Don Walter e l’irragionevole forza della Parola

Marco Ciani

appQuando conobbi Don Walter Fiocchi, qualche anno fa, rimasi colpito, come credo sia capitato a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di incontrarlo, dal sorriso radioso che, complici i penetranti occhi azzurri, produceva immediatamente la sensazione di trovarti di fronte una persona speciale.

Dopo averti sedotto con lo sguardo, la conquista proseguiva con un eloquio fuori dal comune, acuto, pungente, spesso provocatorio nel senso migliore del termine, sia quando parlava, sia quando predicava (ci divertivamo spesso, tutti assieme, a prenderlo in giro per la lunghezza delle sue omelie, in realtà mai noiose e in vero molto seguite). E, non da ultimo, quando affidava al testo scritto le proprie riflessioni. Riflessioni incardinate senza compromessi in quella Parola, intesa come la Parola di Dio, al quale ha ispirato l’intera sua vita.

Credo siano queste le ragioni per cui Don Walter o l’amavi o lo riprovavi. A volte anche insieme e contemporaneamente nello stesso istante. Difficile però rimanergli indifferente. Troppo forte la personalità che esprimeva per non suscitare sentimenti altrettanto definiti, e in modo netto.

Ed è così che nacque il nostro rapporto di amicizia e collaborazione: scrivendo sulle pagine di Appunti Alessandrini, favoriti in modo determinante dal comune affiatamento con Agostino Pietrasanta. Assieme abbiamo passato molti bei momenti, diversi incontri in parrocchia per organizzare l’attività della nostra piccola Newsletter, poi divenuta blog, e qualche cena, spesso a casa mia, dove tra una portata ed un bicchiere di vino si parlava di tante cose.

Avevamo punti in comune, ma anche qualche robusta differenza.

Certamente ci univa il fatto di avere sempre votato per partiti che, almeno secondo i nostri canoni, portavano avanti valori di solidarietà. La lettura e la devozione nei confronti del Cardinal Martini. La poca sintonia con il movimento di Comunione e Liberazione. L’apertura mentale rispetto ai temi etici. La convinzione che la Chiesa avesse bisogno di grandi cambiamenti. La predilezione per Papa Francesco. La convinzione che la vicinanza al Vangelo non si valuta dall’esteriorità.

Ma misuravamo anche, come dicevo poc’anzi, delle distanze notevoli. La più dirompente sulla Terra Santa. Lui, fiero sostenitore della causa palestinese, almeno quanto io lo sono di quella israeliana. Io supporter fin dall’inizio di Matteo Renzi, lui sempre oppositore. Anche sulle vicende politiche locali i nostri giudizi non erano sempre in linea. E tali divergenze ci hanno spesso portato a punzecchiarci, solitamente dalle pagine di Facebook (Walter usava molto i social network per tenersi in contatto con la città e con il mondo, come nell’immagine sotto il titolo del nostro blog), più che nel dialogo diretto. Ma questo, credo, non ci abbia mai realmente impedito di coltivare un rapporto sempre fecondo e reciprocamente rispettoso.

Del resto non esiste amicizia se non si accetta che chi ci sta di fronte possa anche non condividere tutte le nostre opinioni. Questo concetto Walter lo chiamava “parresia”, come libertà di parola e franchezza, il dire la verità per quanto scomoda. Qualche volta mi è anche capitato di scherzare con lui su questo concetto, che prendeva molto sul serio. “Se io devo accettare la tua parresia, tu Walter accetta la mia. Altrimenti – chiosavo – se la parola viene solo da una parte, non è più una parresia, bensì…una paresi”.

Questa battuta un po’ stupida stava ad indicare però due modi diversi che io e Walter avevamo di interpretare la realtà.

Lui radicale, soprattutto nella sua fedeltà al Vangelo, come ricordava Agostino Pietrasanta nel precedente articolo. Una fedeltà che non è solo della mente. “La fede – dirà nella sua ultima, splendida lettera ai parrocchiani di Castelceriolo – non è semplice adesione intellettuale, è coinvolgimento radicale, esperienza misteriosa di questo Dio che è altro da noi (non sentimento, non impressione, non scelta ma manifestazione)”.

