Perso il mondiale, vinciamo in Europa?

Carlo Baviera

itaMi scuso se riporto indietro di qualche settimana l’orologio degli eventi, ma mi premeva presente un parallelo tra calcio e politica.

A casa dopo le prime tre partite del proprio girone. L’Italia ha dato, ancora una volta, dimostrazione della sua pochezza pallonara. Non abbiamo gioco, non abbiamo grandi talenti, a parte i Senatori già campioni del mondo nel 2006 ma insufficienti per tenere insieme il tutto, non abbiamo il leader che risolve le partite con un paio di giocate, non abbiamo chi corre, non abbiamo il bomber o almeno il bomber non ha sfondato; e sentite le critiche non abbiamo avuto neanche una squadra coesa. A volte conta di più il gruppo che l’abilità individuale di pochi.

E anche il selezionatore/commissario tecnico ha dimostrato limiti nel non saper gestire il gruppo e con alcuni cambi sbagliati. Possiamo lamentare sbagli arbitrali? Un paio sì, ma il merito della sconfitta è tutta nostra. Abbiamo ampiamente meritato la sconfitta e il ritorno in Patria.

Ora il mondo del calcio, anche grazie alle dimissioni sia del commissario tecnico, che soprattutto del “sempre con qualche incarico federale” Presidente della Federazione calcio, dovrà ripensarsi, reinventare una serie di cose e ripartire pensando più al gioco, allo spettacolo, ai protagonisti e ai tifosi, che non ai diritti televisivi, agli interessi economici, agli intrighi di Palazzo.

Anche nel calcio servirebbe una salutare incisiva rottamazione, lasciando a chi il calcio lo conosce e ce l’ha nel sangue e nella propria vita il compito di indicare la rotta per il futuro.

Se è andata male nel calcio, a mio parere abbiamo recuperato posizioni nella “politica” continentale. Esageruma nen, direbbe qualcuno. Non esaltiamoci per una mezza giornata di maggiore visibilità mediatica; le cose importanti sono altre. Però non abbattiamoci continuamente.

Perché penso che in Europa abbiamo guadagnato punti? Ho assistito a buona parte del collegamento televisivo con cui si trasmetteva il dibattito al Parlamento Europeo circa le dichiarazioni di Renzi per il semestre di guida italiana della UE.

Gli italiani, per certi versi mi sono sembrati dei giganti, rispetto ad altri. Non voglio criticare, né mettere in secondo piano considerazioni anche opportune venute dai rappresentanti di altri Paesi; ma a me è sembrato, pur se da posizioni diverse e opposte, che il contributo italiano l’abbia fatta da padrone. Ha dato l’idea che, anche chi contesta questa Europa in fondo ad un’Europa con un’anima, che affermi valori, e dia dignità alle comunità e alle attività lavorative creda molto di più di coloro che vedono nel Super Stato solo burocrazia, standard, regole.

Lasciamo da parte l’abbandono del suo scranno da parte del Presidente del Parlamento Schulz, subito dopo il discorso del nostro Presidente del Consiglio, con la conseguente assunzione della Presidenza da parte del Vice Presidente vicario l’italiano Tajani, e a parte l’uscita dall’aula dopo aver parlato a nome dell’Unione del Presidente della Commissione Barroso, uscite forse dovute ad altri impegni impellenti, ma che possono indicare mancanza di rispetto non solo per il semestre italiano ma anche per il Parlamento stesso, mi pare che siano stati soprattutto gli italiani a dare risalto e significato alla seduta, trasmessa in TV, e a “riempire” di idee e suggerimenti il Parlamento Europeo.

Per primo Renzi. Ha indicato la grande sfida odierna del nostro continente che è ritrovare l’orgoglio, il senso profondo dello stare insieme, un’identità forte, profonda. Ha parlato della crescita senza la quale l’Europa non ha futuro. Ha dato un respiro culturale, ricordando che l’Europa non deve essere solo un’espressione geografica ma un’espressione dell’anima, deve rappresentare la civilizzazione della globalizzazione. E’ stato, quello di Renzi, un discorso autorevole, appassionato, ambizioso, concreto, come lo ha definito il Presidente del Gruppo dei Socialisti e Democratici Europei Gianni Pittella. Il quale ha sottolineato che bisogna “ridare un’anima all’Europa, anche sul versante delle politiche migratorie, e per puntare sulla crescita e non solo sulla stabilità” affrontando anche la questione lavoro e del salario dignitoso (non sfasciare i conti è importante, ma più importante è non sfasciare le persone; non c’è libertà se non si è liberi dal bisogno) e quella dei flussi migratori.

E anche altri italiani, di gruppi diversi da quello di Renzi, hanno sottolineato questioni non marginali. Salvini (LN) accusando che “Ci occupiamo dei poveri di tutto il mondo ma non di quelli di casa nostra”: non si è sentita una parola sui Marò, nulla sui 150 imprenditori italiani che si sono suicidati per la crisi economica l’anno scorso, nulla sui pensionati massacrati in Italia e in Europa perché lo chiede l’Europa, nulla per quegli agricoltori e per i pescatori distrutti dai regolamenti europei decisi a tavolino da qualcuno che non ha mai visto un pesce o un’ albicocca e che decide come si va a pescare o come si fa  agricoltura. Non una parola sulle banche! Barbara Spinelli (GUE) che ha chiesto “l’applicazione di una seria politica per la fine dell’austerità e la creazione di nuovi posti di lavoro in un’economia ecosostenibile” e ha inoltre  sottolineato che “È urgente una politica culturale capace di arginare il razzismo e la xenofobia che si estendono in Europa”.

Morale: gli italiani hanno saputo dare, pur con opposte ricette, un disegno, un’anima, un volto all’Europa di domani. Hanno fatto intuire aspetti concreti per passare dal sogno dei Padri alla realizzazione che oggi deve prendere corpo. Unica nota stonata il solito Borghezio: i cartellini gialli e le espulsioni si possono meritare anche in politica; e in questo caso è toccato ancora al leghista.

Per me, che ascoltavo, l’Italia ha vinto comunque senza supplementari e rigori. Ora speriamo nei turni successivi, perché il semestre lo si giudica alla fine. Ed è alla fine che si vedrà la svolta che si sarà stati capaci di dare all’Europa, alla nuova Europa. Se avremo imposto il nostro gioco e questo sarà copiato e utilizzato anche da altre formazioni. E questo anche se lor signori non accetteranno l’indicazione del Governo sul nome di chi dovrà assumere l’incarico di Mr. (o Mrs.) PESC.

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