E tu, quale terreno sei?

Andrea Zoanni

terDi ritorno dalla messa domenicale, dopo una cenetta a base di polenta, schiz e pastin, visto il tempo rinfrescato, spendo un’oretta o poco più per incrociare tre riflessioni, tra un pomeriggio col PD, una messa sbagliata e le notizie del TG svizzero, non certo quello nazionale.

Prima riflessione.

Giovedì pomeriggio, uscendo dall’Università, convenivo con un caro amico e collega di lavoro su alcune riflessioni scritte e sintetizzate nel “Quando l’arbitro sbaglia due volte, atteggiamento purtroppo che ritorna anche nelle piccole questioni che tutti i giorni si verificano tra persone comuni.
Ma l’oggetto erano le azioni militari che avevano causato, alla scorsa settimana, la morte di circa 200 palestinesi e di uno o due israeliani. E gli dicevo, in premessa, che d’ora in avanti avrei evitato di postare qualsiasi cosa su Facebook, fin quando non avessi trovato qualcuno che potesse esprimere qualche ragionamento super partes condito anche, ma non necessariamente, da un poco di pietas e misericordia cristiana.
Perché veramente girano cose assurde, sia come intenzioni, sia come giustificazioni degli eventi, dall’una e dall’altra parte. Forse l’unico commento complessivamente potabile è quello che riporta il settimanale “l’Espresso” di questa settimana. Il resto è prevalentemente uno sparare pensieri deboli, uno sfogatoio, un divertimento ozioso, con la pancia piena e il sedere incollato alla sedia.
Per esempio (ne cito uno solo) chi ha parlato dei tre ragazzi israeliani uccisi non ha parlato del palestinese bruciato vivo e viceversa, salvo eccezioni. Non mi piace tale atteggiamento, preferisco considerare allo stesso modo ogni morte che prenda quattro ragazzi inermi.

Una di queste assurdità trovate fu la rabbia per una guerra con forze diseguali al punto di affermare che bisognerebbe bombardare Gerusalemme per pareggiare i conti. Follia pura, immaginando cosa sarebbe successo alla vita di migliaia di persone se non ci fosse stato un sistema difensivo adeguato a ciò. Questo perché, riprendendo il concetto, l’arbitro avrebbe sbagliato due volte, prima da una parte, poi dall’altra.
Nello stesso tempo, dissi che però l’arbitro avrebbe dovuto evitare di sbagliare allo stesso modo, nel senso che sarebbe stato folle anche raddoppiare i morti da una parte sola, cosa che purtroppo si è avverata, per la quale quasi non oso vedere l’aggiornamento delle notizie provenienti da laggiù.
Allora mi venne in mente il don, a cui ero simpatico perché comprendeva il mio innocente stupore di chi, cresciuto e formato in uno schema storico nel quale “la Palestina non esiste e gli israeliani cercano solo di difendersi” (ossimoro peraltro già evidente da sé) coi suoi occhi semplici e curiosi era stato catapultato quasi casualmente in una realtà fatta di campi profughi, di un medico ogni 60.000 abitanti di media, in assenza di fognature, con i rifiuti in strada causa divieto di costruire inceneritori, usufruendo di acqua e luce solo per qualche ora al giorno, con alti i muri che dividono, con palestinesi in coda ore ed ore per passare il punto di controllo, con i bambini scortati dalle ONG per non essere bastonati dai coloni. E potrei continuare nel descrivere situazioni che molti negano esistano.

Ma a parte questa reminiscenza indelebile vista non a Gaza ma a Betlemme (periferia di Gerusalemme, dove nacque Gesù) torniamo appunto lì, a Gaza e al don. Perché lui mi disse come la guerra fosse imminente. Per esattezza di informazione, mi parlò più che altro di una terza intifada, cosa diversa ma, pensando a Gaza, il pensiero del don fu che il più grande ghetto mai esistito al mondo prima o poi sarebbe esploso.
Questo timore fu anche nella parole di Padre Mario, sempre a Betlemme, nella comunità dove vengono accolti e curati bimbi informi, senza meta né futuro (non so se ricordate nella mia lettera la visone di Gesù Bambino “incarnato” in quei corpi da amare.)
In effetti, la storia insegna che furono gli israeliani a confinare i palestinesi in quel pezzo di deserto, richiudendoli per sempre. Come anche il fatto che uno Stato nato da una risoluzione dell’ONU non ha più rispettato alcuna risoluzione dell’ONU (decine e decine) che gli intimavano di non andare oltre. QUANDO SI PERDE IL SENSO DELLA MISURA! Perché mi sembra esista un diritto internazionale che ti impone di smettere. Infatti Israele sta dal 1967 dove non dovrebbe stare, ma nessuno fa nulla. E continua ad espandersi.

