Il popolo dello scoiattolo

Andrea Zoanni

zingalesLo definisco un dinamico laboratorio di idee e conoscenze. Per me è sempre un piacere osservare dal vivo questa interessante kermesse trentina. Quest’anno si era alla nona edizione del Festival Economia Trento e scorrendo i titoli pregressi si nota quanto siano stati pregnanti. I temi del 2014 sottostavano ad un percorso identificato in “Classi dirigenti, crescita e bene comune”.

I momenti di incontro, confronto e dialogo tra economisti, operatori dell’informazione, statistici, imprenditori, ricercatori, sociologi, filosofi, studenti e comuni cittadini interessati ai temi politici, economici e sociali si sono susseguiti dal 30 maggio al 3 giugno scorso ed hanno cercato di fornire strumenti per selezionare le informazioni delle più svariate discipline in base alla loro importanza e attendibilità, raccogliendo dati, leggendo statistiche, producendo e diffondendo informazioni, analisi e proposte. Tutto questo raccontando le loro esperienze e cercando di trarre da queste alcune lezioni di portata più generale.

Si è parlato della qualità di una leadership misurata sulla capacità di governare le situazioni nel vivo delle cose che accadono, dentro le loro contraddizioni e i loro condizionamenti.

Si è dibattuto sulla classe dirigente in relazione ai concetti di crescita e di bene comune, in un paese come il nostro dove si fatica ad incentivare e accettare i cambiamenti, nel quale il peso del merito e delle competenze vale sempre meno delle appartenenze e delle raccomandazioni.

Tutto ruota intorno alla qualità degli uomini e delle donne che hanno guidato e guidano un paese, le sue istituzioni politiche, la dimensione economica e finanziaria, i meccanismi di selezione e di scelta della classe dirigente, la sua reale capacità di guidare una comunità.

Ogni paese ha la classe dirigente che si merita? Dove si annidano le posizioni di potere? Si dice spesso che più che le regole contano le persone, ma le persone vengono selezionate per arrivare a quelle posizioni in base a delle regole. Così almeno dovrebbe sempre essere. Queste regole però non sempre vengono scritte, ma rimangono scolpite in comportamenti e pratiche condivise. Ciò funziona se si educa al rispetto delle regole.

Il popolo dello scoiattolo, simbolo del festival, con tanta passione, interesse, entusiasmo e spirito critico ha affollato Piazza Duomo, Palazzo Geremia, il Teatro Sociale, le Sale della Provincia, il Castello del Buonconsiglio, le aule magne delle facoltà universitarie di economia, giurisprudenza, sociologia e ha dato vita ad un evento non solo economico, ma anche sociale e culturale, un vero movimento che ha visto la partecipazione di tantissimi giovani e donne che si confrontano e condividono un modello di società diverso e possibile.

Non sono mancati in molti interventi anche alcune naturali e spontanee riflessioni sulla legalità, sulla corruzione e sui loro costi economici e sociali, drammaticamente attuali con Expo e Mose le cui vicende, per me e per altri amici coi quali mastico un poco tali questioni per lavoro e dovere civile, nulla hanno di sorprendente.

(…) Dando per acquisito quello repressivo di competenza delle forze all’uopo previste, è indispensabile operare sul versante del potenziamento della cultura della legalità e su quello dello sviluppo economico. (…)

(…) Se il fenomeno mafie non diventerà una questione di interesse nazionale e lo relegheremo a comportamento malavitoso correlato a territori tradizionali, difficilmente saremo in grado di mettere in atto strategie vincenti. Contrastare le mafie significa proporre soluzioni alternative e fornirsi di un lungimirante piano complessivo di sviluppo economico che assecondi e accompagni la naturale vocazione del territorio. Prevenire si deve, riducendo le condizioni favorevoli al perpetuarsi di un retroterra culturale tanto funzionale al crimine organizzato. (…)

(…) “In una città dove si dice che tutti si conoscono e che le cose si sanno, sarebbe un gesto rivoluzionario rifiutarsi di stringere la mano a certa gente. Intendo quelle persone che, se arrestate per reati di mafia, vengono accompagnate da unalzata di spalle: ma tutti lo sapevano”. Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino, Il Contagio, ed. Laterza) (…)

Il precedente corsivo è tratto da un lungo articolo apparso su Appunti il 29 marzo scorso. Esso affronta la questione da un punto di vista culturale e di sviluppo economico. Ma nel pezzo sottolineato riporta un importante insegnamento di Pignatone e Prestipino, che ho avuto entrambi onore di conoscere a Cermenate per il Progetto San Francesco, nel bunker di Reggio Calabria, in visita alla Basilica di Assisi.

Rileggetelo, il “rifiutarsi di stringere la mano a certa gente” è la “sanzione sociale” che Zingales ha proposto sul quotidiano di Confindustria pochi giorni fa (importante lo abbia fatto lì) ricordando l’esperienza di Ivan Lo Bello in Sicilia, altra persona con la quale ho condiviso diverse iniziative.

Che fare, dunque? Quello che sta scritto poco sopra. Perché non è scritto per altri, è scritto per chi legge, è scritto per noi. Conoscere bene, ragionare insieme, dibattere liberamente, per far crescere la “rivoluzione della legalità”. E questa rivoluzione non può che nascere attraverso l’educazione. Perché l’omertà di oggi è non voler conoscere. Perché il silenzio è mafia. Non si fa il proprio dovere perché qualcuno ci dica grazie, lo si fa per principio, per se stessi, per dignità propria. Il contagio può essere anche positivo.

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