Il futuro è nelle metropoli?

Carlo Baviera

citUn documento dell’Associazione “I Popolari” del Piemonte, relativo a considerazioni sulla futura città metropolitana, cita il Manifesto diffuso da Confindustria in cui si legge: “Le aree metropolitane sono il motore delle economie nazionali e hanno un ruolo sempre più rilevante negli scenari economici, sociali e istituzionali globali. Anche l’Italia ne deve riconoscere l’importanza fondamentale per le prospettive di sviluppo del sistema industriale e per la competitività del Paese nel suo complesso.

(…) Nelle aree metropolitane si concentra gran parte della popolazione, del prodotto interno lordo, del gettito fiscale e degli investimenti pubblici e privati del Paese. (…) Di fronte a decisioni di investimento e di localizzazione delle imprese multinazionali, la scala politico-territoriale più efficiente per attrarre investimenti è quella metropolitana”.

Di fronte a queste considerazioni “I Popolari” piemontesi commentano, fra l’altro: “Non possiamo dimenticarci dei distretti industriali che rappresentano eccellenze produttive disseminate sul territorio. Accanto a poche grandi conurbazioni, il nostro Paese conta una miriade di piccoli poli periferici, importanti motori di sviluppo economico e culturale”.

Confindustria fotografa una situazione che conferma la perdita di popolazione di territori periferici, o collinari, o montani, e di conseguenza anche il concentrarsi di attività economiche e di servizi nei grandi centri. Bisogna continuare, mi chiedo, con scelte che accentuino questo andazzo, o non è il momento di invertire la tendenza? O meglio ancora, di attivare politiche di sostegno alla maternità (e relativi servizi) che permettano alla famiglie di decidere di risiedere e di cercare lavoro anche in aree non a grande concentrazione urbana?

Per me la risposta è chiara. E non può essere lasciata al solo “coraggio” delle coppie, dei giovani che desiderano costruirsi il futuro vicino agli amici, nella propria comunità, là dove ci sono interessi anche affettivi. Va supportata anche da scelte politiche che rilancino i territori non metropolitani, quelli di “frontiera”; bisogna pensare ad uno sviluppo basato su una serie di fattori che non impoveriscano alcune aree o accentrino decisioni, istituzioni, investimenti.

La scala politico territoriale più efficiente, per usare le parole di Confindustria, sarà sicuramente quella metropolitana, ma mi pare che non sia l’unica possibilità su cui concentrarsi: per i progetti, per i fondi, per immaginare il futuro. Non è possibile, insieme alle aree metropolitane (faccio presente che solo Roma e Milano superano il milione di abitanti), pensare anche ad uno sviluppo diverso coinvolgente territori con minor popolazione, aree collinari, ecc.?

Tra l’altro mi ha colpito leggere che Torino perderebbe l’Authority di regolazione dei trasporti, e che ad Alessandria si tagliano i ponti con il Politecnico (se ho letto bene) a seguito della decisione dei responsabili del Politecnico, nel 2009, di rinunciare alla propria sede rendendo così sterili i contributi che Comune, Provincia, Fondazione, Camera di commercio, Confindustria. Perciò mi interrogo se anche Torino e Alessandria, comincino a diventare marginali per le logiche accentratrici e di risparmi ottenuti solo con tagli ad ogni realtà.

Non voglio iscrivermi al gruppo di chi ritiene che anche ogni centro medio-piccolo debba avere tutti gli uffici periferici dello Stato e della Pubblica amministrazione; ma mi sembra anche eccessivo privare le aree periferiche, i territori socio economici, le zone che hanno una storia, di ogni tipo di servizi: scolastici superiori (o universitari), sanitari, dell’amministrazione della Giustizia, dei trasporti essenziali, di Aziende del settore pubblico o della ricerca, di credito, e via discorrendo.

Sappiamo inoltre che ogni realtà ha una sua particolarità che la caratterizza: settore economico particolare, ambiente paesaggistico, monumenti artistici, soggiorni climatici, percorsi naturalistici, offerta scolastica di livello, prodotti tipici. Sono aspetti che, anche se limitati ad un’area ristretta o poco popolata, devono essere incentivati, protetti, sostenuti. Mentre mi sembra che l’andazzo sia quello di “segare” ogni possibilità di rialzare la testa o di sperare in opportunità nuove, solo con scelte accentratrici.

