Patrimonio dell’Umanità

Carlo Baviera

lanIl 21 giugno, dopo un percorso che procede dal 2008, a Doha in Qatar è stato annunciato che i territori collinari di Langhe-Roero e Monferrato fanno parte del Patrimonio dell’Umanità. Diventano 50 i siti italiani indicati dall’Unesco in questo club che assegna un rango di esclusività e nobiltà ai siti che ne fanno parte.

L’idea vincente e interessante, fin dall’origine, è stata quella di tenere insieme una dorsale collinare che dall’albese, passando per l’astigiano e comprendendo tutto l’Alto Monferrato a sud della Provincia di Alessandria, arriva fino al casalese (Basso Monferrato). Un paesaggio, e una serie di ricchezze costituite da cultura e saggezza contadina,  prodotti tipici, natura, e anche arte rappresentata da borghi, castelli, chiese, oltre che da vigneti.

In tanti hanno e abbiamo esultato, abbiamo espresso soddisfazione, per una notizia finalmente positiva che riguarda questa fetta di territorio e di umanità, troppe volte in passato ferita da tragedie naturali (solo naturali?), da malattie che colpiscono le produzioni agricole o gli allevamenti, da invecchiamento e diminuzione drastica della popolazione anche per mancanza di occasioni di lavoro, da tagli a servizi essenziali.

C’è chi ha giustamente commentato che questo è un punto di partenza, non il traguardo finale. Ora si aprirebbero prospettive nuove, è necessario investire in progetti e in cultura. Bisogna saper trarre giovamento da questa occasione storica. Non ci si deve sedere sugli allori, anzi serve rilanciare idee, proposte, iniziative: coordinandole fra tutti i territori ricompresi nel “sito Unesco”, sostenendosi reciprocamente, e continuando a dare una visione d’insieme che sappia valorizzare ogni più piccola porzione o zona.

Alcuni parlano già di flussi turistici, di possibilità di commerciare con più autorevolezza vino di qualità e prodotti tipici, altri di possibilità di sviluppare con l’innovazione la cultura agricola oppure di interventi che sconfiggano e proteggano dal degrado di frane e gerbidi, rilancino la manutenzione di boschi, torrenti, cascine abbandonate.

Se mi è permesso, in mezzo a tutto l’entusiasmo e alle sottolineature positive, vorrei aggiungere una nota forse stonata, un cantare fuori dal coro. Sono un po’ un bastian contrario, vedo molte volte il bicchiere mezzo vuoto; non è positivo, ma serve per non illudersi troppo. E allora da casalasco, forse con un’accentuazione di campanilismo (ma in questi anni quanti schiaffi e calci negli stinchi, istituzionalmente parlando, per il Basso Monferrato!), desidero anche mettere le mani avanti. E chiedo scusa a chi appartiene al Monferrato Alto o all’astigiano) che sanno difendersi da soli.

Cosa intendo? Non certo che adesso tutto il mondo deve considerare Casale e il Monferrato, di cui rappresenta il cuore, come l’ombelico del mondo o che si debbano concentrare interessi, finanziamenti, attenzioni in questa parte di territorio. Intendo altro, qualcosa di più modesto e semplice, ma che dice del rispetto e del ruolo che si riconosce ad un territorio. L’area riconosciuta come Patrimonio dell’Umanità è un tutt’uno, non va divisa, non dobbiamo tornare a correre ognuno per sé, ma vorrei che nel tutto non fossimo dimenticati nel retro bottega.

Lascio ovviamente da parte le iniziative e l’intraprendenza che i nostri operatori nonché la classe dirigente dovrà mettere in campo, la progettualità che dovrà sviluppare e mi chiedo se (ad esempio) la Regione Piemonte penserà di  inserire nelle pubblicità sui quotidiani, anche i nostri percorsi turistici, museali e paesaggistici; se le cartine che verranno pubblicate sulle riviste o in televisione, quando si parla di Monferrato, inquadreranno anche la parte di fiume che scorre a Casale M. e ci metteranno il nome identificativo della città (o abbiamo già deciso che per Monferrato si intende solo Asti?); se quando gli insegnati di tutta la Repubblica italiana, quando ne parleranno agli studenti, sapranno raccontare tutto il territorio monferrino-langarolo oppure se lo si descriverà come luogo dell’Alfieri, delle origini di Papa Francesco, di don Bosco e non del grande viaggiatore Carlo Vidua, dello scultore Bistolfi, delle belle Chiese barocche, del Santuario di Crea e del sua Parco naturale, delle costruzioni tipiche con pietra da cantone. Ad oggi, negli articoli nazionali e nelle cartine non ne ho trovato traccia alcuna.

In fondo le perplessità mie sono legate al fatto che, per essere inseriti con caratteristiche proprie nel progetto generale, alcuni comuni del casalese hanno dovuto ricorrere al valore storico-culturale degli “infernot” dove si conservano le bottiglie d’annata: altrimenti avremmo rischiato di restare fuori. Per questo mi auguro che ci siano registi che ambientino i loro film o le loro fiction televisive anche nei nostri Castelli, nelle nostre vigne, riprendendo particolari delle nostre Chiese e i panorami interessanti sia delle morbide verdi colline sia del fiume Po; che ci siano romanzieri o poeti che traggano spunto dalla nostra cultura dialettale, contadina, dalla cultura culinaria monferrina; che ci siano uomini dello spettacolo che visitino e trascorrano qualche week end da queste parti; che esistano imprenditori pronti a scommettere sul futuro di questo territorio.

E infine mi auguro che, anche ciò che sostituirà il glorioso storico Ente Provincia, voglia tener conto nelle promozioni e iniziative turistiche che oltre alle Terme di Acqui, ai Dolci e i vini novesi, ai Castelli ovadesi, esiste anche il casalese con i tartufi, con i funghi, con le nocciole, con i pioppeti, con peperoni, asparagi, fragole. Come mi auguro che, nel caso si arrivasse (entro questo millennio) a dar corso al Terzo Valico, l’essere Patrimonio dell’Umanità non porti a far deviare il percorso verso il Pavese, ma a diventare una delle infrastrutture che facciano uscire dall’isolamento delle comunicazioni un centro altrimenti marginale.

Temo in fondo che questa provvidenziale occasione che ci è capitata rischi di diventare una possibilità ulteriore per i centri e le aree già da tempo organizzate e turisticamente forti, aumentando il gap con chi è rimasto in dietro, è meno organizzato, ha difficoltà ad avere santi che ne sostengano la promozione durante eventi nazionali o internazionali: come succede per Casale e il suo hinterland, e non solo per limiti e colpe proprie. Tante, troppe volte, all’investimento non è seguito  il ritorno di immagine sperato.

Per questo io aspetto, per festeggiare l’inserimento  nel Patrimonio Unesco, di vedere qualche risultato.

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3 thoughts on “Patrimonio dell’Umanità

  1. Appunto! Non vorrei diventare un sito necropoli. Patrimonio dell’umanità, sì, ma da valorizzare e mantenere in vita, non da mummificare.

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