Giornalista per l’evangelizzazione

Agostino Pietrasanta

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Da una settimana don Walter, almeno nella sua presenza fisica, ci ha lasciati: siamo, alla lettera un po’ più soli e non basta la fede, per colmare, umanamente, una straziante sensazione di vuoto. Anche “Appunti Alessandrini” prende atto del passaggio che ne deriva e con rammarico sposta il suo nominativo dal sito dei responsabili della pubblicazione alla rubrica dei fondatori; lo sostituisce con quello dell’amico Carlo Baviera, che da più tempo e più regolarità interviene sulla nostra modesta, ma continua proposta, in attesa, per il prossimo settembre, di ulteriori inserimenti.

Il sito è intervenuto, con apporti toccanti e fortemente significativi; molti amici si sono fatti presenti e li ringraziamo di cuore. Riteniamo tuttavia di proporre una schematica sintesi delle tappe straordinarie di una vita spesa a servizio dell’evangelizzazione, perché don Walter ha sentito con una radicalità priva di ogni aggettivo il richiamo paolino: “guai a me se non annunciassi il Vangelo”. (I Cor. 9/16).

La sua vicenda, in particolare, ma non solo, all’interno della Chiesa che è in Alessandria, gli ha offerto grandi opportunità ed inevitabilmente qualche amarezza, ma si è dipanata in un percorso lineare e tuttavia di approfondimento dei valori e delle ispirazioni originarie. Ha fruito di eccezionali insegnamenti, ma soprattutto ha condiviso la strada che gli è stata indicata da un grande vescovo di questo Chiesa mons. Fernando Charrier. Con Lui ha vissuto la diretta conoscenza dei nomi rappresentativi di una realtà ecclesiale capace di cogliere i segni della storia, di conciliare la fedeltà all’istituzione con la radicalità dello Spirito, la centralità della celebrazione con la presenza nell’emarginazione di un’umanità fragile e dimenticata dal perbenismo presente nella società e nella Chiesa. Se non faccio nomi è solo perché non voglio dimenticare nessuno, ma non c’è dubbio che, nel periodo in cui Walter è stato segretario di quel grande vescovo, e poi quando ha continuato a seguirlo sia pure da parroco, ha girato l’Italia, ha sperimentato la vitalità delle sue varie Diocesi e ne ha tratto la convinzione che il Vangelo è proponibile solo nella coerenza della parresia; ha toccato con mano che cosa significhi liberarsi dalla legge per non impedire e chiudere agli uomini tanto il presepio di Gesù quanto il sepolcro di Cristo, ha conosciuto uomini che, bloccati dalla legge e dal rito, hanno accolto tra i rovi la Parola di Dio ed altri che sul terreno buono hanno tratto il cento per uno.

Ne ha risolto insegnamento conseguente anche se lo faceva soffrire il fatto che la “comunicazione” quando diventava ripensamento critico, fosse vista non come incentivo alla crescita, ma come voce “nemica” da cui difendersi; lo faceva soffrire l’assenza di “cristiani adulti” che senza disprezzare le regole della legge ne sapessero usare per aprire le strade dell’infinita misericordia di Dio e della  Parola del Vangelo. E quando per meschinità di alcuni e non per specifiche responsabilità o dolose intenzioni all’interno della sua Chiesa non gli fu più possibile comunicare sui media ecclesiastici, scelse, con assoluto rispetto, ma senza tentennamenti (il rimpianto è altra cosa) altre vie ed altri strumenti.

Il suo viaggio per le contrade italiane ed attraverso le Chiese d’Italia marcò l’immediata riproposta delle “Settimane sociali dei cattolici italiani” dagli anni novanta, dopo che Paolo VI le aveva sospese nel 1971. Lo fece al seguito di mons. Charrier che dell’iniziativa, per incarico della C.E.I.(Conferenza episcopale italiana) fu principale promotore. Si trattava di rivoltare il criterio di uno strumento straordinario: già in mano alla S. Sede per i primi settant’anni del secolo scorso, veniva affidato alla C.E.I, ma non più per farne il canale di comunicazione dall’alto di alcune linee di comportamento politico, ma la palestra in cui i cattolici del Paese ripensassero i fondamenti del loro impegno civile e storico: e questo al di fuori di ogni schieramento di parte. Don Walter intuì la portata del passaggio, grazie alla disponibilità del vescovo coinvolse tutti i laici che nella diocesi si dimostrarono disponibili ed organizzò totalmente tutti i momenti indispensabili e preparatori. Fu un’attività frenetica che coinvolse associazioni, movimenti e clero e che seppe mutuare le diverse sensibilità, non escluse quelle che, fatte forti della loro appartenenza, avrebbero volentieri escluso altri fratelli nella Chiesa e nella Fede. Tirò dritto davanti alle difficoltà e si impose per la lucidità di un’esecuzione che gli fu riconosciuta: più al di fuori che dentro i recinti sempre un po’ appartati della sua Diocesi dove l’attività del vescovo e del suo segretario venivano spesso giudicati con sufficienza, tanto da indurre i più “devoti” a lamentare le continue assenze del vescovo, che per mandato è a servizio del popolo cristiano e della Chiesa di Dio.

Forse la più rilevante delle presenze istituzionali di don Walter si realizzò nel Sinodo diocesano di cui fu (1995/97) segretario generale; si presentò sempre come fedele esecutore della volontà del vescovo, ma anche come originale interprete di tale volontà. Per qualche mese la base ecclesiale alessandrina ritrovò entusiasmo, si convinse a discutere di celebrazione, di evangelizzazione e testimonianza e, senza distinzione di stampo clericale si fece carico del Vangelo di Cristo, anche in collaborazione, per quanto possibile, con persone motivate che ritenevano di non condividere la fede del Cristiano. C’è da chiedersi dove sia finito anche solo il richiamo alla funzione alta della politica, il contributo del popolo di Dio chiamato alla prassi di una liturgia partecipata secondo le istanze del Concilio, al di là della perfezione (non certo censurabile, ma fatta monca) dei riti; c’è da chiedersi soprattutto dove sia finita la consapevolezza di un percorso dell’iniziazione cristiana che dal Sinodo trovò modo di riproporsi nelle riunioni di un Consiglio pastorale, spesso stanco, ma non certo appartato al clero; c’è da chiedersi quando mai e perché mai tanto seme rischia una sciagurata dispersione: una deriva nel fiumiciattolo del gruppuscolo ristretto e privo di lievito evangelico.

Tutto ciò sarebbe incompleto se mancasse un richiamo alla sensibilità di don Walter per la questione palestinese. Un’informazione puntuale e di prima mano lo faceva capace di distinguere la forza delle varie Religioni dall’uso distorto che gli interessi politici dei nazionalismi, dei poteri forti di livello internazionale e le deviazioni dei fondamentalismi ponevano in essere. Certo c’era in lui una scelta partigiana a favore dei palestinesi; il tutto però come conseguenza di un privilegio dei più deboli ed indifesi, ma anche della ragioni di un’esistenza che neppure gli organismi internazionali (O.N.U.), più o meno convinti, riuscivano a difendere.

Si tratta però di un aspetto che solo con un’adeguata conoscenza andrebbe affrontato; ed io mi sento impari ad un compito tanto gravoso e spero che anche chi si è confrontato con don Walter senta il peso di tale confronto. Sempre però col coraggio di quella parresia che egli invocava all’interno della Chiesa e del mondo affidato alla misericordia del Padre.

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