Le macerie di Gaza. Opinioni a confronto: intervista a Giorgio Barberis

L’intervista  a cura di Agostino Pietrasanta e Marco Ciani

BARPer introdurre, vorremmo chiederti, molto semplicemente, cosa pensi di quel che sta accadendo in Israele/Palestina.

Ciò che sta accadendo in Palestina, nella Striscia di Gaza ma anche in Cisgiordania, mi sconvolge nel profondo. Amo quella terra e quel popolo, oppresso dalla durissima occupazione israeliana. In un viaggio recente nelle principali città palestinesi – compiuto insieme al nostro caro amico don Walter Fiocchi, che ogni giorno ricordo con affetto e riconoscenza -, ho potuto constatare direttamente la durezza (e l’insensatezza) di questa occupazione.

Ma vorrei iniziare il mio ragionamento richiamando le parole di Moni Ovadia, artista di straordinaria bravura e persona di rara qualità: «Il mio essere ebreo – egli ha più volte ribadito parlando del conflitto israelo-palestinese – mi fa stare dalla parte degli oppressi. E in questa vicenda gli oppressi sono i palestinesi: non parliamo di terre contese, ma di terre occupate. Ho imparato dai profeti d’Israele che bisogna essere al fianco dell’oppresso. L’ebraismo è una cosa, lo Stato d’Israele un’altra. Finché i mediatori saranno gli Stati Uniti non c’è soluzione: non è un mediatore neutrale, sta dalla parte di Israele. Vedo un avvenire terrificante, purtroppo, e sarà una catastrofe anche per Israele, perché opprimendo gli altri perdi anche tu l’anima. E diventi un aguzzino».

Penso che sia esattamente ciò che sta accadendo, come dimostra la terrificante devastazione di Gaza (della quale lo stesso Moni Ovadia ha proposto recentemente un’analisi illuminante che volentieri qui richiamo: http://vau.ro/2014/07/21/gaza-e-la-questione-palestinese-moni-ovadia/). Non ci si ferma neppure di fronte alla bandiera blu delle Nazioni Unite, come dimostra inequivocabilmente, per fare solo un esempio, l’attacco del 24 luglio alla Kaa Albir, la scuola dell’Unrwa (l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi) di Beit Hanoun, con 17 vite spezzate di donne e bambini lì rifugiatisi per trovare un riparo sicuro (sic!) dai bombardamenti israeliani.

A Gaza gli sfollati sono ormai quasi duecentomila e tra i primi mille caduti la stragrande maggioranza è di civili, un terzo bambini. La violenza scriteriata messa in atto dal governo e dall’esercito di Israele devasta la popolazione di Gaza; destabilizza la Cisgiordania, che sta iniziando a ribollire e nella quale il radicalismo di Hamas incomincia a far breccia; alimenta pericolosi sentimenti antisemiti in molti Paesi e non garantisce nemmeno la sicurezza e la stabilità interna.

Ritieni che Hamas sia un’organizzazione terroristica? E’ legittimo l’operato del governo israeliano? Quanto sta accadendo fa parte del confronto arabo/israeliano che va avanti dal 1948 o deve essere considerato a sé?

La questione è molto complessa. Ma – come proprio ci insegnava don Walter – non bisogna confondere resistenza e terrorismo (penso in particolare ad un suo articolo del maggio 2012 pubblicato su Adista, intitolato per l’appunto, Resistenza, non terrorismo!).

Non si tratta certo di difendere il lancio di missili su Israele. Il punto, però, è capire perché ciò avviene. Gaza è un carcere a cielo aperto, una gabbia inespugnabile, dove ogni cosa, ogni accesso, ogni risorsa è sotto il diretto controllo dell’autorità militare israeliana. Nella Striscia è impossibile vivere in condizioni accettabili. Israele l’ha blindata e l’ha chiusa a chiave, rendendola sostanzialmente inaccessibile e invivibile e stritolandola in un isolamento insopportabile, che non generare che sentimenti di odio assoluto. Il lancio di missili Qassam verso il territorio israeliano non è che una reazione a questo stato di cose.

Peraltro, come noto, ci sono già state altre tre sanguinose operazione dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza: l’operazione “Pioggia d’estate” del 2006, con circa duecento vittime; l’operazione “Piombo fuso” tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, con quasi millecinquecento palestinesi uccisi; l’operazione “Pilastro di difesa” del 2012, con altri duecento caduti.

