Camere con (s)vista

Dario Fornaro

camcomL’ansia governativa in tema di “Semplificazione & Risparmio” ha recentemente posto nel mirino anche il mondo delle Camere di Commercio, con ciò raccogliendo un discreto quanto generico consenso antiburocratico. Che serviranno mai, al giorno d’oggi, queste nobili, compassate e ben in carne istituzioni che riscuotono tributi certi e consistenti, dalle aziende, a fronte: a) di servizi non meglio noti oltre la cerchia (le aziende stesse) dei principali fruitori, nonché : b) di una “promozione”, consistente come risorse impiegate, ma non facilmente tangibile o esplicitata per destinazioni, delle economie locali? Anche per loro, dunque, una cura di “razionalizzazione” nel senso di sfrondare, contenere, concentrare.

L’approccio normativo (DL 24.6.14 – art. 28)  è stato discretamente brutale: taglio del 50% del “diritto annuale” corrisposto dalle aziende; con quasi dimezzamento delle entrate correnti delle 105 Camere di Commercio che “coprono” il territorio nazionale, in pratica una per provincia. Giacché le entrate complessive del sistema camerale coprono per metà, all’incirca, i cosi dei servizi istituzionali (alle aziende e alla PA) e per metà i costi  dell’attività promozionale dell’economia locale, il primo effetto eclatante – e la previsione del DL superasse la conversione in legge –  sarebbe quello di azzerare, a un dipresso, la componente  “promozione degli interessi generali delle impese e delle economie locali” che costituisce il prevalente titolo di prestigio e di pubblico gradimento di tali Enti. Il secondo effetto andrebbe a colpire le spese di gestione interna delle Camere (e delle loro Aziende Speciali) che hanno bilanci sotto la linea di galleggiamento entrate-uscite, con eventuali riflessi occupazionali.

Ovvio che l’entrata politica a gamba tesa non sia stata molto apprezzata dalle Camere (Organi di vertice e di Struttura, messi alla frusta) e dai diversi “fruitori” a vario titolo- delle “attività promozionali”, usi a contare sull’apprezzamento, disponibilità, e soprattutto contributi camerali, per una nutrita serie di iniziative, grandi e piccole, a ricaduta allargata. E le reazioni non  si sono fatte attendere. A fronte di un moderato sollievo  delle aziende maggiormente incise dal “diritto” (circa 3000 con oltre 5000 euro-anno, con punte oltre i 40.000, ma in media dei 2,7 milioni di aziende contribuenti fanno 97 euro), il mondo camerale ha accusato un mezzo colpo da “ko” con seguito di proteste e di prime controproposte: a) intervento troppo drastico, paziente a rischio;  b) comprendiamo/condividiamo certe necessità di riforma, ma dateci del tempo (almeno tre anni) e ragioniamo. In effetti l’ipotesi di infilarsi, con la questione Camere di Commercio, in un’altra delle affannose “reformatio in peius”, che non mancano nel nostro palmares politico-amministrativo, non è peregrina. Come non è escluso che l’attuale “intervento” sulle Camere sia anche collegato (nel senso di raffreddare i bollori?) al precedente riassetto, democratico e allargato (L.580/93) dei vertici di tali Enti (Consigli e Giunte).

Come che sia, Unioncamere Piemonte ha anticipato tutti proponendo un drastico accorpamento delle 8 Camere provinciali in tre soli blocchi (Centro-sud; Centro-nord; Torino). Con ciò dando sufficiente ragione al rude input semplificatorio, ma rimanendo nel vago sotto il profilo organizzativo concreto. Il dibattito proseguirà serrato e selezionerà verosimilmente una posizione di compromesso rispetto alla prima indicazione governativa, che, tra l’altro, lascia trasparire una conoscenza approssimativa delle incombenze di base, istituzionali, delle Camere e una sottostima della qualità media delle relative burocrazie, applicate a servizi tecnici magari non popolarissimi (vedi Registro Imprese) ma di collaudata efficacia.

Personalmente auspico (deformazione professionale?) un “compromesso riformista”, onde: oggi con le Camere di Commercio, ieri con le Province, ierlaltro con Prefetture, Comprensori, articolazioni ministeriali decentrate e altre varie “semplificazioni”, non si vada a perdere, con sovrana indifferenza, la struttura di base della conoscenza puntuale, socio-economica e statistica, del territorio nazionale nelle sue aggregazioni ultracomunali. Prestamente sostituita, tale conoscenza, dalle “intuizioni” dei vari esponenti politici locali, maturate sulla fresche cronache di stampa, nonché dalle saltuarie incursioni di prestigiosi Centri di Ricerca che alla fin fine, e a caro prezzo, lavorano su quello che c’è, sui dati che l’attenta routine periferica mette a disposizione. Le Camere di Commercio erano, e in gran parte sono, una colonna portante di tale conoscenza capillare.

In definitiva, semplificare e risparmiare è un conto, di certo un buon conto; affidarsi tuttavia, per ragioni di quattrini (o di supponenza?), alla “navigazione a vista” è un’opzione che, a scadenza, si potrebbe pagare cara in termini di anonimato geo-economico, proprio nel momento in cui tutti inneggiano alla singolarità dei territori.

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