La ‘ndrangheta nel basso Piemonte prima (e dopo) le operazioni del 2011

Carlo Piccini

ndrLuglio 2014. Domenico Trimboli, detto Pasquale, inserito nell’elenco dei latitanti più pericolosi e considerato esponente di rilievo della ‘ndrangheta, è stato estradato in Italia dalla Colombia. Dalla Colombia Trimboli coordinava e organizzava la spedizione di ingenti quantitativi di cocaina verso il mercato europeo ed italiano, in favore delle cosche joniche-reggine. Arrestato nel 2013, era latitante dal 2009, dopo essersi sottratto ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Reggio Calabria per traffico di stupefacenti, in seguito all’operazione “Chiosco Grigio” così denominata dal luogo, ad Alessandria, dove abitualmente, alcuni degli indagati si davano appuntamento per discutere dei loro affari illeciti, avrebbe consentito di delineare la struttura di un’organizzazione espressione degli interessi di alcune cosche della Locride. Ne avevamo già parlato QUI un anno fa.

Il successo registrato dalle forze di polizia è arrivato, avevano spiegato le Questure di Alessandria e Reggio Calabria nell’aprile 2013, grazie al “lavoro di squadra degli investigatori appartenenti a diversi Uffici della Polizia di Stato (centrali e delle Squadre Mobili di Reggio Calabria ed Alessandria) e della sapiente opera di coordinamento puntualmente svolta dalla Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, nelle persone del Procuratore Capo Cafiero De Raho e dei magistrati titolari delle indagini Nicola Gratteri e Paolo Sirleo.

L’operazione denominata “Chiosco Grigio” del 2009, è la prima vera operazione antimafia che ha rivelato la presenza della ‘ndrangheta nel Basso Piemonte e toccato direttamente “famiglie” mafiose  (le ‘ndrine) residenti nel nostro territorio, anticipando le più famose “Crimine-Infinito” in Lombardia nel 2010, quindi “Minotauro” e “Albachiara” in Piemonte nel 2011. E non bisogna poi dimenticare le dichiarazioni del pentito di ‘ndrangheta Rocco Varacalli nel novembre 2012, sentito nell’aula bunker delle Vallette a Torino per testimoniare al maxi processo Minotauro contro la ‘ndrangheta del Torinese.

Varacalli, considerato uno dei testi chiave dall’accusa, aveva raccontando che anche ad Alessandria c’era un “Locale” della ‘ndrangheta attivo già da prima delle Olimpiadi del 2006, anno in cui egli cominciò a collaborare. Varacalli aveva spiegato che il “locale” di Alessandria fu aperto dalla cosca di Natile di Careri, in Calabria, così come quello di Torino, di cui lui faceva parte, e quelli in Australia. Aveva anche detto che per aprire un “locale” «servono non meno di 49 uomini, tutti ‘ndranghetisti» e che «la dote di Santa (uno dei gradi interni dell’organizzazione mafiosa – n.d.a.) era stata voluta non solo per essere riconosciuta dalla ‘ndrangheta ma anche dalla massoneria: chi ha la Santa può avere rapporti con giudici, preti, professionisti, sindaci, e così via, che fanno parte della massoneria». Così Varacalli nel novembre 2012.

Ma a partire dal 2012 sul territorio Piemontese sono seguite molte altre operazioni, arresti, sequestri, Comuni commissariati per mafia, condanne ed interdittive anche a carico di aziende controllate soprattutto dalla ‘ndrangheta. E se ne delineano di nuove, soprattutto sul fronte delle grandi opere. Del resto si sta ormai concretizzando anche da noi il concetto che “la vera forza delle mafie è fuori dalle mafie”.

Il passaggio dal traffico di stupefacenti di “Chiosco Grigio” del 2009, all’operazione “San Michele” del 2014 legata agli appalti della Torino-Lione (vedi articolo su Libera Piemonte), come anche i recenti sviluppi sui fronti Expo, Mose e Terzo Valico, sempre più rappresentano questa saldatura possibile tra il riciclaggio di capitali illeciti delle mafie originarie del Sud e gli interessi delle collusioni paramafiose qui al Nord.

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