WALLIn effetti, è dal 1948 che i Palestinesi vivono in una condizione di espropriazione, e dal 1967 si può parlare di una vera e propria occupazione militare. Chi è stato là ha visto i check point, ha visto le vessazioni e le privazioni che quel popolo deve subire quotidianamente, ha visto il proliferare delle colonie israeliane nei territori palestinesi, ha visto i campi profughi e il muro della vergogna, quella barriera di 700 chilometri che fa della Cisgiordania una grande prigione, e che in realtà segrega tutti e due i popoli. No, la condotta del Governo israeliano non è affatto legittima. Anche il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha iniziato a indagare sui crimini di guerra compiuti da Israele, istituendo a tal proposito (con il solo voto contrario degli Stati Uniti) una commissione d’inchiesta.

Non voglio però sorvolare sulla questione da voi posta relativa ad Hamas. L’organizzazione vicina ai Fratelli Musulmani nasce e si rafforza in reazione all’occupazione israeliana, e inizia ad operare dopo lo scoppio della prima Intifada (1987), ottenendo ampi successi a Gaza in tempi più recenti grazie anche ai suoi programmi sociali (ospedali, scuole, servizi). La sua rivalità con Al Fatah non ha certamente giovato alla causa palestinese, e il monopolio sulla Striscia ottenuto dopo la battaglia di Gaza del 2007 ha isolato ulteriormente quel territorio martoriato.

Il movimento, definito in effetti terrorista dagli Usa e dall’Unione Europea, è molto composito al suo interno, con un braccio armato, le Brigate Izz-ad-Din al-Qassam, particolarmente forte. L’attuale offensiva israeliana, com’è ovvio, non fa che rafforzare l’ala più estremista, togliendo consenso anzitutto all’Autorità Nazionale Palestinese presieduta da Abu Mazen (che aveva con convinzione riconosciuto il diritto di Israele ad esistere, aveva sostenuto la pace e recentemente stigmatizzato l’Olocausto come uno dei peggiori crimini dell’Umanità), ma anche ai settori più moderati della stessa Hamas. Perfino dall”influente capo dell’Ufficio politico del movimento, Khaled Meshaal, erano venute negli anni scorsi alcune aperture incoraggianti, e anche ora l’unica condizione posta a una tregua duratura è la fine del blocco economico nella Striscia di Gaza. Mi pare una richiesta sacrosanta. Per ora rifiutata dal governo israeliano, che sta agendo nel modo che vediamo. In pochi però si domandano se il Likud, il partito del primo ministro Netanyahu, sia un’organizzazione terroristica. Un curioso caso (purtroppo non isolato) di strabismo politico-mediatico. In realtà la categoria del terrorismo ci serve a poco.

Io sono d’accordo con lo scrittore israeliano Yehoshua che in un articolo pubblicato da un quotidiano italiano scrive: «Smettiamola di chiamare i palestinesi terroristi, perché con i nemici si fanno i negoziati, ma finché definisci terrorista qualcuno, vuol dire che non tratterai mai con lui». Una parola inquinata che finisce per giustificare le azioni più repellenti, come uccidere bambini che giocano su una spiaggia. E chi perde i figli in questo modo, chi perde ogni cosa, finanche la dignità, come potrà agire in futuro, secondo voi? Lo stesso Mohammed Deif, spietato leader delle Brigate Qassam, sopravvissuto a ben cinque attentati, è nato da una famiglia di profughi palestinesi.

Quanto pesa il fattore religioso, dal fondamentalismo islamico alla fondazione religiosa ebraica dello Stato di Israele, nella contrapposizione in atto?

Credo che pesi moltissimo, almeno sul piano simbolico. La vera soluzione del conflitto, secondo me, poteva/doveva essere quella di giungere per gradi alla costituzione di un solo Stato laico, non connotato cioè da opzioni religiose prevalenti, nel quale musulmani, ebrei e cristiani potessero coesistere e convivere in armonia. Utopia? Sì, è ovvio che in questo contesto sembra impossibile un tale scenario. Ma secondo me rimaneva (e rimane) la soluzione migliore.

