Quando un arbitro sbaglia due volte

Andrea Zoanni

WAR“I morti non fanno figli.” Era la risposta di Giovanni Falcone a chi gli chiedeva della scelta di non averne. “E – aggiungeva – non posso correre il rischio che muoiano per causa mia, un padre non deve sopravvivere ai figli.” Concetti forti, che non lasciano campo a ripensamenti.

Ricordo queste parole, catturate in un documentario dedicato al grandissimo magistrato e le collego ai morti ammazzati nelle guerre e nei disordini di diversa natura di ieri, di oggi e di domani. Credo che se hai il morto in casa la guerra l’hai persa comunque e non c’è modo di rivincerla in alcun caso, tanto meno se il prezzo di una presunta vittoria è il sangue di un figlio.

Solo che noi non impariamo, siamo ancora fermi per interesse alla legge del taglione, vogliamo provocare agli altri la stessa o maggiore sofferenza che ci è stata inflitta. Occhio per occhio, dente per dente, figlio per figlio.

Ci vuole una forza d’animo inimmaginabile per sopportare una offesa senza possibilità di ritorno. Il carattere umano non può non odiare, ma se ad offesa si aggiunge offesa non si finisce più. L’odio è così incancellabile finanche a superare l’amore per i propri figli? Vendicarli non li riporta in vita! In questo modo si pareggiano i conti o invece si aggiunge errore ad errore, come l’arbitro che ripara una svista con un’altra svista?

Ed usando sempre una parafrasi calcistica, perché si va sempre ai tempi supplementari? Ma quanto durano questi supplementari se di norma le poche regole che ci sono e le loro applicazioni non vengono rispettate e non c’è un arbitro autorevole che fischi prima la fine sospendendo la partita? Se il campo da gioco è quei sempre viziato in origine? Quanti figli dovranno ancora morire prima di proclamare un presunto vincitore!

Cito solo un esempio. Le conseguenze del primo conflitto mondiale, le condizioni stabilite nella pace di Versailles del 1919, il nuovo ordine geopolitico, la colpevolizzazione dei vinti e le enormi riparazioni pretese dai vincitori furono premessa per il secondo suicidio di massa europeo, ancora più mortale e distruttivo del primo, anche se detesto queste macabre statistiche.

La storia si ripete e ci sono oggi, in noi e vicino a noi antichi rigurgiti, evidenti avvisaglie politiche, economiche e sociali, letture retoriche e parziali, egoismi e nazionalismi che non generano alcun impegno serio e credibile. Anche perché il tempo purtroppo rimargina ma non guarisce, soprattutto se si sbagliano interventi chirurgici e successive cure che lasciano ferite aperte e putride. La guerra è sempre un esercizio collettivo, mai del singolo.

Non lo possiamo pretendere dai terroristi e dai signori della guerra seminatori di morte, ma dai governanti sì, anche da quelli che non fanno niente per risolvere i conflitti (molti ce ne sono): avere un animo che sappia vedere e comprendere il dolore degli altri.

Una giusta misura, un equilibrio da raggiungere e da mantenere tra una giustizia cercata sacrificando i propri figli e una superbia che ci fa pensare di avere ragione senza esserne degni. Accompagnando il tutto da un diritto divino artefatto e inesistente che vuole la morte del prossimo.

Perché insieme ai figli non seppellire anche la vendetta? Chi riuscirà potrà dirsi vincitore, anche se la guerra l’avrà persa comunque. Questo è il monito vero e purtroppo poco evidenziato di Redipuglia, dei cimiteri di guerra, dei luoghi degli eccidi e degli stermini nel mondo. Luoghi la cui memoria e intelligenza dovrebbe impedire all’uomo ragionevole il ripetersi degli eventi accaduti. L’uomo non fa tesoro del passato perché fondamentalmente è irragionevole e non se ne vuole liberare, preferisce fare così. E’ meglio essere amici del lupo che dell’agnello.

Risuona l’insegnamento del Cardinal Martini da Gerusalemme: “Pace come pienezza di riconciliazione”, che a mio modo di intendere significa faticoso dialogo con l’altro, accettando che oltre la propria verità, magari assoluta ve ne sia un’altra, contraria e altrettanto per gli altri magari assoluta, dalle quali però scaturisca un effettivo cambiamento del proprio modo di vedere il mondo.

Ascoltiamolo, pratichiamolo il Cardinale, non solo ricordiamolo. Ma i ben-pensanti tendono a rifuggire queste sue parole, raramente le pronunciano, sono considerate irragionevoli (la guerra no, è ragionevole…) pura utopia, una perdita di tempo. Potrebbe essere, purtroppo, razionalmente parlando.

Ma pensando anche a me stesso, cosa c’è di più irrazionale che definirsi razionale? Assenza di coscienza critica è averla unilaterale, dividere il mondo in buoni e cattivi secondo il proprio comodo è come giocare da bambino a nordisti e sudisti oppure a cowboys e indiani. Quante volte l’ho fatto il gioco dei soldatini e della guerra insieme agli amici d’infanzia.

Rigiocare da adulti diventa però un insopportabile divertimento intriso di sangue che non permette nemmeno la ricerca di un negoziato da cui possa scaturire un compromesso da rispettare. Oppure si cala un alibi, per chi ritiene che la Pace sia un dono di Dio, senza prezzi da pagare né alcunché da dare, ricevendo altro in cambio.

Si può fare una Pace come pienezza di riconciliazione? La domanda è: perché no?Basta volerlo. Dio, ogni “tipo” di Dio, crea e vuole gli uomini tutti uguali. Almeno io penso così, immaginando Dio come qualcosa di buono.

Poi, la “ragione umana”, che tratta le religioni come un semplice pensiero filosofico e le utilizza a proprio uso e consumo, trasforma il logos in arma di distinzione, creando quelle differenze che prima feriscono e poi, una volta degenerate, talvolta possono anche uccidere.

Io la chiamo “miseria umana”. Succede, tutti i giorni, anche a dosi minori; e mia nonna paterna la trasmetteva con un proverbio che tradotto in italiano dal dialetto dice: “la lingua è senza ossa ma fa rompere le ossa.”

C’è però una minoranza, ne sono sicuro, che continuerà a lavorare per la Pace. Sforziamoci di essere così, se fa piacere, se ce la si sente, non è obbligatorio, almeno non ci si metta di traverso. Il fatto di essere minoranza poco importa, anche Mosè lo era, ma salvò il Popolo dai ninnoli d’oro. E con esso il Progetto.

Dedico queste riflessioni forse un poco avide (in senso positivo) a chi le vuole comprendere e a chi no, in memoria del “don”, nella notte della sua agonia di una settimana fa. E’ la seconda e ne seguirà un’altra, ma prima ho bisogno di una immersione francescana.

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