività», la preoccupazione viene sollevata dal resto: «Non è questo il momento(per parlare di presidenzialismo), il tema non è nell’accordo e non va affrontato ora. O­ra va portata a compimen­to questa riforma. Poi, una volta approvata definitivamente, possiamo mettere a tema il presidenzialismo. Chiudiamo, poi apriamo un nuovo tavolo: oggi il pre­sidenzialismo divide e ri­schia di far saltare una rifor­ma ampia e articolata a cui stiamo lavorando da mesi».

Ritengo molto bella e interessante la visione complessiva di riforma, ma aprire al presidenzialismo deve mettere in guardia. Anche qui, non entro nel merito non avendone le competenze specifiche; ma come cittadino credo che si possa anche arrivare ad un sistema presidenziale, purché si siano valutati tutti gli aspetti collegati, i pesi e i contrappesi, le garanzie che permettono di bloccare derive autoritarie, ecc.

Se oggi si procede a riformare la legge elettorale in senso maggioritario; se una delle due Camere non ha più poteri di indirizzo, di controllo, e di intervento rispetto a decisioni che riguardano le decisioni su guerra, su giustizia, su sistemi televisivi e di comunicazione, su questioni economico-finanziarie, sulle libertà individuali e comunitarie dei cittadini, su accordi internazionali; se il sistema istituzionale (ad iniziare dagli Enti Locali) viene profondamente modificato; se tutto questo è premessa per consegnare ad una persona o ad un ristretto gruppo le chiavi del Paese, anch’io sono tentato di schierarmi con chi è considerato “conservatore” riguardo alle modifiche elettorali e costituzionali.

Ecco perché è giusto che ci sia un confronto serio, profondo, ampio, senza peli sulla lingua con coloro che stanno ostacolando, pur se con considerazioni opportune e obiettive, il processo riformatore. Riformare sì, ma riformare bene, e riformare per rafforzare la democrazia, non per attuare (magari inconsapevolmente) il Piano della P2. Riformare sì, ma coinvolgendo il Paese. Più che gli incontri in streaming, serve ascoltare le persone vere, le associazioni, la società civile. E a sua volta la società civile deve pretendere di essere ascoltata.

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