Io invece, sempre alla ricerca del costrutto logico, dell’equilibrio, della mediazione, della giusta misura, del compromesso con il mondo. Che per me è saggezza ma, normalmente, mal si sposa con ogni forma di radicalità. E che fatico talvolta a capire che esiste qualcosa oltre il puro e semplice pensiero fondato sui rigidi schemi di una meccanica razionalità.

Quello che voglio dire è che se c’è una cosa che ho imparato da Walter è che (almeno ogni tanto) si deve essere irragionevoli. Sopratutto se non si vuole diventare, come nel mio caso riconosco di essere, dei cristiani molto all’acqua di rose.

Del resto, a pensarci bene, nel Vangelo e più in generale nella Sacra Scrittura c’è ben poco di ragionevole.

Non è ragionevole un Dio che si fa uomo, per di più povero, e poi muore inchiodato in croce. Salvo poi risorgere e ascendere al cielo.

Non è ragionevole un Signore che perdona chi si pente, anche all’ultimo minuto come il buon ladrone, senza considerare tutto il precedente fardello di colpe commesse. Non è ragionevole amare i nemici o trattare il prossimo come se stessi. Nemmeno appare sensato porgere l’altra guancia a chi ci offende.

Non è ragionevole il pane che si trasforma in carne o il vino in sangue di Cristo, senza che per i sensi nulla sia mutato. Né che i credenti ne facciano cibo e bevanda per la  propria salvezza. Sembra un’assurdità.

Non è ragionevole il peccato originale. Ma nemmeno lo è l’inferno. Non è ragionevole sostenere che un giorno rinasceremo anche col il corpo. E che tutta la nostra eternità dipenda da ciò che facciamo o non facciamo nel breve volgere di questa esistenza terrena.

Non è ragionevole la coesistenza di un Dio che è amore con l’esperienza comune della vita, soprattutto quando consideriamo il dolore degli innocenti. Un Dio che per la maggior parte non c’è, che non si vede, che quando invochi il suo aiuto, almeno apparentemente, non interviene, non fa nulla. Proprio come se non esistesse o, nella migliore delle ipotesi, si disinteressasse di te. E degli altri con te.

Come si può credere a una simile teoria di pazzie?

La Bibbia, a prima vista, si presenta come un coacervo di contraddizioni e in definitiva, quasi niente di quanto ci viene insegnato dalla nostra religione sembra ragionevole. Se lo valutiamo con gli occhi del mondo.

E non credo ci siano grandi dubbi sul fatto che se il cristianesimo nascesse oggi e non duemila anni fa, noi riterremmo alla luce dell’intelletto tale culto, in virtù dei suoi insegnamenti e delle sue credenze, come una delle più stravaganti invenzioni che si siano mai udite. E probabilmente, sono portato a immaginare, ce ne faremmo beffe. Scandalo e stoltezza della croce!

Ma poiché invece siamo come ciechi che cercano la luce, pur con tutti i nostri limiti e le nostre umane debolezze, dobbiamo immaginare che nella radicalità del messaggio evangelico che è fondato sulla Parola, sul Logos, ci sia un criterio, una razionalità dell’Amore, una bellezza – per citare ancora il Walter dell’ultima lettera ai suoi parrocchiani – che trascende la nostra capacità di comprensione.

Del resto Gesù stesso aveva le caratteristiche di un radicale, uno che non è venuto a portare la pace, ma la spada. E qui non si intende la spada del guerriero, ma la spada che amputa in radice le nostre convenienti e ragionevoli convinzioni. Quelle che normalmente ci creiamo per vivere il più possibile sedati e tranquilli, senza troppi problemi.

In questo sarò sempre grato a Walter. L’irragionevole forza della sua Parola, Parola mutuata dal Vangelo, Parola profetica e di rottura, per me è stata una sfida, una provocazione, una lama con cui scontrarmi e talvolta ferirmi, affinché capissi che essere cristiani, o più semplicemente umani, restare umani (secondo il celebre slogan di Vittorio “Utopia” Arrigoni che Walter conosceva) non può e non deve mai essere una scelta comoda; né si è cristiani o umani, a differenza di quanto comunemente si crede, se non ci si interroga, se non ci si pone in gioco, se non si mettono in discussione le proprie consolidate sicurezze.

E’ questo, almeno per la mia breve e certamente limitata esperienza di condivisione con lui, il messaggio più grande che Don Walter Fiocchi ci ha donato.

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