Oggi, però, gli opposti integralismi sembrano non avere ostacoli, e rendono vieppiù complicata anche la soluzione di compromesso ch’era stata accolta con gli Accordi di Oslo del 1993: “due popoli, due Stati”. Israele, in realtà, mostra in modo sempre più evidente di non volere uno Stato palestinese. Non ha mai fermato, e anzi ha incentivato, la costruzione di Colonie in Cisgiordania e non ha colto minimamente le aperture di Abu Mazen, premiando l’atteggiamento dialogante dell’ANP. Netanyahu e il suo governo di irresponsabili (e criminali) non cercano la pace. L’ultranazionalismo del Likud e dei suoi alleati (che peraltro utilizza in modo strumentale, e assolutamente improprio, l’equazione tra antisionismo e antisemitismo) mira a tenere soggiogati i Palestinesi, divisi in enclave non comunicanti e posti di fatto sotto tutela.

Appena Al Fatah e Hamas hanno trovato un accordo per superare le loro divisioni, ecco la decisione di Netanyahu di accelerare il conflitto, che peraltro ha risollevato il suo consenso elettorale, duramente messo alla prova dall’esplodere della crisi economica. Pensiamo al movimento delle tende, che nell’estate del 2011 aveva portato migliaia di israeliani in piazza contro le politiche sociali del governo, per rivendicare il diritto alla casa e a un salario equo. Sembrava finalmente erodersi il potere dei conservatori, ma ancora una volta il massacro a Gaza ha rialzato clamorosamente l’apprezzamento verso l’esecutivo. Che però è e sarà messo a dura prova dalle ingenti perdite di vite umane tra i soldati impegnati nelle operazioni di terra, comunque rischiose anche per uno degli eserciti meglio equipaggiati del mondo .

A quali condizioni è possibile immaginare, se non una pace che appare ormai obiettivo utopico, almeno una cessazione degli attacchi, dall’una e dall’altra parte?

RABIo penso che dalla morte di Yitzhak Rabin, ucciso dal colono estremista Ygal Amir la notte del 4 novembre 1995, Israele abbia smesso di credere e di cercare la pace. E che oggi non voglia neppure una tregua duratura e solida. Forte di una supremazia militare schiacciante e dell’appoggio degli Stati Uniti (con un’Europa ancora troppo silente e talora complice), Israele non intende affatto liberare la Striscia di Gaza. All’obiettivo immediato di portare avanti la distruzione dei tunnel d’attacco scavati da Hamas si somma e si sovrappone, come dicevo poc’anzi, la volontà di mantenere il giogo sulla Palestina, Peraltro le voci critiche all’interno dello Stato ebraico sono sempre più isolate.

Determinante diviene allora il ruolo della comunità internazionale, che con tutti i suoi attori deve spingere per una tregua vera, fermando il lancio di missili di Hamas, che ora sembra porre come unica condizione la rimozione dell’assedio e del blocco di Gaza, e soprattutto imponendo a Israele un immediato arresto dell’aggressione militare e un pieno riconoscimento di uno Stato Palestinese con confini certi e una piena sovranità.

La moral suasion non basta. Occorrono sanzioni efficaci, il boicottaggio commerciale e l’embargo militare verso Israele, chiesto anche da un appello internazionale firmato da un centinaio di premi Nobel, artisti e intellettuali, che finalmente iniziano a farsi sentire. Anche se ancora non basta. In proposito, sottoscrivo le parole di Angelo D’Orsi sul Manifesto del 23 luglio: «Dal ceto intel­let­tuale mi aspetto assai più che l’indignazione, mi aspetto una rivolta morale: tutti, se non in per­fetta mala­fede, oggi sanno quanta verità ci sono nelle parole di Primo Levi: “Quello che non potrò mai per­do­nare ai nazi­sti è di averci fatto diven­tare come loro”.

Quanto biso­gno avremo di sen­tire la sua voce risuo­nare, pacata e ferma, scan­dendo le parole, a voce bassa, ma chia­ris­sima: “La tra­ge­dia è di vedere oggi le vit­time diven­tate car­ne­fici”. E se que­sto era evi­dente a lui negli anni Ottanta del Nove­cento, cosa potrebbe mai dire oggi, davanti a quei corpi stra­ziati di bimbi, alla vita can­cel­lata in tutta la Stri­scia di Gaza, davanti a quelle mace­rie che occu­pano, quar­tiere dopo quar­tiere, iso­lato dopo iso­lato, di ora in ora, lo spa­zio affol­lato di case e persone?».