Riprendo un paragone, sarebbe come se qualcuno venisse a casa vostra e senza bussare entrasse e vi dicesse che da ora in poi voi dovreste vivere nel posto peggiore di casa e da lì non vi dovreste più muovere. Cosa fareste? Porgereste l’altra guancia? Io assolutamente no, mi ribellerei pesantemente.
Badate bene, non sto parlando di territori ante 1967 né voglio ripercorrere episodi avvenuti prima di quella data, per cui la mia è una posizione rispettosa degli accordi internazionali, perché oggi esiste lo Stato di Israele come oggi esiste lo Stato di Palestina: io sto parlando del dopo. Ed è per questo che non credo oggi possibile la soluzione “due stati”, non ne esistono per me le condizioni, perché Israele nel tempo le ha di fatto cancellate.
Anche di questa impossibilità scrissi nella mia lettera di ritorno dalla Terrasanta, ma un sionista dal nome in codice “stella gialla” mi criticò. Meno male, mi sarei preoccupato del contrario. Peccato non si sia accorto che termina con un appello accorato ad essere costruttori di pace. Ma ne vedo pochi, se non a senso unico, dunque non proponibili perché non credibili.
Si gioca a rimpallarsi le colpe, chi dice ai palestinesi di liberarsi di Hamas smettendola di sparare missili su Israele, non dice ad Israele di abbandonare terre occupate militarmente da mezzo secolo, in barba ad ogni risoluzione dell’ONU. Aborro questo essere di parte quando volutamente si nega un pezzo di logica del compromesso. Una pace sbagliata porta prima o poi ad una nuova guerra. Pensate alle diverse soluzioni adottate alla fine della prima e della seconda guerra mondiale e alle opposte conseguenze successivamente scaturite. Se convenite, non potete volere una pace a senso unico.

Tornando a domenica sera, il quotidiano liberale HAARETZ (Israeliano doc) ed alcuni capi ortodossi (quelli neri col cappello e la barba lunga, per intenderci) hanno deplorato l’ennesimo comportamento spropositato del governo di Israele e si sono chiesti dove, di questo passo, si vada a finire. Nello stesso tempo, ho intercettato una notizia riportante i capi di Hamas che si divertono e se la spassano, con tanto di fotografia.
Io veramente non so se quella foto sia vera, cioè se siano loro, ma la cosa non è per me importante. Non so nemmeno se vivono davvero così oppure sono dei tipi alla Bin Laden o Pasdaran del genere.
Mi domando solo, vista la completezza dell’articolo propugnato, con tanto di nomi e luoghi ben precisi ove se la spassano: ma cosa serve bombardare Gaza “chirurgicamente a tappeto” (altro ossimoro vergognoso che la dice lunga) quando questi capi di Hamas, secondo quella notizia, non vivono lì? Perché il quasi infallibile Mossad non li va a prendere dove sanno sono? E se qualcuno di loro dovesse vivere a Gaza, è giustificabile il massacro di un popolo intero? Perché non bombardiamo Calabria, Sicilia e Campania, così ‘ndrangheta, mafia e camorra saranno estirpate! Ma per favore, non raccontatemi che Cristo è morto di freddo.
Io credo che quell’articolo abbia molte probabilità di essere vero e mi stupirei del contrario, sono i signori della guerra, ma non è questa la soluzione. Da un siffatto spargimento di sangue non uscirà mai alcuna pace duratura, quando gli errori si ripetono nel tempo e dal tempo non si impara significa che si vuole andare avanti così e non cambiare. La soluzione è quella di tornare ai confini del 1967, che anch’io condividevo? Mi si convinca Israele!

