Alfa e omega

Andrea Zoanni

culUn amico sociologo che stimo molto per profondità di analisi e di pensiero mi fece notare come ai nostri giorni, rispetto ad una retorica che vede il mondo progredire nel solco di una assoluta libertà tecnologica, possa sembrare un poco eccentrico voler parlare di un’epoca acculturata e sradicata dal secolo scorso. Mi parlò di questa veloce rivoluzione post ideologica riuscita per ora a metà, che da una parte promette alta e diffusa istruzione, dall’altra genera élite meno performanti e leadership omologate da una comunicazione di immagine.
Mi disse che sono cambiate le palestre tradizionali di socializzazione e che nell’era delle nuove tecnologie sorge una confusa volontà di partecipazione intesa come democrazia diretta. Ciò genera personaggi che emergono dalla rete senza capacità specifiche, eppure premiati perché attirano attenzione.

In effetti, solo pensando al miliardo e trecento milioni di utenti su Facebook, risulta palese che tali numeri contribuiscono alla disgregazione dei canali tradizionali delle classi dirigenti. O quanto meno a metterli in seria difficoltà. E Facebook è solo uno dei molti social network esistenti.

Non che io abbia rigettato l’analisi, in quanto sarebbe come non considerare la realtà quotidiana, tempo fa esisteva l’esercizio calligrafico, ora quasi quasi i giovani non sanno più scrivere di polso. Però ho semplicemente fatto notare che se ci fosse un metro di giudizio meritorio univoco e comune, forse oggi vi sarebbero più persone con opportunità di evidenziare le proprie competenze.

Mia figlia maggiore non ha condiviso il metro di giudizio del Consiglio di Classe che di fatto ha trasformato in debiti settembrini quelle che avrebbero dovuto essere autentiche e sane bocciature formative. Perché poi le cosiddette amiche ridono in faccia a chi invece ha sempre avuto il libro di scuola anche nella borsa di pallavolo. La consola il fatto che diversamente da lei, nel caso riuscisse il recupero, le sue compagne si presenteranno alla maturità con crediti scolastici molto scarsi, nella speranza che un domani l’inserimento nel mercato del lavoro possa tenere in considerazione senza favoritismi il curriculum scolastico.

In Italia solo il 31% dei dirigenti di azienda e dei pubblici amministratori sono laureati. In Francia il 90%. Quasi la metà dei manager italiani non legge i giornali e non entra in un museo, un terzo non legge libri, due terzi non va mai a teatro. Sono dati dell’Istat da interpretare come si vuole, a mio parere queste statistiche fanno emergere l’origine dell’ignoranza di molti tra i problemi del nostro paese, ignoranza che spesso implica miopia, inefficienza e corruzione, facilità di guadagno poco importa se illecito.

Classi dirigenti ignoranti non investono nella scuola e nella ricerca, sono meno propense a rischi ed innovazioni, riducono le possibilità di crescita e competizione nei mercati internazionali. Questioni non solo delle istituzioni pubbliche, in quanto le aziende private italiane investono l’uno per cento in ricerca universitaria contro il sette della media europea. Un bel divario.

Maurizio Ferrera scrive su Eutopia Magazine che l’investimento in educazione e cultura produce coesione e mobilità sociale, da molto tempo ferma in Italia. E’ forse un caso che persino un ministro italiano dell’economia abbia potuto affermare che con la cultura non si mangia? Idea peraltro condivisa da molti politici (e ci sarebbe da chiedersi come mai…) anche quando mostrano considerazione per la cultura. Nessun paese è mai cresciuto senza massicci investimenti in aree fondamentali come l’istruzione, la ricerca e la formazione del capitale umano.

Un mio professore di matematica era il terrore di ogni classe ove teneva lezione. Ricordo come sorteggiasse le persone da interrogare giocando coi numeri del registro, alla fine usciva sempre il numero legato allo studente che aveva deciso di martellare. Era il nostro incubo notturno. Poi, crescendo con lui, ci accorgemmo quanta umanità avesse, perché dietro quella corazza viveva una persona segnata profondamente da disgrazie famigliari irreversibili. Nessuno come lui ci aiutò nei momenti difficili, quando scorgeva la fatica sincera di ognuno di noi nel condividere le sfide che ci lanciava.

Non ho mai amato la matematica, ma quanto è importante in un ragionamento logico. Ricordo una delle sue raccomandazioni: “Noi siamo naturalmente ed in varia misura tutti ignoranti. Ma la vera ignoranza consiste soprattutto nella mancanza di curiosità. Tipica, di chi è vittima dei propri pregiudizi che vengono scambiati per la realtà delle cose”. Era un professore di matematica.

Rammento codesto spaccato di beata gioventù, liberi dagli odierni aggeggi elettronici, pensando al nesso tra cultura e comunicazione, non necessariamente in antitesi ma, il più delle volte, palcoscenico ove emerge quanta povertà di contenuti si nasconda dietro al marketing. Al posto degli argomenti si ricorre alla suggestione, si dribblano i contenuti prendendo sul serio ciò che si può banalmente vendere con un semplice e vuoto slogan.

Fortunatamente molti italiani sono migliori di chi li governa e ne sono un esempio proprio le tantissime persone che nonostante la crisi continuano a frequentare gli eventi culturali (letteratura, economia, scienza, filosofia, musica, teatro ecc…) come occasioni per imparare e riflettere insieme agli altri. C’è da operare perché anche in Italia educazione e cultura non siano più trattate come la ciliegina sulla torta ma per quello che sono e cioè la torta stessa.

A parer mio ma non solo, anche quando un paese deve stringere la cinghia non deve diminuire la qualità e gli investimenti di due suoi pilastri fondamentali: istruzione e sanità. Entrambi sono da me considerati l’alfa e l’omega, il biglietto da visita più importante di una comunità, tutto il resto è una conseguenza trattabile. Non mi sembra la politica vada in questa direzione.

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