A tuo giudizio, è ancora percorribile il progetto di due stati per due popoli? E se non fosse possibile, quali trasformazioni è realistico attendersi per il futuro?

Ad oggi è l’unico percorso possibile. Già si era arrivati lì con gli accordi di Oslo, nel 1993. E gli sforzi di Yasser Arafat (il cui ruolo fondamentale all’interno dell’OLP oggi mi pare un poco trascurato), di Yitzahk Rabin e di Shimon Peres (che ha tristemente chiuso in questi giorni il suo mandato presidenziale, passando il testimone al falco del Likud Reuven Rivlin), oltre ad essere premiati con l’assegnazione del premio Nobel per la pace, avevano fatto sperare in una soluzione positiva del conflitto israelo-palesinese.

Ma era solo un’illusione. Troppe le questioni cruciali rimaste fuori dall’accordo: lo statuto di Gerusalemme, il rientro dei profughi palestinesi e dei loro discendenti, il destino delle colonie israeliane, la definizione dei confini e le politiche di sicurezza. Nodi cruciali, destinati a ripresentarsi presto nella loro drammaticità. Come accadde con lo scoppio della seconda Intifada dopo la “passeggiata” di Ariel Sharon alla Spianata delle Moschee.

Nel momento attuale, un pieno riconoscimento dell’esistenza di due Stati per due popoli pare essere l’unica alternativa plausibile al genocidio del popolo palestinese. E anche l’unica via per evitare di rendere totalmente ingestibile la situazione già tragica in tutto il Medio Oriente.

L’intero medio/oriente sembra una polveriera sul punto di esplodere. Quale la tua valutazione? Quale rischio di una guerra dalle proporzioni incalcolabili?

(A questa domanda, Giorgio non ha fornito risposta, perché i temi oggetto dei quesiti sono già contenuti nella restante parte dell’intervista. NdR)

Ritieni adeguato il ruolo svolto dagli USA e dal premio Nobel per la pace, Obama? Quali altri attori potrebbero svolgere un ruolo risolutivo (ONU, Lega Araba, UE, Iran…)? Sarebbe auspicabile l’intervento della comunità internazionale?

BANCerto che sarebbe auspicabile un maggiore intervento della comunità internazionale, lo ribadisco con convinzione. Non si può lasciare la parola alle armi. E tuttavia Israele ancora una volta sembra non fermarsi neppure di fronte alle Nazioni Unite. Lo stesso Segretario generale Ban Ki-Moon si è detto sconcertato per la brutalità dell’azione militare israeliana. Il fedele alleato statunitense pare un poco in imbarazzo. Ma non farà certo venir meno il suo sostegno allo Stato ebraico. Cruciale dunque il ruolo dei mediatori arabi, e in particolare della Turchia, che Hamas ha mostrato di apprezzare (mentre la chiusura del valico di Rafah da parte dell’Egitto è una delle cause che hanno nel tempo animato la rivolta a Gaza).

Questa sarebbe anche un’ottima occasione per l’Unione Europea di far sentire finalmente la propria voce. Ma non sembra un’ipotesi realistica, purtroppo. Ancora si discute su quale debba essere l’Alto rappresentante per la politica estera europea. E francamente la candidatura sostenuta dal governo italiano non pare avere particolare forza.

Credo che sia invece superfluo soffermarsi su quanto sia paradossale e insensata l’attribuzione a Barack Obama del premio Nobel alla pace del 2009  (“per i suoi sforzi straordinari finalizzati a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli”; chissà cosa ne pensano in Palestina?!).

A fronte della situazione drammatica di questi giorni, l’opinione pubblica sembra polarizzare il proprio giudizio a favore dell’una e dell’altra parte. Perché questo accade soprattutto per questa vicenda e non per le altre guerre sanguinose presenti sul pianeta?