Ecco, il don ritorna, forse è davvero l’ennesimo e drammatico episodio dove la povera gente paga per tutti, anche un rinnovo dell’armamento militare, perché altrimenti se ogni tanto non si spara l’industria bellica si ferma. Se poi, come il don ha sempre affermato, avendo vissuto più volte in prima persona a differenza di tanti ciarlatani che lo insultavano, per un israeliano la vita di un palestinese non vale nulla in quanto il palestinese non esiste, abbiamo fatto bingo…
Un’ultima cosa su questo argomento, chiedendo per favore di non farmi la contabilità delle guerre più sanguinose. Se lo si pensa alla maniera dei miei amici di MSF che denunciano le guerre e le pestilenze dimenticate, che non fanno notizia perché non centrali per il mondo evoluto, da qualunque angolazione si guardi, è un conto. Ma se come certi imbecilli di Facebook serve a dire che possono starci altri morti, allora non ci sto. A questi auguro cristianamente una macina intorno al collo del proprio figlio più caro, così capiranno che un morto vale come tutti i morti.

Hamas è follia e persegue qualcosa di ignobile. Ma un proverbio dice: è più matto il matto o chi lo segue? Ed il mio cruccio non sta nell’impotenza di tentare di risolvere probabilmente qualcosa di irrisolvibile, ma nel dispiacere di non vedere praticato l’unico comportamento per noi possibile, ovvero essere dispensatori di buone parole. Per favore, non siate arbitri che sbagliano due volte.
Perché vince la guerra? Perché Hamas, in crisi di consenso, ha logica di martirio e per riaccreditarsi cerca lo scontro con un nemico che vuole distruggere, ma con il quale sa che può solo perdere. Perché Netanyahu, anche per la sua storia personale e non solo per le condizioni odierne interne, vuole solo lo status quo, costi quel che costi, boicottando ogni accordo possibile. Perché i piani sono gli stessi da oltre 20 anni per spartirsi un territorio grande quanto la Toscana. Perché così come stanno le cose non ci si fiderà mai dell’altro reciprocamente. Perché ci vorrebbero arbitri credibili e leader coraggiosi da entrambe le parti.
Israele chiede sicurezza, è un loro diritto sacrosanto. I palestinesi vogliono uno Stato dopo 47 anni di occupazione, diritto altrettanto sacrosanto. Ciò che sta avvenendo allontana qualsiasi possibilità.

Seconda riflessione.

Alle innumerevoli feste del PD, ricorrenti vox populi confermano che Renzi non voglia Letta in Europa, la quale non può andare oltre proponendone il nome, in quanto ogni Stato presenta i suoi politici.
Messa così, se fosse vero quanto raccolto, è stata data fiducia ad una persona con evidenti limiti comportamentali. Io sono sempre più contento di non averlo fatto. Che non significa gufare contro, nella stupidità di veder fallire un Paese moribondo. Significa che invece di irridere le istituzioni europee dicendo “la prossima volta mandate un sms” si dovrebbero ricucire gli strappi essendo noi i responsabili fino a fine anno di ciò che succede a Bruxelles e Strasburgo.
L’Italia in Europa si sta giocando il semestre europeo, il rinvio delle nomine consente un immobilismo per noi deleterio. Potrei comprenderlo se invece di incarichi simbolici stessimo trattando su incarichi pesanti come la presidenza del Consiglio Europeo, il ruolo più importante nelle diverse incombenze continentali. Invece la mancanza di strategia alternativa, per dirla da sindacalista, per ora ci ha messo sul secondo tavolo. Chiamiamola inesperienza.
Ho l’impressione che Renzi sia già stato misurato, soprattutto dai tedeschi. Del resto, spendersi per un ruolo che esiste sulla carta (commissario agli esteri) è insignificante. Ma secondo voi la Mogherini parlerebbe in nome e per conto di chi? Dei paesi del nord, di quelli dell’est, del mediterraneo?

A proposito, un sondaggio di Pagnoncelli dice che 3 italiani su 4 (il 73%) preferirebbe un senato elettivo. Fate voi se, in apprezzamento all’articolo del senatore Borioli, non sono stato veggente. Certo che non lo sono, quando ci azzecco è perché mi informo e cerco di interpretare.
Qui emergono atteggiamenti fanciulleschi da primi della classe del tipo “o si fa come dico io o salta il tavolo”. Infatti stanno cambiando moltissime cose per merito di altri, anche se c’è ancora molto da fare. Invece, dal cerchio magico renziano trapela un “non ci si ferma davanti a nulla”, ripagato da chi risponde con un “metteremo sassi sui binari”. Tanti auguri.
A proposito, ora possiamo andare con le minorenni? Ed il prossimo assolto sarà Verdini?

