Il gioco delle parti

Domenicale Agostino Pietrasanta

remeMi serve il titolo di una celebre commedia di Luigi Pirandello, “Il gioco delle parti”, per l’appunto; se non tra le migliori, certamente fra le più emblematiche di un messaggio.

Narra di un rispettabile e prudente personaggio, la cui moglie si concede ampie libertà amorose, al punto di intrattenere un amante, accettato da tutte le parti in commedia, non escluso il marito. Il nucleo propositivo però sta proprio qui: tutto bene se ciascuno, senza comunicazione alcuna, senza dialogo di sorta, interpreta la parte in commedia. Ed infatti quando l’allegra signora viene “offesa” da terzi, per i suoi comportamenti libertini, chi deve sfidare a duello l’offensore è il marito: la parte spetta a lui. Ovviamente la sfida formale, per la parte appunto, ma il duello no: quello spetta a chi del rapporto gode la sostanza: l’amante; sul punto o sulla parte, il rispettabile e prudente personaggio non sente ragioni e la vita ce la rimette chi, per la parte, ha il compito di duellare: l’amante!

Inutile riprendere il messaggio: se ciascuno rimane ancorato al proprio ruolo, c’è assoluta previsione di ciò che deve accadere, ma non c’è alcune comunicabilità. Ci pensavo nell’apprendere del battibecco fra Matteo Renzi ed il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann: ad ognuno la sua parte ed ovviamente nessun cenno di dialogo: a meno di ritenere per dialogo ciò che si limita alla reciproca arroganza ed al relativo ironico sberleffo. Il Matteo ha ben presente che l’Italia di rigore potrebbe morire: più di quanto ha dato per strozzinaggio fiscale, per crollo della produzione, per contenimento dei salari e dei consumi, non potrebbe più dare; il presidente della banca tedesca, per la parte (ma non certo senza approvazione dell’Angela “europea”), ribatte: risolvete il problema del debito pubblico; chi ha scialato, non può chiedere ora che gli altri condividano il suo debito. Poco importa che a scialare siano state solo alcune categorie di Italiani e soprattutto i poteri di una inossidabile burocrazia.

Per la verità, tutti hanno capito che con i risparmi connessi alle riforme, dovuti e sacrosanti da parte del “Belpaese” non si abbatte un debito sovrano (?!) di oltre duemila miliardi e tutti hanno presente che senza una partecipazione europea al debito non se ne esce, con conseguenti rischi sulla crescita non dell’Italia, ma di  tutta l’Europa, ma la parte recitata davanti agli elettori tedeschi impedisce che si tratti di questo argomento.

Il Matteo, senza darsene per vinto, chiede flessibilità per rilanciare la crescita e conseguentemente, ma solo dopo un certo periodo incidere sul debito, grazie all’aumento della produzione; il contraltare, senza opporre ragione nel merito, rimane sulla parte: la flessibilità avrà come immediata conseguenza un rilancio del debito, e dunque niente flessibilità; le parvenze di qualche concessione fanno pare della moda diplomatica. Ognuno sulla parte, senza ascolto e forse qualche lettore comincerà a chiedermi perché vado scomodando Pirandello, quando sarebbe più semplice parlare di dialogo fra sordi.

Ancora. Renzi afferma che farà le riforme, ma non si può negare un ragionevole dubbio, se, per il momento, assistiamo a corsarelle e fermatine, assolutamente inconcludenti e, nel contempo subiamo la “prudente” incredulità di alcuni “amici” europei.

Ed il gioco delle parti continua e, potete giurarci, continuerà fino a che una leadership europea non finirà per capire che non si può giocare con una politica monetaria e finanziaria completamente scollata da una politica economica unitaria, fino a che non si troverà una politica estera e della difesa, unitarie; fino a che superata la logica confederale, non si arriverà alla federazione europea.

La strada, per il momento, più che lunga, sembra impraticabile; ad ognuno la sua parte, senza dialogo, senza comunicabilità. Di questo passo potremmo comunicare il fallimento.

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One thought on “Il gioco delle parti

  1. Come già scritto altrove, se si fosse davvero utilizzato il rigore, non sarebbero mai esistiti dei poteri economici, le Nazioni sarebbero fondate sul Diritto e non sul bilancio o, peggio, sul profitto di enti improduttivi come le banche, le finanziarie, le assicurazioni o, peggio, la borsa e non si sarebbe mai parlato di debiti sovrani, visto che la sovranità appartiene ad un Monarca, ad un gruppo di Oligarchi oppure al Popolo, che la può esercitare nella forma diretta oppure rappresentativa.
    Il grosso guaio descritto nell’articolo deriva dall’aver disatteso l’articolo 53 della Costituzione Italiana, svincolando il concorrere alle spese pubbliche dall’effettiva capacità contributiva: oggi, sulla spinta di quanto studiato negli Stati Uniti d’America ad opera di un vile come Milton Friedman e cinicamente applicato a tutto il mondo, le persone con maggior capacità contributiva sono quelle che contribuiscono in maniera proporzionalmente minore alla cassa comune. Fino a quando non si comprenderà questo e non si farà marcia indietro, applicando polso fermo contro le grandi ricchezze, non già con imposte patrimoniali, ma con forte aliquote sul reddito, rendendo più difficile la concentrazione di queste ricchezze nelle mani di poche persone, la situazione non potrà fare altro che peggiorare.

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