Anche per queste considerazioni, ritengo che un altro sviluppo sia possibile. Se le logiche invece continuano ad essere dettate da chi ha il potere (economico, commerciale, comunicativo, pubblicitario) arriveremo anche per questi aspetti a quanto affermava una bella battuta: “l’intervento è riuscito, il paziente è deceduto”. Sì, perché avremo risparmiato, saremo (forse?) rientrati nei parametri di debito e deficit, avremo servizi di ogni genere efficienti, ma il Paese – quello rappresentato dai borghi, dalle piccole città, dai territori delle tante periferie, dalle campagne, dalle colline, e dalle montagne – tagliato fuori da tutto e sempre più isolato e quindi povero.

Mentre la sfida dovrebbe essere riportare popolazione là dove oggi è carente, da dove se ne è andata cinquanta o sessanta anni fa, per rincorrere lavoro, reddito e benessere che sembravano essere garantiti solo da industria e grandi città. Oggi sappiamo come è andata, in positivo ma anche in negativo. E allora è urgente invertire quell’andazzo. E se non è possibile (e logico) garantire Università, Ospedali ad alta specializzazione, Centri di Ricerca sotto casa, è invece doveroso offrire e garantire trasporti efficienti, lavoro, un minimo di apparato pubblico a tutte le realtà.

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One thought on “Il futuro è nelle metropoli?

  1. La geografia politica ed urbanistica ha delle gerarchie, le quali dovrebbero essere parimenti seguite nella dislocazione dei servizi: la Repubblica si divide in Regioni, Province e Comuni, dove ogni realtà è contenuta in una precedente e contiene alcune delle seguenti; inoltre, alcuni Comuni, per la loro importanza (la dimensione è irrilevante!) si fregiano del titolo di Città. Quanto descritto dovrebbe essere l’unico determinante per la dislocazione dei servizi periferici: a titolo esemplificativo, ma non esaustivo, l’Università potrebbe essere organizzata su base provinciale per i corsi con maggior numero di allievi, anziché raddoppiare o triplicare le Facoltà, se non addirittura le Università nei Capoluoghi di Regione e, come se non bastasse, dividere un corso di laurea in più canali, mentre i corsi frequentati da meno persone avrebbero una distribuzione su base regionale; lo stesso dicasi sul fronte degli Uffici pubblici o della Sanità, dove l’altissima specializzazione sarà organizzata su base regionale o provinciale, mentre è sacrosanto diritto di ogni Città ad avere un Ospedale efficiente con le specialità più comuni, specie in zone ampie ed impervie, dove l’Ospedale sotto casa permette, nel caso in cui non siano disponibili le cure risolutive sul posto, di stabilizzare un Paziente in attesa di trasportarlo ad altro Ospedale, facendo così la differenza fra uscire in corsia od all’obitorio.
    Purtroppo, abbiamo permesso l’esistenza del potere economico, commerciale, comunicativo, pubblicitario, quando l’unico potere legittimamente ammissibile è quello legislativo, esecutivo e giudiziario, naturalmente separati, con rigorosa preclusione a chiunque di far parte di Enti deputati all’esercizio di due poteri diversi. Anzi, se si fosse davvero utilizzato il rigore, quei poteri strani non sarebbero mai esistiti, giacché una Nazione si fonda sul Diritto e non sul bilancio o, peggio, sul profitto di enti improduttivi come le banche, le finanziarie, le assicurazioni o, peggio, la borsa.
    Pur nell’ambito della gerarchia di cui sopra, resta da interrogarsi in merito all’esistenza delle Città: abbiamo levato da queste la quasi totalità delle attività produttive ed ora è la volta di quelle commerciali e financo di alcuni uffici, trasformando i centri urbani, dove possibile, in musei da guardare e, comunque, in dormitori, venendo meno il primum movens che ha portato alla creazione della Città, primum movens costituito dalla praticità derivante dall’avere lavoro ed abitazione a distanza minima.

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