Terza riflessione.

Perché ho detto messa sbagliata? Perché mi piace portare a casa qualcosa. C’era invece un prete ciellino e la parabola della zizzania è stata tradotta in “smettetela di fare chiacchiericci”. Fine della riflessione evangelica. Peccato, perché non son riuscito andare dai miei francescani e da Padre Andrea. Avrebbe esplicitato bei pensieri, suggerito possibili comportamenti o soluzioni per vivere e fare bene.
Onestamente mi viene voglia in diretta chiedere se sia meglio strapparla d’istinto la zizzania, sradicando anche il grano, oppure lasciare che cresca e solo dopo reciderla separatamente e bruciarla, riponendo poi il grano nel granaio. E’ una parabola con la quale avrei potuto concludere la prima riflessione.

La settimana prima sono invece riuscito ad andare in Fraternità Francescana a Cermenate. Il Vangelo riportava la parabola del seminatore. A parte che, rileggendola, guarda caso mi ricompare di nuovo il don quando diceva di un “popolo dalla dura cervice”. Infatti, in questa parabola sta scritto “…il cuore di questo popolo si è indurito, sono diventati duri gli orecchi e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con occhi e non sentire con orecchi, non intendere con il cuore…”
E’ una parabola straordinaria, difficile da comprendere se non la si ascolta anche con il cuore. Una parabola come sempre per tutti, anche per i non credenti (direbbe Martini) purché, dico io, non la si banalizzi con bassezze umane ignoranti e presuntuose, che a volte sento dire e che irridono credenze differenti dalle loro. Pensieri anche laici, ma non per questo meno assolutistici di quelli religiosi, anche perché a volte nati contro le religioni stesse.
Cosa disse Padre Andrea, rivolgendosi con semplicità a gente semplice come son io, indaffarato nel mondo odierno farraginoso? Più o meno così.

“La parabola odierna evidenzia quanto sia importante il terreno su cui semina il contadino, perché ogni seme preferisce una determinata composizione di terreno. Non basta dunque avere buoni semi, serve anche il terreno adatto affinché il seme possa germogliare.
Su internet circolano alcuni giochi bizzarri ma simpatici che ti chiedono, per esempio, quale animale sei, o quale cane sei, oppure che colore sei, di che città sei, oppure altre cose del genere. Poi tu rispondi ad alcune domande, alle volte poco comprensibili e sulla base di ciò ti viene data la soluzione.
Vorrei suggerirvi un’aggiunta a questo gioco. Domandiamoci che terreno siamo e quale seme può essere seminato e ben germogliare in noi. Se siamo il terreno della gioia o della tristezza, dell’aiuto o del menefreghismo, dell’amore o dell’odio, della riconciliazione o della divisione, e via discorrendo. Proviamo giocare così, senza timore. Facciamolo la sera, dopo una lunga e faticosa giornata, oppure al mattino, come proponimento. Domandiamoci se siamo predisposti ad infondere tristezza o gioia, menefreghismo od aiuto, odio o amore, divisione o riconciliazione.
In questo modo, ognuno di noi, è libero di scegliere. Perché questo, a differenza degli altri, è un gioco importante.”

****************
Il cuore di questo lungo articolo sta in questa ultima parte, ove ognuno di noi sa di poter essere protagonista in tante piccoli gesti dai quali possono scaturire grandi intuizioni. Le altre due parti vengono dopo e, volutamente, le ho messe in questo ordine.
Perché la seconda parte è quella nella quale noi tutti al massimo decidiamo qualcosa al momento dell’urna, fino a che ci consentiranno di votare. I pavidi si fanno nominare.
Perché la prima parte è quella dove proprio nulla possiamo fare, se non seminare buone parole e sforzarci di non emulare all’opposto atteggiamenti che non condividiamo.
So che essere imparziali è quasi impossibile, ma proprio perché nulla ci costa, credo sia importante fare in questo modo.
Chi sta da una parte non si fa arbitro autorevole, non semina grano ma zizzania, in un terreno arido e poco ospitale.
Questo il senso che affido.

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