Il lupo il pelo e le “classi pollaio”

Agostino Pietrasanta

claI proverbi, si sa, colgono spesso nel segno; ed ora è proprio il caso di ripetere che “il lupo perde il pelo ma non il vizio”. Così mentre si manda a memoria che il solo risparmio risolutivo del debito pubblico lo si ritrova nelle pieghe dell’evasione fiscale e nei miasmi purulenti della corruzione, per intanto si continua a tagliare sul servizi essenziali allo Stato democratico: come dire che, nonostante le roboanti dichiarazioni in contrario, il vizio permane. Tra i tagli più graditi stanno quelli sul sistema formativo, col risultato di istituire classi molto spesso superiori ai trenta alunni e talora persino ai quaranta.

Alla constatazione pura e semplice fanno seguito, come di prassi, le contestazioni statistiche e dei suoi “adoratori”, più o meno interessati. Così, per farla breve, si obietta che in fondo il rapporto insegnanti/alunni in Italia è sempre più basso rispetto agli altri Paesi OCSE: nel  2011 il rapporto era uno a dodici (1/12) in ogni ordine di scuola, mentre in  Europa era di uno a quattordici (1/14) e si giunge presto a concludere che la polemica sulle classi troppo numerose non ha senso: stiano buoni i sindacati scuola e gli insegnanti appresso.

Resta il fatto che la classi superiori ai trenta alunni, se non ai quaranta, sono un poco ambito traguardo del nostro sistema nazionale. Bisognerebbe precisare che dal 2011 ad oggi abbiamo agevolmente appaiato le “statistiche OCSE”; poi ci sarebbe da aggiungere che ci sono vistose disparità tra regione e regione, tanto che ormai in Piemonte, senza essere leghisti, si prende atto che il rapporto è superiore  ad uno a venti (1/20);  e tuttavia il problema è quello dei “grandi numeri” e della loro inadeguatezza a descrivere la situazione o anche, se volete, delle statistiche che non hanno competenza ad entrare nel merito delle cause e rimangono, ovviamente, ai dati numerici.

E qui cominciano i problemi reali e concreti e si fanno strada le ragioni che informano il nostro sistema formativo. Una delle cause più vistose, che “abbassano”  (si fa per dire) il rapporto insegnanti alunni, sta nella condizione fatta agli inserimenti dei “diversamente abili” (stiamo alle definizioni corrette, anche se io non mi definirei “diversamente giovane”) nelle classi normali. Va precisato che mentre in altri Paesi si continuano a formare classi differenziali, da noi si pratica (e giustamente, a mio avviso) l’inserimento, con relativa presenza dei docenti di sostegno; di conseguenza se con le classi differenziali bastano due insegnanti di sostegno ogni dieci (classe differenziale), qui ne sono necessari, nelle classi normali uno (mediamente) ogni due allievi interessati. Non discuto, anzi approvo la scelta; ma allora accettiamo le conseguenze di un sacrosanto aumento della spesa dovuta ad un più consistente numero di docenti di sostegno. Come dire: non risolviamo il problema del  rapporto docenti/alunni aumentando in modo spropositato il numero dei discenti nelle varie classi; con gruppi superiori ai trenta non si insegna adeguatamente e se l’attenzione ai “diversamente abili” deve valere, sarà indispensabile salvaguardare anche la promozione delle “eccellenze”: ne va del futuro della nazione.

Un’altra causa del numero elevato (sempre per dire) dei docenti sta nelle compresenze dei “tecnico/pratici” accanto ai titolari di cattedra. E qui sul serio bisogna decidere quale ruolo gioca il sistema formativo: se deve formare al leggere, scrivere far di conto e maturare una personalità autonoma o se deve provvedere a tutte le attività di osservazione pratica, di abilità tecniche e di immediata spendibilità professionale. Bisogna decidere se ci sono apprendimenti che spettano, senza alternativa sicura alla scuola ed altre attività che possono (e dovrebbero) essere compito di altri soggetti formativi. Se la scuola oltre a formare, come di specifica competenza, delle personalità autonome e motivaste, se deve offrire le fondamenta teoriche (non astratte!) e le capacità di scegliere tra i saperi formativi, bastano alcune discipline, se, al contrario, le tocca ogni carico delle più disparate conoscenze (educazione stradale, educazione alla sessualità ecc.) allora non ci si può fermare all’eccessiva presenza del corpo docente, né, tanto meno si può ricorrere all’ammucchiata nelle classi per tagliare sul docenti.

Non è con i numeri a tavolino che si fanno i conti, ma con la rilevanza dei problemi che ne conseguono in situazione. Ed ovviamente tenendo conto di ciò che chiediamo al sistema formativo.

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2 thoughts on “Il lupo il pelo e le “classi pollaio”

  1. Come già iniziato negli Stati Uniti d’America circa mezzo secolo fa, anche in Italia intendono far trionfare il diritto privato sul Diritto pubblico (differenza nell’iniziale voluta, N. d. A.) e, peggio, fondare la Nazione sul bilancio, anziché sul Diritto e, ovviamente, sulla Cultura. Resta inteso che il pareggio del bilancio non si ottiene applicando l’articolo 53 della Costituzione, o, meglio, lo si fa depennandolo delle ultime sei parole (in ragione della loro capacità contributiva), sicché gli strati a bassa capacità contributiva sono asciugati in denaro ed in servizi, mentre a quelli più facoltosi si concedono regalie di varia natura. D’altra parte, oggigiorno, la Cultura sembrerebbe essere inutile: tanto vale aprire una sede della Bocconi in ogni angolo, visto che i loro dettami contro l’Uomo sembrano essere predominanti.

  2. ADDENDUM: Il quotidiano “La Stampa”, nel numero odierno riporta l’incresciosa notizia relativa al pagamento del pedaggio autostradale per le ambulanze: nemmeno di fronte ad un ammalato si ferma più la belva del denaro!

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