E’ vero che la polarizzazione in questo caso è netta. Anche se mi pare altrettanto evidente che il governo israeliano stia smarrendo nell’opinione pubblica mondiale ampi consensi. La strage di civili per fortuna riesce a smuovere ancora le coscienze e a determinare una mobilitazione che spero possa crescere ancora nei prossimi mesi. Va impedito il genocidio di un intero popolo. Ma affinché questa mobilitazione non sia preda di pericolose tentazioni antisemite, dovrebbe essere condotta anzitutto in nome della pace tra i popoli.

Non è facile mantenere la lucidità di fronte al massacro di innocenti a cui stiamo assistendo. E certo non è giusto voltarsi dall’altra parte e far finta di nulla. Ma la pace deve essere il primo obiettivo. E per poterle dare una possibilità, occorre fare uno sforzo enorme affinché il dialogo non cessi e non venga meno la capacità di ascoltare e capire il punto di vista altrui. In entrambe le parti in conflitto ciò ancora accade in qualche caso fortunato.

Penso, per citare solo un esempio, a voci come quella di Gideon Levy che il 20 luglio ha scritto sul quotidiano progressista israeliano «Haaretz» un bellissimo articolo intitolato Fragole o sangue. Ne richiamo qualche passaggio decisivo, che completa il discorso fatto in precedenza su Hamas: «Dopo che abbiamo detto tutto ciò che c’è da dire sul conto di Hamas – che è integralista, che è crudele, che non riconosce Israele, che spara sui civili, che nasconde munizioni dentro le scuole e gli ospedali, che non ha fatto niente per proteggere la popolazione di Gaza – dopo che è stato detto tutto questo, dovremmo fermarci un attimo e ascoltare Hamas.

Potrebbe perfino esserci consentito metterci nei suoi panni e forse addirittura apprezzare l’audacia e la capacità di resistenza di questo nostro acerrimo nemico, in circostanze durissime. Invece Israele preferisce tapparsi le orecchie davanti alle richieste della controparte, anche quando queste richieste sono giuste e corrispondono agli interessi sul lungo periodo di Israele stesso. […]

La settimana scorsa sono state pubblicate, a nome di Hamas e della Jihad islamica, dieci condizioni per un cessate il fuoco che sarebbe durato dieci anni. Possiamo anche dubitare che le richieste arrivassero davvero da quelle due organizzazioni, ma comunque erano una buona base per un accordo. Tra di esse non ce n’era neanche una che fosse priva di fondamento. Hamas e la Jihad islamica chiedono libertà per Gaza. C’è forse una richiesta più comprensibile e lecita? Senza accettarla non c’è modo di mettere fine all’attuale ciclo di uccisioni e di evitarne un altro nel giro di pochi mesi.

CHILDNessuna operazione militare – aerea, terrestre o marittima che sia – fornirà una soluzione. Solo cambiando radicalmente atteggiamento nei confronti di Gaza si potrà garantire ciò che tutti vogliono, cioè la tranquillità. Leggete l’elenco delle richieste e giudicate onestamente se tra di loro ce ne sia anche una sola ingiusta: ritiro dell’esercito israeliano e autorizzazione dei coltivatori a lavorare le loro terre fino al muro di sicurezza; scarcerazione di tutti i prigionieri rilasciati in cambio della liberazione di Gilad Shalit e poi arrestati; fine dell’assedio e apertura dei valichi; apertura di un porto e di un aeroporto sotto gestione Onu; ampliamento della zona di pesca; supervisione internazionale del valico di Rafah; impegno da parte di Israele a mantenere un cessate il fuoco decennale e chiusura dello spazio aereo di Gaza ai velivoli israeliani; concessione ai residenti di Gaza di permessi per visitare Gerusalemme e pregare nella moschea Al Aqsa; impegno da parte di Israele a non interferire con le decisioni politiche interne dei palestinesi, vedi la creazione di un governo di unità nazionale; infine, apertura della zona industriale di Gaza.

Queste sono condizioni civili, i mezzi per realizzarle sono militari, violenti e criminali. Ma la verità (amara) è che tutti se ne fregano di Gaza quando non spara missili contro Israele. Guardate la sorte toccata a quel dirigente palestinese che ne aveva abbastanza delle violenze, Abu Mazen: Israele ha fatto tutto quanto in suo potere per distruggerlo. E qual è la triste conclusione? “Funziona solo la forza”. La guerra in atto è una guerra per scelta e la scelta l’abbiamo fatta noi israeliani».

Comprendere le ragioni dell’altro. Qualcuno ancora riesce a farlo. Ed è a costoro che affidiamo la nostra speranza di pace. Detto questo, non c’è pace senza giustizia, e la giustizia impone sempre di stare dalla parte degli oppressi contro gli oppressori. In questa vicenda, è del tutto evidente che gli oppressi sono i Palestinesi. e non si può essere equidistanti. Il silenzio e la neutralità diventano una pericolosa forma di complicità.

Da ultimo: sarà possibile, nei prossimi anni una convivenza accettabile, se non una comprensione reciproca, tra Occidente (di cui Israele si sente parte) e l’Islam (al quale si ascrive la stragrande maggioranza del popolo palestinese e arabo)?

La domanda è particolarmente complessa e richiede un ragionamento articolato. Io penso che la crisi delle forme tradizionali dell’agire politico, del mondo pro­duttivo, del legame sociale, apra oggi una questione deci­siva, ossia la definizione o ridefinizione sempre più problema­tica delle identità individuali e collettive.

La complessità globale mi pare che dia luogo a due tendenze antitetiche. Da un lato, è in atto una crescente omologazione culturale e una condivisione forzata di stili di vita e di consumo, imposti dal dominio commerciale, militare e ideologico dell’Occidente. Un mondo a una dimensione, che pare schiacciare ogni credibile alternativa. Dall’altro lato, però, si rafforza anche la tendenza a rivendi­care identità esclusive (ed escludenti), spesso costruite in modo strumentale per sostenere un atteggiamento di chiusura e di dif­fidenza verso tutto ciò che è altro, diverso, nuovo. Un improbabile radicamento a luoghi, tradizioni, culti, ideologie, che risponde all’esigenza di contenere la sensazione di minaccia e disorienta­mento, riducendo arbitrariamente gli ele­menti di complessità. Ma si tratta con tutta evidenza di una risposta artefatta, inefficace, deludente. Le identità non si improvvisano e non possono eludere il con­fronto con le questioni poste dall’innovazione tecnologica e dai radi­cali mutamenti in atto.

Una reazione più adeguata di fronte alla crescente incertezza consiste semmai nell’aprirsi all’altro, nel depotenziare le proprie rivendicazioni identitarie, riconoscendone la parzialità, la pluralità e la mutevolezza, senza paura del confronto culturale, ma con l’obiettivo di ampliare i luoghi e gli spazi di dialogo, e la capacità di riconoscere la ric­chezza della differenza, di elaborare nuove forme di condivisione e nuovi e più articolati valori di riferimento. Una difesa del meticciato, dell’ibridazione, che diviene ancora più importante in tempi di chiusure culturali e di mu­scolari esaltazioni del dogma, pesantemente gravati, soprattutto dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 a Manhattan, da ossessioni paranoiche, da un persistente senso di minac­cia, da manie di persecuzione diffuse su scala mondiale e da un egorife­rimento ipertrofico degli opposti fondamentalismi.

La convivenza non solo tra Occidente e Islam, ma tra tutti gli uomini e tutte le culture può avere una possibilità se si comprende finalmente che non ci sono verità assolute da difendere o, peggio, da esportare con le armi in pugno, ma solo il bisogno di costruire un nuovo pensiero critico e aperto, vie originali da scoprire e per­correre, spazi di discussione e condivisione da moltiplicare quanto più possibile.

MANIContro la logica della purezza, la retorica dei Noi contrapposti a Loro, contro steccati e barriere, ostilità, pregiudizi e chiusure, si dovrebbe alfine comprendere che un’identità che si chiude e si arrocca su se stessa è inutile e per­dente e che la risposta giusta al disordine globale la può dare solo un’identità che si apre all’altro, che riconosce in sé l’alterità come elemento coessenziale, che respinge le retoriche dello scontro di civiltà e il monologo dell’Occidente, e ricerca semmai un universalismo non discriminante, una polifonia capace di coniugare le diversità, più che di aggregare ciò che è già omogeneo, e di connettere sensibilità culturali, opzioni politiche e interessi materiali diversi. Promuovere con coraggio e coerenza questa apertura, e contemporaneamente lottare per contenere e ridurre le oscene disuguaglianze globali, è la sfida che pone la nostra epoca, almeno se si vuole dare una possibilità concreta alla pace.

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